«ogni cosa, ogni cosa ha una voce» (p. 25): e Cristina Polli nella sua ultima, raffinata, plaquette fa sentire la voce del mare e del vento, delle onde e della spuma, del silenzio e dell’ascolto, delle tamerici perfino inaspettate, appunto, nel momento della loro fioritura.
Canto alla natura, natura naturans, vista nel suo farsi (Avvenne il silenzio /un vortice muto / forma d’aria che affila il tacere / e strappa la carne. / p. 35) e nel suo prendere con sé l’anima che le si era affidata non per un rifugio ma per un legame che fosse ripresa di energie. Che l’autrice vuole di nuovo far emergere da incontri con le forze naturali enucleate in essenzialità di parole e di espressione: per giungere a dare ad ogni cosa la sua voce, per dire a chi assiste e guarda la tamerice in sboccio – e dunque a chi legge la sua poesia – la piena introiezione di una rinascita: il desiderio di un volgersi delle cose della vita, soprattutto l’augurio (non enfatico) di un porsi di fronte ad esse non in antitesi ma in una orizzontale capacità di discioglierle, di venirne a capo, di averle con sé per coglierne e farne girare il vento analogico, rimettendone la negatività al suo percorso.
Lasciati dolori e dinieghi, avversità e perdite, il mancato “sì” alle pretese, dismessi gli agguati della vita in quanto tale, fatto tesoro delle fibre riarse, fermato il grido su un antecedente prima, cioè su un avvenuto («il taglio de’ frangenti», p. 45) non nominato apertamente nei versi ma certo accaduto perché congenito alla vicenda esistenziale, le poesie si danno nel loro aprirsi ad altro, alla ricerca di voci intime, della propria anima, cui ricondurre questo altro. Cercarle le voci, raggiungerle, sentirle, farle parlare, accoglierle, tenerle accanto
Il mare ha ripreso il suo canto
e le nuvole raggiungono la luce
nel coro si fondono gli accenti.
Riconosci il vento
che sfiora d’aria e libera la voce
cresciuta nella conca del silenzio. (p. 51)
Poesia con l’incanto di metafore chiare, del bisogno di non celarsi, della necessità di rivelarsi, di figurare la chiarità del sentire («parla il bianco / col bianco della spuma del ritorno.», p. 17) e rifigurarla nella medesima intensità linguistica (p. 53).
Già avevo avvertito la limpidezza della poesia di Cristina Polli nella raccolta del 2017 (Tutto e ogni singola cosa), quel suo andare alla radice delle cose e restituirne il diapason della possibilità: del ritorno nel nuovo apparire.
Ascolta. Torna con l’increspatura lieve
il velo ineguale delle onde
con il soffio del vento ch’entra in canto!
Vieni quando fioriscono le tamerici
quando le pendule infiorescenze
raccolgono i bisbigli e parla il bianco
col bianco della spuma e del ritorno. (p.53)
Perché nulla sia perduto e perché nulla, forse, è perduto o si perde del proprio vivere. Tutto è stato e viene messo in conto: ma le tamerici ri-fioriscono e «parla il bianco / col bianco della spuma del ritorno.»
Cristina Polli, Quando fioriscono le tamerici, pref. di Alessandro De Santis, Fusibilia 2020