Dedlà di Rosanna Gambarara

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Al di là, nel sogno nel ricordo, ma anche oltre, memoria e desiderio: tutto racchiuso in una parola, dedlà, a rammentare la ricchezza e i simboli del linguaggio, dialettale e non; ad anticipare, raccogliendoli, i temi e le immagini poetiche contenute in questo nuovo libro della Gambarara.

La stessa presentazione delle poesie – in forma di sonetto, nella versione dialettale e in verso libero, simmetrico e “avvolto” sul suo asse, nella versione in italiano – va oltre un semplice gusto editoriale, rappresentando il fare del poeta, che dispone  le parole secondo il senso e l’architettura, non solo la metrica e gli accenti; architettura dialettale difforme da quella  in lingua, per edifici abitati da persone che respirano diversa aria, bevono diversa acqua, si aprono a diversi orizzonti.

Andiamo anche “oltre” questa confessione dell’Autrice“ Me piac’ la poesia dle robb da gnent/…la poesia di event/ ch’incroc’ne p,n attim brev la traietoria/ dla mi atension…/”(Mi piace la poesia delle cose da niente/…la poesia degli eventi che incrociano per un/ attimo breve/ la traiettoria della mia attenzione/…)Non è certo semplificazione della Poesia, quella che vuole imbalsamare la insignificanza minimale dell’attimo, di quello che non ha niente di speciale, eppure va gustato piano piano come si scioglie un confetto “El voi fè scioia pian com un confett/ s’attim, anca se’n c’ha gnent de special,/ la su insignificansa minimal/ la voi imbalsamè  dentra ‘n sonett./”Come non certo semplice è la Poesia che assimila un pensiero pellegrino ad un sasso, intoppo improvviso nella sintassi tranquilla delle riflessioni; dunque ciò che anima la scrittura e la riflessione poetica della Gambarara è la Musa che tutto sa, presente, passato e futuro, ma non si sottrae alla Sorte che sparpaglia nella luce dell’alba i numeri con cui la poeta misura dentro il sudario benedetto del sonno, il pensiero e il tempo, dedlà  della coscienza.

Dedlà, è il linguaggio stesso delle Muse, che fanno dono all’Autrice non solo di una premonizione- allorché intravede in una vecchia foto, nelle “nostre facce perplesse/ dentro l’abisso di nostri occhi/e dentro il sorriso fisso… il nostro destino…”-  ma anche il dono del racconto poetico “il già” che si fa “prolessi” del “non ancora”.

Mentre la sorte avvolge sempre più veloce il vortice del tempo, la scomposizione della vita in istanti di visione e di percezione – anche di memorie – sembra almeno acquietare, talvolta nel disincanto, talaltra nella speranza, il dolore della perdita; persino la perdita del cuore, dei sentimenti, che fa vedere  “adess…tutt travers ma ‘n vetra/ e tel mi palinsest ogni sapor/ se squaia tun gust sciap sensa dolor…amorf…” ( adesso…tutto attraverso un vetro e nel mio palinsesto ogni sapore si scioglie in un gusto sciapo senza dolore…amorfo).

Eppure qualche sapore resta: i “rincontri senza appuntamento” tra i parenti che “La vitta ha spaliat com foi tel vent,/ chi d’qua chi dlà tel bossol dla su storia…” (La vita ha sparpagliato come foglie nel vento,/ chi di qua chi di là/ …nel bozzolo della sua storia…); restano sguardi fissi che trafiggono la schiena e “un tremolo di sorriso”; resta la sinfonia, “Come pacificato un mondo concorde/ nel sogno tenace/ di un’utopia remota”;il sogno del farsi strumento “in una conversazione beneducata e/ armoniosa”. Il tutto composto – con un sapiente e attento lavoro “dedlà” delle quinte – in versi fluidi e armoniosi, mescolando con naturalezza ironia e malinconia, sguardi, letture e ascolti.

A Rosanna Gambarara e a questa silloge, tesa tra la ricerca di una geometrica armonia del  pensiero e la composta dissonanza tra “semplice” e “complesso” e tra sogno e veglia, penso sia tutt’altro che alieno questo pensiero di Paolo Lagazzi: “Mentre, passo per passo ci inoltriamo nel paese della vecchiaia, tutti i libri che abbiamo letto assomigliano sempre di più a foglie mormoranti nel vento, appese ai rami di una selva immensa. Di questa selva nessuno conosce i confini…non arriveremo mai a misurarla davvero. Questa impossibilità è…ciò che fa di noi dei viandanti non molto più consistenti di fantasmi, e insieme degli avventurieri della leggerezza. Abbandonandoci al vento che piega, rapisce e trasforma ogni cosa, tutto ciò che possiamo fare è tentare di riconoscere nelle “nostre foglie”, come un tempo faceva la sibilla, le cifre, i segni del nostro destino.”(Forme di leggerezza, pag. 14-15, RCS, 2010).

 

 

 

Stanott

 

Ho misurat de dlà da la cosciensa

stanott dentra el sudari benedett

del sonn la fascia dla circonferensa

dl’impalpabil contorne d’un concett

 

e anca ho calcolat l’equivalensa

luccida di angol del quadrat perfett

del pensier e ho pesat po’ la cadensa

del temp scanditt dal cor, dle linee rett

 

la curva ho contemplat sensa stupor

e el fin pasat e l’ancestralità

futura e la quadrata tondità.

 

M’er messa i calcol tutti ben a ment.

Ma la sort m’ha gabat. Al prim albor

m’ha sparpaiat i nummer via tel vent.

 

StanotteHo misurato di là dalla coscienza/ stanotte/ dentro il sudario benedetto del sonno/ la fascia della circonferenza/ dell’impalpabile contorno di un concetto/ e ho anche calcolato/ l’equivalenza lucida degli angoli/ del quadrato perfetto del pensiero/ e ho poi pesato/ la cadenza del tempo scandito dal cuore/ ho contemplato senza stupore/ la curva delle linee rette/ e il fine passato e l’ancestralità futura/ e la rotondità quadrata.// M’ero messa i calcoli tutti ben in mente./ Ma la sorte m’ha gabbata.// Al primo albore/ m’ha sparpagliato via i numeri nel vento.

 

 

 

L’intrus

 

Mentre scandiv sotta i ginocchj i pass

d’na paseggiata sensa diresion

vers la mezza, piò o men, combinasion,

c’ho inciamat sa la ment come tun sass,

 

un intopp imrovis brusc tla sintass

tranquilla dle mi lisce riflesion

dritte anca tel vortic’ del fracass

de sta strada, per qual asociasion

 

chisà. E? Sbociat da’n refol grig’ de fum

propri vicin mal bord del marciapied

ste pensier pelegrin sensa barlum

 

de speransa sensa virtù né fed,

sensa rispett, intrus pensier bislacc.

Ma io i ho dat du gir sopra sa’l tacc.

 

 

L’intrusoMentre adcandivo sotto le ginocchia/ i passi di una passeggiata senza direzione/ verso la mezza più o meno,/ combinazione/ ci ho inciampato con la mente/ come in un sasso/ un intoppo improvviso, brusco/ nella sintassi tranquilla delle mie lisce riflessioni/ dritte anche nel vortice del fracasso/ di questa strada/ per quale associazione/ chissà.// E’ sbocciato da un refolo grigio di fumo/ proprio vicino al bordo del marciapiede/ questo pensiero pellegrino/ senza barlume di speranza/ senza virtù né fede/ senza rispetto/ intruso pensiero bislacco.// Ma io gli ho dato due giri sopra col tacco.

 

 

Dingola

 

El voi fè scioia pia com un confett

s’attim, anca se’n c’ha gnent de special,

la su insignificansa minimal

la voi imbalsamè dentra ‘n sonett.

 

E’ mezanott pasata, a gegia aspett

el sonn, galegg’ne i sogni sopra ‘l guancial,

sopra la sospension esistensial

de me ch’sto com’na gluppa sopra el lett.

 

El voi veda nì men nì men pian pian,

guardall com una scena al ralentì

st’attim de gnent tel punt ch’sta per murì

 

e dingola sopra l’abiss dl’arcan…

dingola…pend…va giò… è gitt… è già

un gnent de gnent tel mar dl’eternità.

 

 

OscillaVoglio farlo sciogliere piano/ come un confetto/ quest’attimo/ anche se non ha niente di speciale/ la sua insignificanza minimale/ voglio imbalsamarla dentro un sonetto./

E’ mezzanotte passata/ sdraiata aspetto il sonno/ galleggiano i sogni sopra il guanciale/ sopra la sospensione esistenziale di me/ che sto come un fagotto sopra il letto.//Lo voglio vedere venir meno pia/ piano/ guardarlo come un scena al ralenti/ quest’attimo da niente/ nel punto che sta per morire/ e oscilla sopra l’abisso dell’arcano/ oscilla…/ pende…/ va giù…/ è andato…/

è già un niente di niente/ nel mare dell’eternità.

 

 

Rosanna Gambarara, Dedlà, Bertoni Ed. Chiugiana, 2019

 

 

Rosanna Gambarara è nata ad Urbino. Qui si è laureata in Lettere Classiche e ha insegnato alcuni anni. Si è poi trasferita a Roma, dove ha continuato l’attività di insegnamento nei Licei. Scrive poesie in lingua e in dialetto urbinate. Sue poesie compaiono su varie riviste e antologie cartacee e in rete. Ha pubblicato “Hysteron Proteron”, Pagine, Roma, 2016. Coltiva la passione per la musica, cantando in due cori “Jubilate Deo” e “Musica insieme”.