Dante Della Terza, Da Vienna a Baltimora. La diaspora degli intellettuali europei negli Stati Uniti d’America

Recensione di Cosma Siani

 

In ricordo del caro amico scomparso il 6 aprile scorso ecco una recensione che scrissi nel 2001 per un suo libro ben noto.

È la seconda edizione di un libro del 1987, e i due capitoli che l’accrescono, “Memorie americane di G. A. Borgese” e “Stranieri alla Harvard University”, si aggiungono a quelli su Panofsky, Spitzer, Auerbach, Poggioli, Pasinetti, arricchendo una costellazione di personalità che include, pur non trattati in singoli capitoli, il linguista Jakobson, il critico Wellek, lo scrittore Nabokov, il francesista Dieckmann, il comparatista Harry Levin, gli stessi Salvemini e Prezzolini, il direttore delle edizioni New Directions James Laughlin, parte dei quali personalmente conosciuti dall’autore nella sua esperienza pluridecennale fra Seattle, Los Angeles e soprattutto Harvard. Basti il peso di simili nomi a dare un’idea dei punti di forza di questa raccolta di saggi, usciti in varie occasioni e accomunati dal tema “dell’esilio in terra americana”.

Infatti, gli studiosi qui presentati “hanno dovuto fare i conti […] con la lingua, gli usi, i dibattiti del paese dove le circostanze storiche o il gusto personale avevano imposto loro di vivere”. Ed è vero ciò che l’autore, proseguendo, afferma: “Il libro narra soprattutto le loro opzioni di scrittura, le esperienze vissute, le vicende delle loro idee, l’impatto di queste sull’America accademica che ospitandoli non ha mancato di condizionare il loro stesso pensiero”. Ma non bisogna aspettarsi uno studio univoco su storie intellettuali segnate dall’esperienza della deracination. In special modo nei primi saggi, su Panofsky, Spitzer, Auerbach, o in quello che, recensendo un libro inglese di Orsini, tratta di “Croce in America”, l’autore si intrattiene su questioni eminentemente speculative e specialistiche. Né bisogna figurarsi che il volume sia marginale all’ambito letterario italiano, o tutt’al più settorialmente ne delinei la fortuna all’estero (“L’immagine dell’Italia nella cultura americana, 1942-1952”, dice un altro capitolo), perché, per esempio, la trattazione della figura dello slavista Renato Poggioli e del suo ruolo di consulente americano per l’Einaudi a fine anni Quaranta (col supporto d’un carteggio inedito Poggioli-Pavese), oppure la “testimonianza” su Pasinetti nell’ultimo capitolo, lumeggiano la scena letteraria italiana più ancora di quella americana o comparata.

Piace infine il vasto respiro culturale di capitoli come quello citato sugli stranieri a Harvard, o il “Regesto di libri e riviste” lasciati dallo stesso Poggioli: ci proiettano in orizzonti transnazionali sconfinati, nei quali l’autore ci guida con assoluta competenza e consapevolezza – frutto e scotto della sua stessa esperienza di trapianto.

Tutta la trattazione è contrappuntata da accenni estesi a problemi di adattamento alla lingua e alla cultura del paese ospitante. E sono le parti che attraggono anche i non specialisti. Ad esempio, la questione  vitale del rapporto con la nuova lingua: il luogo comune di Auerbach poco a suo agio con l’inglese, i cinque idiomi usati da Spitzer, l’“anglo-apulo” di Salvemini, l’inglese di Poggioli permeato del suo “pittoresco accento fiorentino”, e quello impeccabile di Pasinetti, e il sofferto cammino verso lingua e ambiente stranieri esperito dall’autore stesso. Il quale, raccogliendo questi dati d’esperienza e meditando su di essi, in fondo scrive anche parte della propria storia.

Dante Della Terza, Da Vienna a Baltimora. La diaspora degli intellettuali europei negli Stati Uniti d’America, Editori Riuniti, Roma 2001, pp. 287, Lit 35.000.