Dedlà, poesie in dialetto di Urbino di Rosanna Gambarara

Recensione di Maria Lenti

 

Dedlà. Di là, nel significato inoltre di aldilà (e del sostantivo aldilà?); oltre un punto stabilito, una soglia, la porta, nell’altra stanza (nell’altra vita? in un’altra vita?).  Inquieta il titolo della seconda raccolta di Rosanna Gambarara, già in libreria nel 2016 con Hýsteron Próteron. E inquietano le poesie pervase dal conflitto tra tempo e tempo scavato nel linguaggio delle immagini del sonno-sogno che ridetermina la realtà mentre questa, al contrario, si sottrae a sé stessa perché il sogno la crea luminosa.

Il perduto o l’assente sono l’ombra di un’ombra che torna a visitare, a riempire, a dare sostanza al vuoto, a scomparire per sempre. Dare un volto all’ombra non è possibile, se non ricorrendo a dati biografici di Rosanna Gambarara (i genitori, il fratello, il marito risucchiati fuori dell’aldiquà, ab aeterno  passato non remissibile), ma sarebbe scelta arbitraria del recensore. Chi torna nel sonno, infatti, non si fa riconoscere, porta solo (ma è tanto!) il calore di una sincope ricomposta, di uno scacco non più tale, di movenze quotidiane reinventate, di gesti incisi nel proprio interiore prima diademi, quindi ferite, ora diademi onirici.

Dentro tutto questo, in filigrana, quella cosa chiamata vita: essa va così per conto suo da doverne accettare la logica per innata o acquisita sapienza o da doverla respingere avanzando dolore mai acrimonioso. Nell’un caso e nell’altro il rimpianto, asciutto come di chi sa l’improbabile. («Invan / quand la matina el vetre se fa chiar / cerch tra i brindell di sogn’ persi de dlà / da la porta del sonn crepuscolar // la risposta. So sol ch’ me sent asdoss / la pell d’una orfanella dla pietà / ch’sospira innamorata del Pret Ross.» (Invano / quando la mattina il vetro si fa chiaro / cerco la risposta / tra i brandelli dei sogni perduti / di là dalla porta del sonno crepuscolare. / So solo che mi sento addosso / la pelle di un’orfanella della Pietà / che sospira / innamorata del Prete Rosso. VIVALDI, pp. 48-49).

Nel dialetto urbinate, che, privo di una tradizione letteraria, annovera poche voci sui generis uscite nel Novecento (Antonio Fontanoni, Fulvio Fuffi Santini, Germana Duca, la sottoscritta e, appunto, Rosanna Gambarara), il fiato poetico si forma in Dedlà negli interstizi della dislocazione figurale o nel porsi, tacendolo, di fronte all’aut aut sopra individuato: con il pudore estremo, a custodia di gioie e melanconie, nel calare sulla pagina i sentimenti, in una cadenza sapiente nel ritmo (e qui varrà dire l’aderenza alla musica in quanto tale dell’autrice, la sua inclinazione verso la poesia classica, la conoscenza del valore dei metri a meglio significare il movimento), nelle tonalità del serio e/o dell’ironia. Come in queste strofe: «El voi veda nì men nì men pian pian, / guardall come na scena al ralenti / st’attim de gnent  tel punt ch’sta per murì // e dingola sopra l’abiss  dl’arcan… /  dingola…pend…va giò…è gitt…è già / un gnent de gnent tel mar dl’eternità.» (Lo voglio veder venir meno pian / piano / guardarlo come una scena al ralenti / quest’attimo da niente / nel punto che sta per morire // e oscilla sopra l’abisso dell’arcano / oscilla… / pende… / va giù… / è andato… / è già un niente di niente / nel mare dell’eternità. – DINGOLA/OSCILLA, pp. 36-37).

La cosa chiamata vita, in ogni risvolto vissuta appieno, ha luci (il sasso ignaro dell’umanità in quanto tale, le erbe aromatiche, la musica, il suonatore di flauto al supermercato, le persone care, il giubbetto e…tutte le cose da niente) regalate alla memoria in cui i ricordi stanno come in una gluppa (fagotto) portata in silenzio sempre in un profondo sé.

Da qui giunge inaspettata e sorgiva la poesia di Rosanna Gambarara: grande tovaglia bianca, a raccogliere e di nuovo a distendere quel tutto che contiene l’antefatto del sognato, l’illusione della realtà, un oggi quasi in sordina essendo che il valore va oltre l’odiernità pur non ricusata.  Poesia che esce da versi sapienti (s’è detto) mondati di superfluità sia nel dialetto recuperato da un vivo deposito d’infanzia sia in traduzione: il primo disteso, a ben guardare e leggere, in sonetti, la seconda assottigliata in versi a cascata, modalità tese entrambe nell’affinare il senso del loro senso o il nonsenso dei giri esistenziali.

Rosanna Gambarara, Dedlà, Poesie in dialetto di Urbino, Prefazione di Germana Duca Ruggeri,  Bertoni, Chiugiana 2019, pp. 80 €  14.00

 

Maria Lenti