Dentro la “Cruedda” di Vincenzo Luciani

Recensione di Giovanna Giovannini

La “cruedda”, definita da Vincenzo Luciani un’ideale cornucopia in cui raccogliere ricordi, è certamente tutto questo, ma anche (e non mi dispiace contraddire Vincenzo),  molto più di questo.

La stessa apertura del libro, tutta affacciata su immagini struggenti di terre, boschi e mari lontani, già rivela il doppio volto del “messaggio” che attraverserà tutta l’opera, vibrando insieme di effluvio poetico e accenti pensosi di riflessione.
È una memoria, quindi. che ha origini lontane, in terre e luoghi da cui si è partiti addone / u sole sponte e cale sope u mare (dove / il sole spunta e cala sopra il mare): terre e luoghi ai quali si torna: memoria che conduce alla poesia o poesia che fa riemergere memorie?
Forse, in letteratura, gli interrogativi esigono talvolta di restare sospesi…
Non sfugge, tuttavia, un notevole carattere di viva, intensa (quasi carnale) adesione del poeta Luciani ai contenuti evocativi e narrativi delle reminiscenze, siano esse della sua terra scurdate, rinneate, murtefecate (dimenticata, rinnegata, mortificata), siano esse di quelle “figure” amate, umanissime, ora vicine, forse più di allora, ora tutte attaccate alla pelle e al cuore che “pensa”… Figure vere, vestite di una umanità che non ha nulla di letterario, se non la forza di una “resurrezione” che il poeta ha saputo operare, riafferrandone la vita.
Ecco allora il bambino orfano, “scolpito” nel suo dolore e nella sua solitudine, senza ombra di retorica: ...i mosche atturne atturne / (uh, quanta mosche! tutte / i mosche d’u Gargane e de la Pugghje (…le mosche tutt’attorno / oh quante mosche, tutte / le mosche del Gargano e della Puglia).
Ecco “Giovannuzzo il sarto” che …cosce l’ùteme cavezone (cuce l’ultimo calzone…); oggi il poeta ne va “rattoppando il ricordo”.
E ancora, ancora, quasi accomunati nel vasto dolore della perdita il padre e il maestro del poeta Luciani: l’uno, che la Madonna accompagna …’e jardine / de portahalle e de cumune / senza cunfine (…ai giardini / di arance e di limoni / senza confini); l’altro, cui l’emozione si rivolge con la elevata semplicità della poesia autentica: Care signo’ maje’, Ji m’arrecorde / cume che fosse mo… (Caro signor maestro, io mi ricordo / come se fosse adesso…).
Tra tante figure rievocate, ne appare una, grandiosa nella sua umiltà, grandiosa nella sua “verità” di persona e di vita, che la poesia del figlio che ha saputo cogliere e fermare per sempre. Pò jesse me n’haja je lassanne sti cose, quissu file, quiss’ache, u dijtale… (Possibile che me ne debba andare / lasciare quest’ago, il filo, il ditale…). Struggente questo ricordo! Noi non “siamo” forse anche le cose che ci hanno accompagnato? Certa di questo era, senza dubbio, la madre.  Non può non tornare alla mente, a questo punto, la poesia “Le cose” del poeta argentino J. L. Borges, che esprime l’amore per le cose della propria quotidianità e il dolente pensiero che dovremo lasciarle; ma esse “non sapranno mai che ce ne siamo andati”.
E ancora altro, altro da ricercare “in grembo” alla – Cruedda – per riafferrare la vita di allora, vita che depositò germi duraturi nella coscienza dell’uomo e del poeta di oggi, germi ancora pregni della naturalezza e autenticità di allora.
Essi riemergono, in parole di poesia, “introducendo il passato nel presente”, come recita un efficace passo di M. Proust nel suo “Tempo ritrovato”.
Ecco allora le parole saprite (parole saporose) per riascoltare i propri passi su “tratturi e tratturelli”; per riportare alla luce quella vita lontana.
Ancora parole di poesia per dire il pianto e il grido del poeta che vuole piangere “…come il tempo / piove…” (toccante ed icastico accostamento!)
Ancora accenti fortemente espressivi per sussurrare i versi delle due bellissime liriche “Numunne belle” (Un mondo bella) e “Cume a statije i jurne” (Come d’estate i giorni), la cui brevità non toglie ma accresce il ritmo e l’intensità del senso.
Originale e tenerissima la memoria, inoltre, di quelle portahalle (arance) dal succo saprite de mare (saporose di mare), assimilate all’inverno, alla povertà, alla madre (Mamme zitte chiagneve – Mamma zitta piangeva): quasi una cosa sola…
Tra tante memorie, presenti in una forma di ininterrotta “resurrezione”, riaffiorano strati profondi dell’animo, del suo formarsi, del suo costituirsi come “prodotto” di quella vita passata, di quel recepirla tanto intensamente.
Di tutto questo è ricolma la “Cruedda” di Vincenzo Luciani, e dei molteplici motivi esistenziali ivi “deposti” dal poeta con sapienza di linguaggio poetico.
Ecco allora “A paure d’a morte” (La paura della morte), quasi “imposta” al bambino di allora …vestute da munacedde / ngandate jeve addrete i funarale (…vestito da fraticello / stordito andavo dietro ai funerali). L’intero componimento è espresso con una immediatezza emozionante.
Resta ancora al nostro poeta (come egli stesso confessa) quella misteriosa paura…
Ma resta anche il pudore di sficcà d’o core… (strappare fuori dal cuore…) il bene per “zia Vincenzella”: bene che il poeta vuole nascondere ma, poiché diviene poesia, risulta ancor più intenso e vivificato.
Quindi paure, affetti, stati emotivi: temi della vita, cui la poesia del nostro Autore presta una voce sincera di sofferte esperienze.
Aspre ed incisive, vivamente sentite le poesie d’amore: Allassacrese / t’haje spiate, e tu…” all’improvviso / ti ho vista e tu… (“A cerase”, La ciliegia); Ji appezzute appezzute / sti parole…” appuntisco, appuntisco / le parole… (“Crapa scigghjate”, Capra arruffata).
Temi della vita, si è detto. Tra essi riappare, quasi idea ossessiva, la morte con la sua presenza (visibile ed eloquente forse più della vita!).Una morte che suscita un drammatico riso che è pianto, fortemente rappresentativo dell’ineludibile destino umano (“U ride e u chiagne”, Ridere e piangere).
Nelle due strofe di “Jè ’nnùtele che ffuje” (È inutile fuggire) troviamo, della morte, l’ancestrale immagine personificata che abita nel cuore dei miti e delle antiche culture dei popoli; e peculiarmente nel cuore dei poeti, che tutto questo sanno ripercorrere… (Jè ’nnùtele che ffuje / quedde te vene appresse – È inutile fuggire / quella ti viene dietro…).
È inutile fuggire: consapevolezza malinconica rintracciabile in molti brani della “Cruedda”.
Inoltre, vissuti e realtà interiori esperiti dal poeta Luciani, trovano oggi il più giusto canale di espressione nella lingua dialettale delle origini ricca di connotazione metaforica: la più idonea per la sua perfetta corrispondenza con sentimenti e significati dei contenuti.
Peraltro un linguaggio dialettale già portatore di una forza espressiva autonoma, sembra veramente il più adeguato per dire e raccontare emozioni e pensieri iniziati nel suo stesso “grembo”, caldo di figure e luoghi profondamente amati. La struttura dei versi, ben calibrata, mai ridondante, ha talora forme distese, vicine al parlato, talora forme brevi ed essenziali, quasi “scolpite” dentro una cornice  che la chiude, senza soffocarne il senso. Ricordiamo i versi elegiaci delle due belle composizioni “Numunne belle” (Un mondo bella) e “Cume a statije i jurne” (Come d’estate i giorni): avvertiamo come nostra quella vita che ce allonghe addrete u sole (si allunga dietro il sole); come nostri quegli anni mò ce accurtene dd’anne (ora  si accorciano gli anni). Siamo di fronte ad un ritmo che conduce parole intense e significanti.
Un verseggiare semplice, privo di artificio, questo del poeta Luciani, che ci “parla” in modo incisivo, forte nella sua naturalezza la quale rispecchia, senza ombra di dubbio, la verità. La verità del sentire, del ricordare, del rigenerare, che raffiorano con sapore di autenticità, appunto, la stessa della terra delle origini, dei luoghi, degli affetti: in una parola, della vita, mai lasciata morire nel pensiero e nel cuore.
Questi elementi danno luogo anche ad uno stile che non è solo questione di tecnica (sebbene questa ci sia, come precisione e cura dei componimenti), ma anche, e soprattutto, di “visione”, secondo un termine caro al già citato M. Proust: “visione” della vita vera, quella che resta patrimonio interiore, e più non si separa da noi. Ma anche visione de re e reggine e de manorche… (di re e di regine e di orchi…) narrate dal vecchio senza nome, col mantello; narrata ai bambini appise ’e labbre sue (appesi alle sue labbra) in “Quanne jè crà” (Domani). Vita di allora, rievocata (o evocata) dall’arte: eterno, possibile rifugio cui guardano i poeti!
Si può veramente concludere che dentro questa “Cruedda” (antico cesto) palpitano vissuti e visioni, eventi e passaggi che ci toccano il cuore, come ogni cosa che (riemersa alla memoria) ha sapore di autenticità e di umana, profonda significazione.