Cronaca dell’abbandono. Dialoghi con miRea

Una lettura di Cristina Polli

 

senno che fa il lessico piatto è questa la chiave che mi consente l’accesso a Cronaca dell’abbandono, raccolta di poesie che Mirea Borgia ha pubblicato con Il Convivio Editore nel 2022. 

Sono passati tre anni dalla mia prima lettura di questo volume che non mi aveva certo lasciata indifferente né per il tema, la violenza di genere vista da una prospettiva peculiare, né per l’efficacia dell’espressione poetica, ma è dovuto passare del tempo perché fossi in grado di restituire la mia lettura dell’esperienza che poeticamente attraversa queste pagine cadenzate in un dire asciutto, preciso come un bisturi, dilaniante e non di rado struggente. Tutto questo mi pare il segno di una poesia viva, in grado di avviare un lavorio interiore in chi legge per mezzo del linguaggio che usa, della forma con cui ci parla, un percorso che inizia dalle prime evidenze e va gradualmente più a fondo in un dialogo tra chi legge e il testo, dialogo che si fa sempre più serrato e più articolato. Avviene, insomma, una sorta di prodigio in cui la comprensione si trasforma in sapienza, l’esperienza dell’altro si riversa nel nostro sentire e di un dire incarnato nei versi, ci facciamo noi stessi carne. A chi legge poesia, a chi poeticamente la abita, non è data indifferenza, soprattutto se e quando ciò che è detto ci mette davanti a una verità in grado di modificare, ma anche sovvertire la nostra Weltanschauung con la sua scabrosità e le crepe che vi apre.  Dico per inciso che mi rendo perfettamente conto che Weltanschauung sia un termine caduto in disuso perché è difficile e incongruo avere una “visione del mondo” oggi, ma io penso che sia una parola resistente, una parola che argina la dispersione e fornisce un centro da cui potersi decentrare, muovere verso, avere il criterio dell’apertura e dell’accoglienza, farsi muovere. E la vera poesia ci muove, ci scuote. 

È arrivato per me il momento di dialogare con la voce di miRea, con colei che, in questa forma, compare nella raccolta, La comparsa di miRea è appunto il titolo che l’autrice dà alla nota introduttiva. Con estrema chiarezza miRea parla di manipolazione affettiva, una forma di violenza ancora misconosciuta perché, quando è perpetrata nei confronti di una donna, collide con stereotipie incancrenite, e abbondantemente riversate nella società con rigurgiti preoccupanti, e con condizionamenti da cui non è semplice liberarsi: dal mettere il partner al primo posto e adeguarsi a un ruolo, si passa al cedere la propria identità alla glorificazione del partner, fino ad accettare di essere completamente svuotate e trovare che un giorno il corpo, il proprio corpo, che il silenzio ha svuotato della complessità olistica che ci fa persone, è diventato il cardine oggettivizzato della relazione e non funziona più.

Cronaca dell’abbandono parte da un momento peculiare, l’abbandono della casa, dei figli: 

l’altrove è una madre che muore di sradicamento. Molto prima che conoscessi Mirea Borgia, pubblicai uno scritto sul blog FILOSOFI PER CASO, lo avevo intitolato L’esilio di Eva ed era il frutto di un insight che mi aveva svegliata di soprassalto. Il testo è composto di una poesia, che riporto, e di una riflessione sulla percezione del femminile che si può leggere qui 

L’esilio di Eva

Al limitare del sogno

si avvede dell’angelo

che terribile

la attende

-Eva

esiliata

del nome

di madre-

E ora è donna

che conosce e dice.

Riporto la poesia perché credo che testimoni una comunanza di sentire seppur tra donne molto diverse per indole, approccio al gesto poetico, rifrazioni di linguaggio. Mirea, infatti, resta aderente all’evento, lo dice in versi che sanno di oggetti tangibili e della concreta vertigine che fa deragliare i piedi. Sono le cose che agiscono al suo posto ora che lei si sta affidando a un vuoto. Allontanarsi è lo spazio- tempo che vomita la presa di coscienza, Sono stati anni di manomissione, e il futuro: l’altrove è una madre/ che muore di sradicamento. Sradicamento, un vocabolo terrestre, terrigno, una sofferenza dilaniante, così si paga una scelta che non dovrebbe esserci perché è una scelta tra vivere e morire, e se parliamo di linguaggio figurato, non di meno si vive e si muore nel riconoscimento che reciprocamente ci nutre e ci rispecchia. Leggiamo la poesia che apre il volume, p. 17: 

 

Mi sono snaturata di venerdì. 

Osservavo i panni sulla sedia 

e la valigia già dettava il 

percorso. Fuori, le rotelle 

assorbivano i binari, mentre

i piedi deragliavano ancora. 

Sono stati anni di manomissione, 

di squarci abbandonati al 

sogghigno del silenzio. La linea 

guida tratteggiata convoglia 

ogni ferita: l’altrove è una madre 

che muore di sradicamento. 

Il respiro non accetta l’azione, il ritmo si spezza, il dire è intralciato di fonemi aspri, le scelte lessicali dicono l’impossibilità di una soluzione pacifica, veicolano lo stigma di una condanna che, si sa, è già scritta. 

Le poesie delle pagine 22 e 23 si possono leggere come un dittico, entrambe riportano la cronaca di un rapporto malato, … 

La sua felicità è nel mio livellamento   

e questo è il ripasso di ogni prescrizione: 

guidare in autonomia nella sua direzione, 

blandire l’imperitura connivenza, 

gioire del dominio con la tenerezza. 

Abbiamo anticipato l’aldilà: mi lega, 

mi abbatte, mi aspira – stucchevole il torpore- 

mi grida, mi annienta e lo nega – è in affanno 

la stasi – riposa, poi torna e mi brucia. 

Confesso la mia inadempienza: sono mansueta! 

Non mi crede. Ritrova negli occhi la vita, 

sospira al confronto e mi acceca. Freddezza: 

come morde l’ironia. La mia resistenza è il suo 

nuovo tormento. L’attesa conserva la voce. 

L’io poetico espone i fatti con l’uso di una punteggiatura che sgombra ogni equivoco. La dizione è esperta, sferzante, accenti e ritmo sono la resa fonosimbolica degli eventi. Abbiamo anticipato l’aldilà, la pronuncia piana rimarca lo stato inequivocabile e i campi semantici- autorità, potere, crudeltà, sopraffazione- si sovrappongono fino a capovolgersi nell’ironia che si fa arma di resistenza. Dell’altra poesia cito subito i primi tre versi che sono il chiaro resoconto di un annullamento, di uno svilimento, connivente e perciò maggiormente doloroso e scarnificante, che si è reso necessario per la sopravvivenza: Il mio rifugio è nella disgressione,/ senno che fa il lessico piatto,/ asciuga la lingua degli occhi. Il lessico è piatto, prosciugato: esserci, esistere è un aggrovigliarsi doloroso della lingua- pensiero: 

Il mio rifugio è nella disgressione, 

senno che fa il lessico piatto,

asciuga la lingua degli occhi. 

Ti menziono per ingoiare, digerire 

la mia fiacchezza e rifiutare il 

conforto – sui polsi, la tua stretta 

spezza la pace che urli. Bisogna 

distinguere il capo per dipanarsi, 

accertare la propria estensione, 

aggrovigliarsi di nuovo per tollerare 

il discernimento. Qui, dove lo spazio 

è esiguo, divorarsi nella memoria. 

La parola poetica è una cronaca, una ricostruzione dei fatti, una narrazione in cui fabula e intreccio degli eventi emergono solo a posteriori, solo dopo una discesa agli inferi, quando il corpo prende il posto del discorso e si fa testimone di una vicenda che non può più essere ingoiata, perché sia taciuta, e neanche trattenuta e quindi implode e straripa come il mestruo inarrestabile della poesia di pagina 31. Una versificazione sovraccarica di allitterazioni, suoni lapidari come rumori di crollo, bilanciata a metà dalla paronomasia limare/ lumare che rimanda al gioco creato tra mètra, utero, e metro, termine polisenso come misura di un vivere accorto e confinato nel non oltrepassare e metro misura del verso, lo scavo terrigno, palese e allo stesso tempo sotterraneo che ha permesso di conservare una parte del sé. Il significante fonosimbolico è insieme significato e referente e in questa aderenza, polisemia chiave di questo testo tragico, va cercata, a mio parere, la ragione delle peculiari scelte lessicali: 

femmina mina su specie, mètra incisa 

che cricchia. Dentro il mestruo straripa. 

Non ha meta. Strepita il secondo sesso

(un uno più un mezzo disteso) sfalda 

il suo peso e impregna. Male a tessere 

e metro da limare. Lumare dunque quella 

metà per esserci – l’apoptosi scardassa 

chi non ride della sua morte. Soffocare 

nel sangue il sé che nel suo sangue vive. 

Svanire.

Svanire è il tempo e il luogo di miRea, l’ossimoro di non esistere per esistere, evaporare e sperdersi per sapersi: basta che io sia/ non è detto che io sia. Flebili/ anche le voci di corridoio, ritrovarsi nella coscienza del proprio tempo violato: Pochi/ secondi ancora per comprendere/ il tempo che ha violato il mio. Reduce dell’illusione questo dolore. (p. 32). 

Fuggire significa riconoscersi, darsi il permesso di esistere, comprendere, come accade all’Eva ritratta nel suo esilio, che esiste di noi un nocciolo duro che non viene definito dalle qualità attribuite, e che si nasce per essere.

Andarsene come Nora, insieme a Nora, antieroina che ci parla, che coglie il suo valore in un momento rivelatore: anche in Casa di bambola la comprensione è frutto di uno squarcio, una crepa in cui il corpo, il respiro partecipa ai movimenti dell’intelletto e il vissuto tira le fila di conoscenza ed esperienza e si fa sapienza, sapere che cambia la percezione di sé e dell’altro. Il sistema mostra la sua crepa insanabile, il prodigio, l’evento luminoso e illuminante del dialogo con l’altro non avviene: bisogna tranciare i fili, andarsene per crescere. (p. 34):

RILEGGENDO IBSEN 

Hedda corregge il tiro e si addormenta, 

Nora non arretra. C’è qui una tenacia 

discosta – traspirano ancora le carte. 

È la perpetua cognizione, l’indugio 

si tronca per compiere l’azzardo. 

Le mani riscuotono il retaggio. 

miRea dialoga con le donne di Ibsen. L’interlocuzione con il testo letterario, alla quale l’io poetico ci invita, riversa l’immaginario nel quotidiano, ne travalica i confini e pone interrogativi fecondi per darsi altre possibilità di ricostituirsi, tramite la lingua, in una nuova dimensione di parola- corpo- segno, respirare altre possibilità di agire, pensare, imparare, vedere le crepe e scegliere, aprire il vuoto a una nuova visione. 


 *Successivamente pubblicata in Tutto e ogni singola cosa, Edilet 2017

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Note Biografiche

“Borgia mette in gioco l’istinto di sopravvivenza per combattere l’inquietudine”, così scrive Franco Manzoni sul“Corriere della Sera”, parlando della sua poesia, che indaga, attraverso dei moti filosofici e lirici, i meandri dell’Io in continuo dialogo con i risvolti civili. 

Nel 2019 è stata finalista al Premio letterario Internazionale Città di Como. Nel 2020 ha pubblicato con Il Convivio Editore la raccolta di poesie “L’innocenza dell’ombra”, opera selezionata al Premio Camaiore e semifinalista al Premio Prestigiacomo. Nel 2022 ha pubblicato “Cronaca dell’abbandono”, libro con il quale è arrivata fra i cinque finalisti del Premio Letterario Forum Traiani, sezione poesia edita. Sue poesie sono state inserite nell’antologia “Pasti caldi giù all’ospizio. Antologia degli opposti” per Transeuropa Edizioni. Ha collaborato con le pagine culturali del quotidiano “Conquiste del lavoro”. Per la casa editrice Il Convivio ha fondato e dirige la collana di narrativa i dissidenti. Co-dirige la collana di poesia Ormeggi.

La raccolta “Ismi”, recentemente impreziosita da una nota di Renzo Paris, è la sua ultima pubblicazione.

Siciliana, vive a Tivoli (RM) da alcuni anni.