Dalla parte del tempo di Sonia Giovannetti

Nota di lettura e scelta di poesie di Anna Maria Curci

Dalla parte del tempo di Sonia Giovannetti è un libro animato da “poesia e verità” nel senso goethiano dell’abbinamento, ché stare dalla parte del tempo è innanzitutto riconoscersi umani, precari e limitati per definizione.

I perennemente assetati di bello e vero, tuttavia, sono i poeti – e il riferimento al celebre passaggio da L’idiota di Dostoevskij è armoniosamente inserito nel libro – e sulla natura e sull’anelito di chi cura la poesia, la nutre e se ne nutre, l’io lirico ritorna a più riprese.

Stare dalla parte del tempo, tuttavia, significa nel tuo libro sia comprendere e accettare Chronossia cercare e saper intercettare Kairos. I tre capitoli che compongono la raccolta – Il tempo dell’io, Il tempo del noi, Il tempo dei luoghi – ampliano lo spettro delle possibilità di ricerca. Si tratta di una ricerca che manifesta ri-conoscenza sotto forma di attenzione, talvolta perfino vero e proprio tributo – a stili, tecniche e metri della tradizione poetica italiana. Dal Novecento di Luzi – L’uomo del faro – si risale al sonetto petrarchesco, reso in più di una composizione, a partire dalla poesia iniziale e introduttiva, Il tempo, anche con rigorosa osservanza della rima, tanto da far pensare che l’intento di Sonia Giovannetti non sia, accanto al tributo di riconoscenza, anche quello di una garbata provocazione ai falsi iconoclasti e veri forzati della moda del momento.

L’omaggio alla poesia-pane non può non passare per Shakespeare della Tempesta e per Omero dell’Odissea; è un omaggio schietto, vissuto, cantato.

In alcune poesie l’amore per il bello e il vero trova “la” forma per eccellenza: queste sono, ai miei occhi, Aria leggera, Il tempo nascosto della vita, La bellezza, Quiete apparente, La tregua di Natale, Dalla parte del tempo.

Un discorso a parte merita il canto ai luoghi, prevalente nella terza parte, Il tempo dei luoghi, e che tuttavia pervade tutta la raccolta. I luoghi sono paesaggi dell’anima, certamente; eppure essi non si limitano a raccogliere l’ondata di affettività, il carico di sentimenti dell’io lirico. La terra, le città, le piazze, gli angoli cantati di volta in volta assumono proprio la voce della poesia e, con essa, il compito additato da Antonia Pozzi nel 1933, in un passaggio riportato proprio in chiusura: «la poesia […] ha questo compito sublime di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare.».

© Anna Maria Curci

 



Aria leggera

S’affaccia sempre quel tempo,

la stagione di quell’Uno che fummo,

che mai più siamo stati.

Assaggiai la vita, allora, e ne divenni schiava.

Ora solo il dolore mi ricorda che sono viva.

Ho te dall’altra parte del mondo

e solo un po’ di stelle in tasca.

Il silenzio ci divide, la candela è quasi spenta

dalla finestra socchiusa l’aria entra leggera.

Sembra che nessun posto sia il mio posto.

Ma, pur così prossima al nulla,

lieve mi accosto al canto del cigno

che s’alza struggente dal lago.

 

Il tempo nascosto della vita

Nel tempo in cui i semi abitano la terra,

anche il silenzio è propizio.

Le mandrie, dai pascoli, tornano a casa

e gli alberi celano la loro identità.

Ma già s’approssima una nuova estate.

Mentre i nidi vacanti custodiranno

il loro miraggio, si cercherà il sentiero dei fiumi.

Sarà facile crederci.

Veglieremo, perché nessuna vita sta a sé muta.

 

La bellezza

(a Dostoevskij)

La bellezza, quella che intendo io,

si vede poco e solo in alcune parole,

in taluni sguardi, in certe espressioni.

Abita nel destino di chi cerca,

di chi si mette in gioco senza timore.

La bellezza che intendo io

è quella che ci veste di grazia,

non come disegno del viso

ma come anelito d’apertura al mondo.

Si fa pane sul tavolo e canto d’amore della terra.

 

Quiete apparente

S’appoggia il manto di foglie

sull’umida terra. Tutto tace d’intorno

di una quiete apparente.

E col vermiglio delle fronde avanza

la tristezza che mi conduce a te.

Anche questo inverno

ha la sua pace e il suo tormento.

Potesse ora, all’improvviso,

rinvigorire la terra a fare

una primavera precoce e propizia.

S’udirebbe, così, anche l’indubbia

parola che ascolto da te.

 

La tregua di Natale (Diario, 1915)

Cessarono i cannoni

e fu silenzio, lì nelle Fiandre.

D’improvviso, nella desolazione

ecco levarsi il canto della Natività.

Una tregua miracolosa

dissolse d’un tratto il conflitto.

Nulla in quel campo di guerra

fu più riconoscibile.

Come d’incanto, senza più sapere

del nemico, liberati d’ogni timore

ci ritrovammo fuori dalle trincee.

Nella terra di nessuno.

Così, sospesi tra vita e morte

in quel tempo senza tempo

sentimmo alitare tra quelle note soavi

una fresca brezza marina sulla terra rovente.

Davanti a noi tutta l’umanità dell’uomo

senza più odio per l’altro.

La vita risorgeva, a riscattare

l’oltraggio della guerra.

L’uno di fronte all’altro

aggiungemmo legna al focolare

della comune memoria.

Sotto lo sguardo delle stelle

assaporammo il profumo antico

del pane della pace.

Fu un attimo!

Poi, all’ordine, tornammo indietro.

 

Dalla parte del tempo

Non avere fretta, tempo.

So già dove mi condurrai

so che devo seguirti

ma non avere fretta, ti prego.

Ti temo perché sei morte

ti godo perché sei vita.

Mi avvolgi, eppure mi sfuggi.

Sei certezza e illusione.

Sei generoso e avaro

accomodante e inesorabile.

Molto mi hai dato

molto mi hai sottratto.

Ma dimmi: cosa sarei io

dove sarei, senza di te?

E tu, senza di me

cosa saresti, quando saresti?

Non posso prenderti, non posso sfuggirti

ma posso odiarti o posso amarti.

Perché sei me

Pubblicato il 28 agosto 2018