Dal Lazzaretto. Poesie, di Luigi Cannillo*

di Anna Maria Curci

 

Un quadrilatero, luogo storico e letterario come pochi altri, catalizzatore di vicende umane, le «perdute» e le «attuali», estende e modifica le sue geometrie, i rettilinei diventano curve, il labirinto si mette in movimento, perfino, e viaggia. Viaggia per sé, viaggia per le vite che ha racchiuso e ora trasporta, viaggia per l’io poetico che si annovera tra i salvati, tra i noi che, come asserisce la citazione manzoniana posta in esergo, «n’usciamo a salvamento», per l’io poetico che ha «ascoltato e trascritto/ ogni volta imperfetto affamato» (p. 39), viaggia per chi legge, per chi ascolta e, forse, leggendo e ascoltando, si sottrae alla folla degli ignari.

Il quadrilatero delle poesie di Luigi Cannillo nel volume Dal Lazzaretto è, come ricordano da un lato l’autore nella sua Nota, dall’altro il prefatore, Davide Romagnoli, nel suo saggio iniziale La futura memoria di un antico stupore, quello formato da corso Buenos Aires, via Vittorio Veneto, via Lazzaretto e via San Gregorio: la zona del Lazzaretto di Milano, a Porta Venezia.

Il viaggio che compiono i luoghi del Lazzaretto, i suoi spazi e i suoi angoli, gli scorci dalle finestre e le cupole disegnate dal gioco di nebbia e luce, gli umani che lo hanno abitato, è un itinerario che percorre, sfidandolo costantemente, l’ordine del tempo.

È proprio questa, sembrano suggerire i versi-manifesto di Luigi Cannillo, l’impresa imperfetta e sofferta, ma tenace nella sua sfida controcorrente, della poesia, che resta «in servizio interrogando/ le rotaie allo scambio/ se la missione sia raggiungere/ gli altri in fuga o sull’attenti/ immaginare il suo ritorno».

Affamata di un nutrimento ad altri sconosciuto, la poesia si interroga, acuisce lo sguardo e compone, percorrendone le tappe, la tessitura, il canto del viaggio, a partire dalle prime poesie, già apparse, nell’originale e nella traduzione in inglese a cura di Paolo Belluso, nell’antologia Between Windows and Skies. Selected Poems 1985-2020, Gradiva Publications 2022. 

Fin da questi primi componimenti, densi di immagini dalle aule, dai corridoi, dai banchi di scuola, con lo scatto dell’ultima cartella che si chiude nell’ultimo giorno di scuola, con un fiocco azzurro che è nastro mobile, spicchio di cielo, segno di riconoscimento, emerge la qualità della memoria, non struggente nostalgia, bensì resa tangibile, con una evidenza perfino corporea, del vissuto in prima persona, e impegno a darne testimonianza. 

Il compito di recare, serbare e ancora recare messaggi pare così trasferirsi, dal «bambino con un fiocco azzurro» che percorre scale, ammezzati, «corridoi ancora invisibili» nel ricordo dei tempi di scuola, al poeta di oggi: «Questo il compito, portare messaggi/ esatti, ricordare e ripetere […]/ E prima del ritorno ascoltare/ fino in fondo e in un solo momento/ il suono del suo verso» (p. 18).

Fin dalla fanciullezza, il senso di estraneità è avvertito come un intreccio fitto di indole e di scelta: «La mia natura è percorrere/ la strada di servizio, accomodarmi/ a riposare sul gradino stretto[…]/ Non mi avrete alla ricreazione/ non ci sono, salirò sull’albero/ più alto del giardino» (p. 19).

L’io poetico, tra due suggestioni letterarie che sono anche corredo generazionale, tra la piccola vedetta lombarda del libro Cuore e Cosimo Piovasco di Rondò, Il barone rampante, tra servizio e ribellione, rievoca «gli anni del silenzio», durante i quali è stata «la geometria dei banchi» a proteggerlo.

La festa del solstizio, la processione del santo con «il sorriso bizantino», la domenica mattina, sono intervalli che si bruciano presto, ora, nel loro riaffacciarsi alla memoria, che li serba e li restituisce, con altra consapevolezza. La memoria è restituita, come avviene solitamente per i versi di Luigi Cannillo, con variazioni metriche (un buon numero di novenari, decasillabi, endecasillabi) e quasi senza segni di interpunzione (eccezion fatta per qualche rara virgola e qualche punto interrogativo. È una poesia, quella di Luigi Cannillo, che si avvale dell’incontro felice tra sintesi espressiva e fluidità narrativa: «la festa mi regalerà il mondo/ pensavo ma la cartolina/ che vi sto scrivendo mostra/ un interno modesto e poche visite/ la passeggiata nei dintorni» (p. 23).

Indole e scelta, servizio e ribellione convivono, così come fanno lavoro e sogno. La poesia di p. 24 si anima di questa alternanza di voci, con l’attacco al tempo imperfetto dell’indicativo, allorché viene rievocata l’attività nell’azienda di famiglia: «Non finiva mai il lavoro/ anche fuori dagli stabilimenti/ come garzoni a costruire castelli/ di cassette vuote riempire ghiacciaie/ […]/ I tacchi della macchina da scrivere ballavano i cognomi sulle buste/ negli indirizzi di un’Italia sconosciuta». È con il tempo presente dell’indicativo che, pochi versi più avanti, il sogno fa da contrappunto al lavoro: «ogni sogno in divenire/ cerca ostinato la sua lingua». Si tratta di una ricerca che, proprio partendo «dal Lazzaretto», esplora paesaggi urbani, periferici e rurali, scopre e ridisegna confini, percorre e costruisce geografie. Già, perché «reali presenze e riflessi» (p. 28) sono i poli in cui «smarrirsi e ritrovarsi», sottraendosi, con un atto di ribellione interna e interiore, alla vista degli altri («Qui mentre restiamo irreperibili/ o fingiamo di esserci perduti»), per poi fare strada allo slancio che disegna nuove mappe: «Ma nel giardino segreto si fa strada/ l’orizzonte prossimo del quartiere/ la mappa dell’universo in divenire» (p. 29).

Un’altra coppia si fa strada, accanto a quelle, già riconosciute, di indole e scelta, servizio e ribellione, sogno e lavoro: gioia ed esercizio. È con il loro convivere che si alimenta la sapienza dello sguardo che intuisce, coglie connessioni tra partenze e ritorni nella storia, tra la partenza del padre per la guerra e quella del figlio per il servizio militare (p. 31), tra il desiderio che tempesta «dalle radici ai rami» e l’apprendimento del corpo «dopo il tempo della privazione». E se il sogno «cerca ostinato la sua lingua», «il corpo riprende a imparare/ la sua grammatica» (p. 34): «Conquisto la gioia soltanto/ con duro esercizio, una roccia/ dopo l’altra, per ostinazione», è l’incipit del testo di p. 35, con due novenari e un decasillabo nei primi tre versi.

L’opposizione tra reali presenze e riflessi può rivelarsi particolarmente tenace là dove l’esistenza immaginaria rimane un universo parallelo in duello contro l’ordine del tempo. Lì la poesia si pone come mediatrice e il suo tempo è il tempo dell’attesa che le voci del «popolo del nulla», da «fotografie come ambasciatori» trapassino la carta e giungano a palesarsi «a futuri spettatori». Sono voci e presenze, come quella dell’eremita che appare in più di un testo, che confermano, anche all’interno della coscienza del sé, l’esistenza e l’irriducibilità del mistero, così come la mobilità permanente – anche in virtù della pluralità dinamica delle comunità e delle etnie che li abitavano e li abitano – anche di luoghi che sembravano circoscritti, come il Lazzaretto. 

Nel mirabile componimento conclusivo il Lazzaretto dorme e viaggia «trasportato da un treno/ che lo fa scivolare nel tempo» (p. 65), mentre il suo messaggio, i suoi messaggi, si arricchiscono e si popolano di significati e sorti. Come già avveniva in testi precedenti e in particolare in quello di p. 61, illuminato dalla figura materna, i messaggi si estendono dalla appassionata dimensione individuale – «Madre che non ritorni sotto casa […] Ammira almeno la nostra ostinazione/ quando cerchiamo le vostre orme» – a quella universale del ricordo condiviso, della ricostruzione della storia per il tramite della scrittura poetica: «Meglio lasciare a noi ricostruire/ gli eventi, salendo i gradini/ due alla volta, bussare senza fiato/ noi alla vostra porta». 

Luigi Cannillo, Dal Lazzaretto. Poesie. Prefazione di Davide Romagnoli, La Vita Felice 2024*

Anna Maria Curci

*articolo apparso in precedenza (8 dicembre 2024) sul sito www.urbinovivarte.it tra gli “E-Book con privilegio”