Della malinconica tenerezza del crepuscolo

La ruota di Duchamp, il primo romanzo di Maurizio Rossi, medico e poeta

 

“La ruota di bicicletta” è un’opera famosa (una semplice ruota di bicicletta installata in uno sgabello di legno a quattro gambe) del celebre quanto controverso massimo rappresentante del movimento dadaista Marcel Duchamp (quello, tanto per intenderci, che osò esporre un orinatoio rovesciato assegnandogli il titolo di Fontana). L’originale di quest’opera, del 1913, per chissà quale misterioso motivo è andato perduto; una copia di essa, prodotta dallo stesso autore nel 1951, sono riuscito a visionarla nel 2005 durante la mia prima visita a New York, dove è conservata in una sala del Museum of Modern Art (MOMA).

Non conosco l’autentica ragione (ma ciò è del tutto privo d’importanza) che ha spinto Maurizio Rossi – medico romano che solo da qualche anno, a ridosso del suo pensionamento, ha scoperto una sua prolifica e del tutto peculiare vena poetica, pubblicando, tra il 2008 e il 2019, ben sei raccolte di poesie – a scegliere un simile titolo. E’ probabile, però, che la vicenda narrata nel romanzo, che si sviluppa nel corso di alcuni mesi del primo anno della pandemia di Covid 19, abbia molto a che fare, da un lato con la forzata immobilità alla quale siamo stati costretti dalle prime draconiane disposizioni governative, dall’altro con l’opportunità, offerta a molte persone, soprattutto a quelli di un’età non più giovanile, di tornare indietro con la memoria al fine di meglio esaminare, analizzare e fare i conti con il proprio passato, con le azioni (o, per meglio dire, le omissioni) che hanno avuto conseguenze spiacevoli per sé e per altri (soprattutto quando questi altri sono congiunti e familiari).

Stando seduti sullo sgabello risulta più facile far muovere la ruota della memoria, una memoria che si muove alla scoperta di atti mancati, di parole non dette, di sguardi rivolti altrove invece che negli occhi di chi ti sta intorno, di cure e di attenzioni non prestate; la memoria, si sa – e lo sapevano bene i grandi pensatori che hanno riflettuto profondamente sui suoi oscuri meccanismi e labirinti – è collegata al tempo, non a quello esteriore, meccanico e irreversibile (il tempo della scienza), bensì a quello fluido e non misurabile della coscienza interiore (la cosiddetta “durata”), un tempo reversibile, caratterizzato da accelerazioni, ritorni, lunghe pause piene di sgomento, lo sgomento che ci assale quando ci accorgiamo dell’incredibile perdita di tempo che costella l’esistenza di un essere umano. Ed è per questo che, arrivati ad un’età nella quale è facile ed è naturale rivolgere lo sguardo all’indietro, ci sorprendiamo in una quotidiana e proustiana “ricerca del tempo perduto”, della quale tuttavia non possiamo conoscere anticipatamente l’esito.

Il tempo, quindi, è la prima categoria da utilizzare quale chiave di lettura di questo romanzo: il tempo lento e ripetitivo delle giornate che trascorre Umberto, solitario protagonista del romanzo, medico ospedaliero da alcuni anni in pensione, abbandonato dalla moglie e con due figlie con le quali i rapporti non si presentano affatto semplici; il tempo tranquillo delle sue passeggiate con il cane Doc per le strade di Centocelle; il tempo delle sue letture e delle sue serate ai concerti; il tempo tutt’altro che incalzante nel corso del quale matura la sua conoscenza, la sua amicizia e infine la sua intimità con l’altra protagonista della storia, Valeria, anch’essa un’anima solitaria, vedova, alle prese con un passato, personale e familiare, che pesa come un macigno sul suo equilibrio psichico e spirituale.

Umberto e Valeria sono due persone che, pian piano, si riconoscono (e non solo a causa della pandemia) prima di tutto nelle loro solitudini, in secondo luogo nella comune presa di coscienza delle loro fragilità e del loro urgente bisogno e desiderio di accudimento reciproco, nonché di un’attenzione e di una “cura” che non siano effimere e distratte, ma che sappiano andare oltre, pur non negandola ma anzi comprendendola, l’attrazione fisica.

Ecco, nel momento nel quale mi sono lasciato sfuggire la parola “cura”, sono venuto in possesso, quasi inavvertitamente, della seconda e più essenziale chiave di lettura della storia narrata ne La ruota di Duchamp. È la cura, infatti, che, intesa quale autentico “senso dell’essere dell’esserci” (mi si perdoni l’astrusa terminologia, tipica di uno dei più grandi filosofi del ’900: Martin Heidegger; ma l’espressione significa semplicemente questo: che la cura è l’essenza dell’esistenza dell’essere umano), è venuta a mancare nella vita di Umberto (un paradosso, per un medico di professione) così come nella vita di Valeria.

Quell’assenza o quella carenza nell’aver cura delle persone che ci sono a fianco e che, invariabilmente, si risolve nella mancanza di cura per sé stessi, per le proprie fragilità, che coincidono poi con le fragilità connaturate all’essere umano e, tra queste, con la massima delle fragilità: il nostro essere esposti, in qualsiasi momento della nostra vita, all’assenza di essere, cioè al nulla costituito dalla fine stessa della vita.

“Ricerca del tempo” e “scoperta del bisogno e della necessità della cura”: sono queste le due categorie o i due “parametri” o criteri di giudizio che dovrebbero guidare l’attento lettore nell’indagine (la lettura di un romanzo equivale, infatti, sempre ad un’indagine) sul senso di La ruota di Duchamp. Ma se l’indagine è un procedimento proprio della ragione critica, non è possibile dimenticare che, a suscitare quel “piacere del testo” che ogni buona storia dovrebbe fornire, sono i sentimenti che, di quella storia, ne costituiscono l’humus e il condimento.

Ebbene, tra questi sentimenti profusi, in maniera quasi timida e gentilmente rispettosa, nel romanzo (un romanzo che, considerata l’età dei due protagonisti, mi piace definire “crepuscolare”), mi sembra incontestabile la mescolanza di tenerezza e di malinconia, un binomio quasi ossimorico: la malinconia generata dalla difficile e impervia relazione con il passato, la tenerezza interpersonale alla quale aspirare per un futuro che sappiamo non essere infinito.

Un’ultima notazione riguarda lo stile dell’autore: uno stile linguisticamente e scientificamente corretto, nutrito e sostenuto da buonissime letture, che mira alla chiarezza dell’espressione pur non rinunciando all’ampiezza e, a volte, all’accuratezza del lessico, con alcuni passaggi di tono squisitamente poetico.

Una “prima volta” da romanziere, quella di Maurizio Rossi, che mi sembra possa dirsi risolta positivamente.

Maurizio Rossi, La ruota di Duchamp, Edizioni Cofine, Roma 2022.

Francesco Sirleto