“Ad/ occhi /chiusi / si osserva /molto meglio /il mondo” : la frammentazione della frase poetica rafforza il concetto e sottolinea l’accuratezza dell’osservazione che anima la poetica della Zambrano.
Nell’apparente gioco di parole delle poesie, non c’è manomissione, come direbbe Gianrico Carofiglio, un abuso o stravolgimento di significato; ma l’esempio di come sia ricco il nostro linguaggio e con quanta cura occorra esprimersi per comunicare le proprie visioni ed esperienze. “Ad occhi/ chi/ potrebbe dire di conoscere /il mondo/ di averlo esplorato come si fa/ coi sogni che ci esplodono dentro?”
Non è importante neppure sapere se gli occhi siano chiusi o aperti; quando i sogni esplodono dentro e le ossa si ossidano, l’aspetto, il viso, o l’atteggiamento, non si ossida, teso com’è a conservare una forma che forse coincide, o magari si adatta, alla sostanza.
Non è più tempo di volare, ma di assommare in fila indiana, come formiche, i giorni; di tessere una tela come un ragno, accorgendosi, ad un certo punto, di essere più simile alla bestia sola/ che alla pianta/ con il sole. Anche il sole, in fondo, in tutto il suo splendore è solo.
La poesia della Zambrano è una continua variazione, come si direbbe in musica, di una coscienza che si confonde, si intreccia, si rivela e si nasconde“cercando un sogno dove dimorare, cercando soglie da attraversare”; variazione che trasforma, perché tutto resti, così com’è, mutevole.
Ora che ho piedi appesi al chiodo
il volo s’è reso al suolo
nel suo liso vestitino di raso.
La vita qui è tutta
di formica in formica in fila indiana
di ragno che tesse per Maman la tela
di scarafaggio + scarafaggio
su Lucy in the sky la sera.
Mano che affondava nella piega
bocca che mangiava rideva
qui un tempo c’era
DI UN’ESTATE
Di essere stata rozza
volgare
me ne avvidi secoli dopo
più simile alla bestia sola
che alla pianta
con il sole
In quel tempo buio
non c’era luce
di notte
che non fosse la luna.
Calava il sonno
senza tedio o gioia
Non mi rammarico
di allora
irta di spine
della fame atavica
delle donne cattive
Ero semplice creatura
nell’immobilità apparente
non un libro a indicarmi
il modo d’essere cosciente
solo la terra e la casa
che poi sono la stessa cosa
Nessuna rima
da baciare
nessun letto di sposa
con lenzuola bianche
purezza
ma odore acre d’umiltà
e d’un giaciglio
per me stessa e una rosa
Fare le parole
parole origami
scrivere tra le pieghe
“mami” e poi “m’ami?”
Fare le parole
modellandone il finale
in luogo del male
fare il mare
Daniela Zambrano (1980) vive e lavora a Milano come artista, attivista e insegnante. È autrice di poesie, canzoni, saggi, cortometraggi. È autrice e performer dello spettacolo musico-teatrale di poesia E venne tutto il paese …, in scena dal febbraio 2023.
Collabora con personalità del teatro e della letteratura per la messa in scena di performance, come Hiroshima mon amour, progetto ideato e performato in occasione della presentazione del libro Il mondo come progetto Manhattan di Jean Marc Royer, il 16 maggio 2024 a Piano Terra, Milano.
Poesie scelte (Transeuropa, 2023) è la sua prima silloge.