Da poeta a poeta

Note critiche incrociate sui rispettivi Aperilibri di Maurizio Rossi e Gian Piero Stefanoni

 

È stata una serata splendida ed emozionante quella del 16 ottobre 2019 con i poeti Gian Piero Stefanoni e Maurizio Rossi e i loro Aperilibri (Edizioni Cofine, Roma) nell’accogliente sala dell’associazione Planet Onlus, a Roma Centocelle. In questa occasione Vincenzo Luciani ha stimolato ciascuno dei due poeti ad illustrare e ad introdurre criticamente l’Aperilibro dell’altro.

In seguito Gian Piero Stefanoni ha stilato una breve nota critica sulla raccolta La veglia e il sogno di Maurizio Rossi e quest’ultimo una nota su Lunamajella di Gian Piero Stefanoni.

Qui le riproponiamo entrambe.

La veglia e il sogno di Maurizio Rossi

Nota critica di Gian Piero Stefanoni

 

Ci restituisce l’immagine di una inquieta e insieme paziente e umile ritessitura di se stesso questo nuovo lavoro di Maurizio Rossi nell’interrogazione di un tempo, che per età, si va accorciando ma non diminuendo nell’intensità delle sue esclamazioni.

Il resoconto così è quello di un rapporto accompagnato, non forzato, tra le maglie di un mistero che ha nel legame tra veglia, intesa come cura e pratica del giorno, e sogno, ci sembra nella sua accezione più vasta di aspirazione, la chiave fattiva della sua spinta e insieme della sua remissione. Non c’è dicotomia infatti come forse il titolo potrebbe suggerire tra le due dimensioni ma l’opera di una coscienza che guarda al comporsi dell’esistenza nel quadro delle sue memorie e delle sue- inevitabili- distanze.

È la parola a ridefinire ciò che la troppa luce, la troppa vita rischia di confondere ricamando dall’ombra ciò che tende a sfuggire, il suo senso allora nella pienezza di un anelito che viene dall’amore. Perché è soprattutto una poesia degli affetti questa di Maurizio, ben radicata alla terra la cui costruzione passa da un rapporto che è fatto di presenza, di costanza, di sostegno, di veglia appunto cui il richiamo del sogno (e non viceversa) fa da supporto nella rimemorazione di uno sguardo che guarda sempre al suo compiersi all’interno di un più vasto orizzonte.

È questo diremmo il nodo cui ruota la riflessione di questi versi cui lo stesso gioco delle generazioni va a innestarsi nel rovescio delle figure genitoriali e filiali che lo vedono al centro di innumerevoli specchi. Il dialogo, giacché è un dialogo questo nel paradigma del suo ricordarsi, ha il suo motivo nell’abitare, nell’esserci di un’ origine che ha giustappunto nell’intesa con la terra l’universalità di una misura cui l’uomo nella sua relazione è chiamato a partecipare e a rinnovare.

Il confronto, come è giusto, è dapprima con se stesso nella cruna di intese che forse non ritornano, di riflessioni che più non sostanziano ma che aiutano però a reintendersi in qualche modo proprio nella necessità di un rafforzamento della propria disposizione ad esserci, a farsi guardare e a guardare un mondo dimentico perché senza stupore, come fermo e separato dalla natura che lo comprende. Ed è qui che il dire poetico, sempre umile nel suo tono in progredire piano, va a sciogliere in evocazione i freni e le costrizioni del cuore, precorrendo, proprio come lui direbbe, nell’accoglienza della luce il richiamo della vita al continuo divenire. La parola così cresce nella restituzione dei cieli e dei grembi di cui il cuore va a nutrirsi, da cui nasce, degli spazi in cui tra cielo e terra, appunto, è più facile per piccole e grandi trasfigurazioni riconoscersi.

Ed è un felice connubio dunque quello con cui l’autore, tra fisica del quotidiano e incursioni dello spirito, va a definire il lavoro della lingua, ora come di alchimista nel rimescolare “sul fuoco vivo/ anni e domande/ e soluzioni antiche/ per distillare il vero” ora di restauratore nel recuperare nel cesello la favola di un’anima e di un’esistenza sempre accesa.

Se ci vuole coraggio  nel bordeggiare il mistero, l’invito è a non resistere a ciò che avanza consentendo così di non rallentare ma di declinare modi e anima secondo una auscultazione e consegna del respiro che proprio come le parole deve saper accordarsi all’andare e tornare del giorno.

Ne è esempio, nella rotta che come detto è quella dell’amore, la figura della moglie nella sua conquistata leggerezza, nella sua docilità al tempo che sempre corrisponde a chi sa accompagnarlo (“Ora l’anima è pura energia,/ emigra nel cosmo,/il tempo modella lo spazio/per te, che di nuovo sorridi”).

È così un discorso di incarnazione quello intorno a cui il poeta romano invita a riflettere dentro quel sangue che rimpastando “farina tra le dita” apre ogni mattino al chiarore di un dono in un rimando continuo allora sì di “pani di veglie lievitati a sogni” nel rapporto di consegna tra gli uomini. Una lezione nella fermezza del sentire e dell’assumere di cui, in conclusione, glie ne siamo grati e per cui volentieri invitiamo all’ascolto nel tempo delle private consolazioni.

 

MAURIZIO ROSSI, nato a Roma nel 1952, è medico in pensione. Ama scrivere in lingua e in dialetto romanesco. Collabora con scritti e recensioni al sito poetidelparco.it; è nella redazione della Rivista “Periferie” diretta da V. Luciani e Manuel Cohen. è socio de “La Primula”, associazione tra volontari e famiglie di disabili, nella quale partecipa al laboratorio teatrale integrato e agli spettacoli.

Ha pubblicato le raccolte di poesie: Dal pozzo al cielo (2008), Tempo di tulipani (2009), Sono aratro le parole (2011), Che resta da fare (2014) e, in romanesco, Cercanno leggerezza (2015).

 

 

 

 

Lunamajella di Gian Piero Stefanoni

Nota critica di Maurizio Rossi

 

Poesia in lingua, con traduzione in dialetto abruzzese, uno dei tanti di questa regione, del teatino. Una sola volta la poesia in dialetto precede la versione in lingua “Annine”, che parla in prima persona e racconta.

Luna e montagna, cielo e terra, uniti per ricomporre l’unità dell’umanità e del sé. “Lunamajella, globo sospeso/ che quasi ci tocca, verso Palena/  ma è come verso Marte…” Un altro mondo, appunto, un’atmosfera nella quale sembra impossibile vivere a noi cittadini.

Perché il grande assente è la città: montagne, terra, natura, uomo, uccelli, vento, pietra, divinità. Qui non ci sono i rumori e le scorie della metropoli- le sue voci- ma  “ci sono ancora le voci/ tra pianta e fiore...” e dialoghi trai viventi “perché io lo chiamo e lui mi deve aiutare/ l’ulivo docile al vento, il fiore/ sbreccato, il Dio di mio padre.” Unione tra terra e cielo, pianta e radici; le proprie radici.

Alto e urgente messaggio della Poesia, di questa poesia. Depurarci da ciò che ci inquina e non solo nel respiro, ma nella mente e nella nostra visione del mondo; socializzazione e ricerca del sé sono entrambi componenti del vivere umano e bisogna ritrovare un equilibrio, nella solitudine e nel rapporto con il paese, il borgo, la sua storia, i suoi vecchi. “Qui i poeti / non ti accompagnano/ devi procedere solo”. I poeti, appunto, non la Poesia.

Occorre ritrovare l’anima del mondo in cui siamo immersi, il Dio-Natura non panteistico, ma “cosmoteandrico” secondo la profonda ed essenziale definizione di Panikkar. “Canta le tue dispute ricavate nel piatto/ la tua pietra, Signore, il rosone che in questo filare/ di panche, in questo restare/ ha il crescente ruotare del grano.” Le panche, gli uomini a colloquio col Dio, il filare della vite, il vino, il ciclo del grano assimilato al rosone, finestra di luce e simbolo del Sole divino. Il ritmo scandito dall’ are, desinenza aperta, che risuona nel sacro… alt-are.

Certo, non è facile. Di fronte alla montagna si sperimenta il dolore, il vuoto, “dal basso si perde…” eppure resta, il “desiderio di toccarsi e di restare”.

Una digressione “geocritica” che fa comprendere meglio questa poesia di Stefanoni. La Majella è una montagna molto diversa dal Gran Sasso, che sembra “aristocratico” più simile ad una vetta alpina, inquieta; la Majella non cerca le altezze, non stupisce con i suoi picchi: è grande, è un muro che incute rispetto, un massiccio calmo e tremendo insieme. Una montagna “paesana e popolare”.

Questa montagna resta, il paese muore, e chi viene da fuori “porta notizie, ma non ode dalle porte”: come ci fosse una comunicazione a senso unico, una abilità nel parlare, ma non nell’ ascoltare le voci, i segni delle morti, della fine del paese, dei paesi- quanti paesi muoiono per far “vivere” le città? E non c’è soluzione, neanche la saggezza degli anziani, che possono solo accusare e preparare “sedie/ che restano vuote”.  Per chi muore o chi parte.

La raccolta si apre con un’affermazione “Chi viene dice / che qui non c’è nulla” e si chiude con un interrogativo “Chi sistema..?” che richiama un’altra poesia “Rassetti”: la morte è il grande rassetto, l’uomo vivente “seduto, veglia”… “Ma seduti vegliamo/ rincorrendo dalle case i versanti” cercando nei fianchi della montagna l’ascesi, la grande risposta a tutta l’esistenza.

Perché tutto si ricompone nella “chiave” che apre l’ultima porta, il senso sta nell’ultimo passaggio. E non sapremo, se non allora, se il passo inciso sul gradino è il ricordo dell’esistenza o il segno del tra-passo.

“Forse l’ultima chiave, il male vinto della casa/ nel passo inciso sul gradino”

 

Gian Piero Stefanoni, nato a Roma nel 1967, laureato in Lettere moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta In suo corpo vivo, vincendo nello stesso anno,  il premio internazionale di Thionville (Francia) e nel 2001, per l’opera prima, il “Vincenzo Maria Rippo” del Comune di Spoleto. Segue nel 2008 Geografia del mattino e altre poesie, premio “Le Nuvole-Peter Russell” nel 2009 e “Città di Venarotta” nel 2010. Presente in volumi antologici, suoi testi sono apparsi su diversi periodici specializzati e sono stati tradotti e pubblicati in Spagna, Malta e Argentina. Già collaboratore di “Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada”, è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e, per la poesia, della rivista teatrale “Tempi moderni” . Per l’inedito ha vinto nel 1997 il premio “Via di Ripetta” e il “Dario Bellezza”; nel 2000 il Garcia Lorca. Nel 2011 ha editato per Joker di Novi Ligure, “Roma delle distanze” – già recensita da “Poeti del Parco” e nel 2013 per la Recherche.it il poemetto Da questo mare (in e-book) poi pubblicato in ed. cartacea da “Gazebo libri”  nel volume dal medesimo titolo, che raccoglie anche altre sue poesie.