Dentro l’In-canto di Rita Gusso

Recensione di Vincenzo Luciani

Roma,8 ottobre 2018 – Rita Gusso nata a Caorle nel 1956, vive a S. Vito al Tagliamento. È autrice di opere in italiano e dialetto caorlotto. Pubblica in questo dialetto Tata nana, Campanotto edizioni 2002, nel 2013 Gris de luna, Campanotto edizioni, vincitore del premio nazionale “Salva la tua lingua locale” 2015, In-canto, Il Convivio edizioni, silloge vincitrice del primo premio “Pietro Carrera” 2018. Suoi testi si trovano in antologie e riviste letterarie. Collabora con vari poeti e pittori a reading e mostre d’arte. Ha fatto parte dal 1995 fino a settembre 2018 del gruppo di poesia Majakovskij con il quale ha pubblicato Da un vint isotera, ed. Biblioteca dell’Immagine 2000 Par li’ zornadis di vint e di malstâ, Samuele edizioni 2016, Non ti scrivo da solo, Samuele edizioni 2017.

Il mio primo incontro con la sua poesia è avvenuto nel 2015 quando risultò vincitrice per la sezione poesia edita della seconda edizione del premio Salva la tua lingua locale con Gris de luna (2013), in dialetto veneto di Caorle (Venezia). Questa fu la motivazione della Giuria: «La raccolta Gris de luna, in dialetto caorloto (Caorle, VE), tendente a un tono sapienziale, all’aforisma, al detto memorabile, è al meglio quando, piuttosto che comprimersi in brani estremamente concisi, si distende in sequenze di espressioni metaforiche, anche non logicamente concatenate, ma solo accostate, che dispiegano vivace fantasia creativa ed osservazione originale, risultanti in una complessiva grande efficacia».

Il secondo incontro avvenne con il testo della raccolta inedita Canpo IV Novenbre dal posto de nona Isabea coi oci de ‘na fantùina (Campo IV Novembre dallo spazio di nonna Isabella con gli occhi di una bambina), al Premio Ischitella-Pietro Giannone 2015, dove risultò tra le finaliste. Di quella raccolta in dialetto caorlotto (di Caorle provincia di Venezia) mi colpì il percorso originale come tante cartoline in bianco e nero d’antan. Attraverso liriche molto brevi e senza titolo, l’autrice ricostruiva frammenti di vita, quasi sfogliando foto ingiallite dentro un vecchio album, che raccontavano di una famiglia, di parenti, di povertà, di guerra, di emigrazione, di sogni. Lo sguardo della bambina e le imperfette metamorfosi della memoria rendevano “sfocate” le immagini, a volte ai limiti della comprensibilità, soprattutto nella parte centrale della raccolta. Poesia in alcuni casi visionaria, giocata su un procedere analogico ricco di metafore anche ardite (vedi i cavei del ciel, cera di paglia, riccioli di vetro). In qualche caso il ricordo risultava sovrabbondante.

Dice bene Giuseppe Manitta nella prefazione a In-canto quando afferma: “Il rapporto tra poesia e realtà, in anni diversi dai nostri ma neanche tanto distanti, era spesso legato a quello tra le masse e la scrittura, tuttavia l’indagine che Rita Gusso propone in questa raccolta si orienta diversamente o, per lo meno, su un versante in cui il dato interiore si associa alla lettura della storia. I tre stadi, o tre sezioni, in cui si divide il testo costituiscono i tre tempi della silloge, età e condizioni diverse, ma allo stesso tempo emergono fili comuni. Tra questi, la coscienza del tempo e della sofferenza, il mistero della vita e della morte, la guerra e, per ultima, la meditazione sull’uomo. La poesia, però, non ha la possibilità di dire ogni cosa, così ci ricorda l’autrice tramite la citazione di Hikmet posta in calce all’ultima sezione, anche se permette la percezione dell’attuale, sino al riconoscimento di se stessi”.

Ricordo tra le poesie che nel 2015 trovai più convincenti: “Me sento æa osteria di fronte”, “Soea cordea tremoa i sogni” (con l’aggiunta di una strofa in In-canto), “E stea de carta velina”, “Xogar nei bunker co’ Gineto” e “Ghe xe quei che va in girondon”. Testi tutti che ritrovo in questa nuova raccolta.

La nuova silloge presenta numerose novità. Si apre, ad esempio, con “Ghe xe quei che va in girondon” che nella prima versione “ischitellana” del 2015 era invece il testo conclusivo mentre in questa rinnovata, più matura versione invece la apre, quasi un proemio, una dichiarazione di poetica.

Riporto qui di seguito le sue due versioni per far notare il perfezionamento apportato dall’autrice: la prima:

Ghe xe cuei che va in girondon / còœa poesia e i trasforma / el viver cœ so vision. / ‘A realtà ‘na question de viste / el passagio de omini che se inventa sità / paesi, spartendo ‘na identità. La seconda nuova versione: Ghe xe quei che i va in girondòn / co’a poesia in scarsea / e i trasforma el viver co’e so vision. / ‘A realtà / ‘na question de viste / el passagio de omini che / se inventa cità paesi, paroe / spartendose ‘na identità. (Ci sono quelli che vanno in giro / con la poesia in tasca / e trasformano il vivere con le loro visioni. / La realtà / una questione di vedute / il passaggio di uomini che / si inventano città paesi, parole / condividendo / una identità).

Rispetto al testo presentato nel 2015 a Ischitella numerose e positive sono le differenze: innanzitutto nell’architettura della raccolta suddivisa in tre parti (nella precedente non c’era divisione); nel titolo che ora è In-canto, quasi a sottolineare la visionarietà, l’incanto, ma pure il canto di un dialetto estremamente musicale e la coralità delle voci in un canto all’unisono dei personaggi rivisti con la verginità degli occhi di una bambina, che popolano la sua nitida ricordanza dei luoghi della mitica nonna Isabella. Accanto a testi riconfermati quali lo splendido Basta pochi chiometri a far distansa / da un spassio che no’ se scancea / ‘na cornise marina resta raìse marcada, / indrioman che ‘a sorte / va vanti in n’altro quadro: / no’ se pol più esistar in un soo posto”, ci sono poesie revisionate, ad esempio ( “’A caparioa” (La capriola), rivoluzionata nella seconda, terza e quarta strofa, come pure “Steche de cheba” che accorpa tre testi che erano separati nella precedente raccolta oppure ancora “Friul” che ne accorpa invece due, lo stesse accade con “I foresti che invece ne accorpa due, con qualche piccola modifica, a testimoniare il lavorio dell’Autrice. Abbiamo poi poesie del tutto nuove, sempre in tema, a rendere più compatta e incantevole l’opera, quale ad esempio “Quei da’e gàane” (Quelli dalle nubi di bora): Se infia tra ‘e stanse / un ventisiol de fio arsentà, / ricama ‘e cai sul sabion / sufia, suga canpeti e case / svoa, sufia. / Epur ‘ndemo via sicuri. Si infila tra le stanze / un venticello di filo argentato, / ricama le calli sulla sabbia / soffia, asciuga campielli e case / vola, soffia. / Eppure procediamo sicuri).

Concludo con una scelta di poesie tratte da In-canto, una raccolta di cui naturalmente consigliamo la lettura.

*****

Resti de pieroni ne’a scojera,
memorie de fero
piàntae nel paesagio,
nei bunker se va zo in fondo
i fioi ghe zoga
altri li sotera

Resti di pietroni sulla scogliera, / memorie di ferro / piantate nel paesaggio, / nei bunker si va giù in fondo/ i figli ci giocano / altri li sotterrano

Ancùo campo-sàoto par foresti
antichi toceti ne’a squèa mediteranea
da zontar come sal a ‘na gita
foresti a’a storia de ogni piera, che sa
de’e malte del tenpo, semo ninte,
soo un giro de ai de cucal

Oggi campo-salotto per turisti / antichi sapori nella scodella mediterranea / da aggiungere come sale ad una gita / estranei alla storia di ogni pietra, che sa / degli intonaci del tempo, siamo nulla, / solo un giro di ali di gabbiano

Ghe xe chi che abita e chi che passa
chi xe vento sbiro e chi fa piera:
qualche patchwork ne’a vaisa
par inbeetar el muro
el mar el vien de matina
col biscoto de cafelate
dentro un quadretin
sensa gnanca ‘a spussa de freschin

Ci sono quelli che abitano e quelli che passano / chi è vento scaltro e chi fa pietra: // qualche patchwork nella valigia / per imbellettare il muro / il mare viene di mattina / con il biscotto del caffellatte / dentro un quadrettino / senza neppure la puzza di pesce vecchio

 Vincenzo Luciani

Pubblicato l’8 ottobre 2018