Dall’abisso. Poesie e altre poesie 2000-2024 di Francesca Farina

di Anna Maria Curci

 

Racchiuse tra la sezione iniziale, In exergo, e quella conclusiva, In epigrafe, le poesie di Francesca Farina nel volume Dall’abisso testimoniano la determinazione nella scelta della forma chiusa, in prevalenza il sonetto, se si fa eccezione per alcuni testi, di lunghezza varia, costituiti da un’unica strofa. È una scelta perseguita con la consapevolezza di chi sa di poter contare sulla propria abilità, sulla propria agilità nella scrittura. 

D’altro canto, determinazione e consapevolezza si accompagnano al moto di accoglienza di una struttura compositiva (per lo più, come è stato specificato in precedenza, il sonetto), di una misura metrica (per lo più, anche se non esclusivamente, l’endecasillabo), di schemi di rima (baciata, alternata, incrociata), che delimitano rigorosamente lo sviluppo dei versi. 

Ho intenzionalmente scelto il verbo “delimitare”, prossimo, nel contesto al quale faccio riferimento, al verbo “definire”, ma da non confondere con il verbo “limitare”, giacché espressione e comunicazione nelle poesie di Francesca Farina offrono una consistente prova di ricchezza e varietà di temi, di toni, di registri, di termini.

Se dunque non mancano gli acronimi legati alla vita quotidiana, fatta anche di tributi fiscali («Quella recente, per l’Imu ed i servizi», p. 37), se compaiono vocaboli riferiti a capi di abbigliamento e accessori tipici della moda attuale o di qualche decennio fa («Comprati ai mercatini, come i panni/ Vintage, che da sempre fanno sazi/ Gli spasmodici gusti dello sfarzo», p. 27), oppure al gergo dei liceali a Roma («”Oh, ma de che, aho’?”, p. 46») e all’anatomia («Sottile cerebrale, alla corteccia/ ganglio-spinale, che ti si sfalda», p. 94), colpisce d’altro canto l’abbondanza di lemmi rari, presenti nel volume in differenti accezioni e, a loro volta, attinti da differenti ambiti del sapere e dell’esistenza.

Muoversi nelle sezioni di Dall’abisso – In exergo, Della stessa poeta, Attraverso luoghi di versi, Padremadre, In epigrafe – offre a chi legge esplorazioni in un mondo di poesia arguta, malinconica («La tiranna crudele, la Malinconia.», p. 64), satirica, talvolta amara, talaltra umoristicamente creativa, come avviene nel componimento di p. 97, fuoco d’artificio, tra il divertito e il severo, tra l’allitterazione e un accenno di tautogramma:

Tu di cerasta hai carattere

Che nelle cerbaie tra i duri cerri

Perduri nel cerchio di ferro

Del tuo odio, quantunque ti crucci

Della tua condizione

Con querimonie di torti

Costretta a un bronco bruciato

Tra gli alburni, gli albicocchi neri.

Un cerbero a te che ti cacciasse

Con cerbottane e veltri

E ti cassasse il cesto!

Cessa dunque, o Celidonia

D’incantare i chierici

Cerni, quindi, cerva

Il cacciatore o il caritatevole

Samaritano che ti colga!

Nello spazio sapientemente delimitato dei versi di Francesca Farina, oltre le prove di innegabile bravura, si aprono le vie della discesa negli abissi della coscienza e nelle intuizioni che provocano sgomento. L’ironia sorridente della presentazione di sé sotto forma di acrostico all’inizio del volume cede il passo a una distesa di sfumature cromatiche, collegate a intuizioni che provengono proprio “dall’abisso” annunciato nel titolo. È il caso del sonetto a p. 55, tratto dalla sezione Attraverso luoghi di versi:

Frementi rami, braccia d’universo,

Foglie-farfalle in tremito perenne,

Smeraldo e argento mescolati al sangue,

Che sapete del mondo, cosa dite

Di queste ossa al sole, queste zolle

Intrise d’acqua, il lago che si stende

Come specchio cangiante nelle pieghe

Ondivaghe, il tessuto marezzato

Che non conosce pace, ha sempre sete,

Ed esclama dagli antri abominevoli,

Dalle profondità d’abisso silenziose?

Voi elargite l’abbraccio alle alte stelle,

A quegli occhi di tenebra, agli immutevoli

Cosmi, dalle irraggiungibili sponde.

Alla scuola, luogo della dimensione professionale di Francesca Farina, sono dedicati sia testi spiritosi, come quello di p. 46, sia testi dal ritmo battente nel frenetico ripetersi dei giorni, come quello di p. 47, che si conclude tuttavia con una dichiarazione d’amore: «Ritrovi i tuoi alunni, la scuola amata.».

Gli affetti più cari, presentati sempre con una ragguardevole compostezza, quasi un pudore dinanzi al dilagare delle emozioni, sono al centro della sezione Padremadre, anch’essa, come la precedente, Attraverso luoghi di versi, legata alla topografia, alla collocazione spaziale, in questo caso all’isola delle origini, la Sardegna. I ritratti e le storie – allacciate alla Storia, come è evidenziato nel testo a p. 69 («Suo nonno aveva vissuto già in Crimea/ E poi a Palestro, guadagnando la medaglia/ Dopo aver combattuto per la patria;») – sono restituiti con un equilibrio esemplare tra espressione e comunicazione, tra partecipazione palpitante e contenuto di conoscenza. La figura del Padre (con la maiuscola) si manifesta soprattutto nell’avvicendarsi dei mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre, là dove le incombenze della vita rurale, gli agguati del volgere dei tempi e la rude ma tenace perseveranza del genitore si incontrano. La Madre (anch’ella sempre indicata con la lettera maiuscola), sfiancata dai doveri, dalle «fatiche quotidiane, oscene» (p. 82), ai quali nessuno tra i figli e le figlie l’ha sottratta, anche perché da lei proveniva un testardo rifiuto al sostegno, al conforto, all’aiuto, questa stessa Madre rivela, nel sogno, nella memoria, nel desiderio, «giovane» (p. 80) e «dolce» (p. 82).

Il percorso disegnato dalla raccolta Dall’abisso si caratterizza per una efficace alternanza, che non di rado diventa coesistenza, tra particolare e universale. In tal senso, il ponte che va dal secondo e dal terzo componimento del volume fino al penultimo e all’ultimo testo rivela, anche nel passaggio dal “tu” dei primi due testi menzionati al “noi” della penultima poesia, una progressione – avanzamento, approfondimento, superamento della mera dimensione individuale – nelle considerazioni e nei quesiti concernenti il rapporto tra le parole e le cose, tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore e, non ultimo, tra i confini percepiti dell’esistenza e l’intuizione di uno scenario possibile oltre questi confini, senza edulcorazioni, con coraggio. 

Francesca Farina, Dall’abisso. Poesie e altre poesie 2000-2024, Prefazione di Antonio Spagnuolo, la Valle del Tempo, Napoli 2025