Salvatore Di Marco, Cu rimita menti, Quaderni del “Giornale di Poesia Siciliana”. Palermo 2010.
Sarebbe limitativo definirla una semplice raccolta di testi poetici. Potremmo conside-rarla un’autoantologia, dacché l’autore vi ha riunito in tre fasi componimenti che vanno dal 1988 al 2009. Ma forse è più opportuno parlare di poemetto lirico, intanto per la sua omogeneità stilistica, ma soprattutto per una trama di ‘eventi’ interiori che attraversa tutta la scansione temporale: un canto alla vita, questa nostra avventura umana (lu cantu eternu di la vita, / dda sirinata ca Diu patri / s’ammintò a ‘ddi tempi / ca fici l’universu).
“Una lirica di forte rarefazione”: così nel ’90 Franco Brevini caratterizzò la poesia di Salvatore Di Marco. Anche Enzo Papa, nella premessa al libro, ha ripreso il termine, ma precisandone i contorni: «Lirica è, infatti, la natura di queste poesie che indulgono verso forme di vitalistica rarefazione per tanti aspetti estranee alla tradizione letteraria dialettale isolana». Poi, da ultimo, l’espressione è stata riusata da Achille Serrao che, però, si riferiva al mezzo espressivo (“condensazione e rarefazione linguistica”). Ora non c’è dubbio che nelle intenzioni dei tre valenti critici, quelle determinazioni avessero una valenza positiva, alludendo alle vaste e serene spazialità di questa poesia, aliena dalle grevi rappresentazioni e dai contrasti non risolti. Certo. Tuttavia meglio sarebbe, forse, assumere termini come decantazione, per alludere al diuturno esercizio di lima praticato dall’autore; oppure come depurazione, o raffinazione, perché, in effetti, questa poesia è totalmente priva di quelle impurità che, di solito, provocano venature di grigio nel testo, come ingombranti nodi sintattici, inadeguatezze espressive, o ritmiche, e così via. Effetto, dunque, di questo continuo lavoro di levigatura è una parola inconsunta e nuova, assoluta come quella appena pronunziata dalle labbra del Creatore.
Ed, oltre alla serica morbidezza dei materiali usati, andrebbe riconosciuto un originalissimo e raro pregio di quest’arte, vale a dire la parallela autonomia del traslato, da una parte, e degli elementi metaforizzanti, dall’altra: il che, mentre produce una profonda tridimensionalità della proiezione eidetica, offre al lettore un’appagante ‘leggibilità’ – dove però seducenti e fantasmagoriche sono le polivalenze di senso. Ben diversamente, insomma, dall’opaca e presuntuosa indecifrabilità disseminata a scialo nei testi dei tanti apprendisti stregoni che non riescono a ricomporre in superiore armonia gli elementi della realtà da loro stessi frantumata.
Un’altra caratteristica di quest’arte è la disposizione verticale di diafane visioni che a passo di danza sopraggiungono a sovrapporsi alle altre, senza per questo obliterarle: sapiente costruzione pittorico-musicale, che, accanto a quella metrico-sillabica, crea la suggestione del ritmo interiore. Un esempio:
Dda ’ffora / unni finiscinu li casi / e li strati / e ogni vucìu s’abbaca / lu celu juntu a lu vèspiru / s’arricogghi pacinziusu / li so’ nuvuli / e aspetta la sira: // iu lassu li venti e la prima luna / ca st’acchianànnu pi li summu / li trazzeri lassu / ancora russi di suli e di sipali / e mi talìu cu l’occhi chini / li timpi e li vignàla / l’ùmmira di cerzi e chiùppira / a lu funnu di cuddata // e a tia / chi hai l’oduri di lu ventu / lassu stu me’ silenziu / c’addimuru pi dda ’fora.
E sentite ora come il ritmo interiore dilati il tempo e lo spazio:
Lesta / a sfrìciu di ventu / scattìa / ‘na vuci d’aceddu, // l’occhiu fermu / di pampini russi / ‘mpatta cu l’àuti celi // finistrali d’azzolu / naca di li silenzi / e ‘na chitarra muta / pi la calura / e lu sonnu: // tempu duci / di la malinconia.
Insomma, è la ‘narrazione’ incantata che trasporta il lettore a mezza strada tra un so-gnato sopramondo e l’Eden terrestre: una poesia che, nell’altalenare di sembianze e dissolvenze, di ombre e trasparenze, conosce l’arte di cantare la generosità del vivere e la tristezza delle porte chiuse lungo i vicoli della solitudine; che riecheggia le movenze del canto popolare accompagnate da certe inflessioni della tradizione illustre siciliana (Sapiddu si spunta); che usa con la più ‘naturale’ arditezza analogie (‘sti campani azzola), sinestesie (l’oduri biunnu di li vignali), assonanze (campìa, timpa, avvampa, chiumpi, campana – raccama, trèmulu) e raffinati fonosimbolismi (ca iunci cueta e murmurìa / pi la ciumara).
Concludendo la sua recensione a questo stesso libro, il mio caro amico Achille Serrao, recentemente scomparso, esprimeva questo giudizio: «Uno stile che fa “immediata riconoscibilità” di un’officina di poesia fra le più prestigiose, e non solo in ambito siciliano». Sì, condivido. Aggiungerei che si tratta di una poesia che si colloca degnamente ai vertici dell’attuale poesia italiana.
Nicola Fiorentino
13 settembre 2014