Considerazioni sull’opera di Achille Serrao di Fedinando Falco

In occasione della Giornata Achille Serrao pubblichiamo questo intervento (inedito) del poeta, coetaneo, suo amico d’infanzia, adolescenza, gioventù, età adulta e senile Ferdinando Falco (1936-2016) pronunciato a Roma il 14 aprile 2004 per la presentazione, presso il Teatro Tenda Blu, Il Giardino dei Demar, del libro Achille Serrao poeta e narratore. Antologia della critica e biobibliografia, a cura di Cosma Siani (Roma, Edizioni Cofine, aprile 2004)
 
Conosco Achile Serrao da sempre. Siamo emigranti dello stesso pianeta meridionale oltreché partecipi della stessa ondata di viventi sbattuta nella lotteria della vita nel 1936. Abbiamo vissuto le gesta per noi (come per chiunque) epiche della nostra infanzia, adolescenza e gioventù nello stesso satellite di periferia squallido, stolido e rissaiolo. Frequentate le stesse scuole. Voglio dire con questo che posso presumere di conoscere le ragioni sorgive e i motivi di cronaca quotidiana del suo pensiero e, dunque, della sua poesia e che posso indicare le une e gli altri senza bisogno di affaticarmi studiosamente per riconoscerli. Sono, per così dire, un attendibile testimone oculare. Bene: queste ragioni e questi motivi si collocano sempre nella sua formidabile, scettica, irriverente, ironica coscienza di essere un uomo, cioè di essere a priori uno sconfitto che però non rinuncia mai a dar battaglia. È un sillogismo che ci imprigiona tutti senza distinzioni già, se si vuole, da un punto di vista soltanto biologico.
 
Il prefatore della primissima, scarna opera poetica di Serrao (Una pésca animosa, Roma, 1966), mai più citata nella sua bibliografia, ma recepente in nuce e in vitro i fascini esistenziali ed estetici cui il nostro soccombe, scriveva allora: “ciò che è originale in questi componimenti poetici è appunto questo torturarsi, questo torcersi su se stesso in un cruccio… del quale non sa liberarsi…; un profondo, sincero tormento di uomo vinto che tuttavia riesce a gridare la sua ira e il suo dolore…”. Ma dal 1966 a oggi Achille Serrao ha saputo fare ben altro che addizionare a quella sua iniziale, proterva e distintiva piega dell’anima, successive costruzioni verbali che la ripetessero scolasticamente. Egli – con la geometria dei suoi linguaggi successivi – si è ricondotto a riconoscere le radici della dignità e della sapienza dell’essere umano che, cosciente di sé, della sua precarietà, urla con coraggio, mormora con coraggio, si affatica con coraggio sulla superficie rugosa del pianeta, dice e significa con i suoi strumenti la propria rabbia e il proprio dolore di mortale e di moribondo.
 
Serrao (mi si consenta di dirlo con la nota che Angelo Ricciardi ha premesso nel 1974 a una delle altre fatiche poetiche del nostro Destinato alla giostra – titolo di per sé non solo chiaramente indicativo, ma anche e soprattutto specifico lacerante della coscienza della teatralità degli avvenimenti e dei loro protagonisti che riemergerà, rompendo il velo di ambiguità e distinguo fra l’articolazione della lirica e quella della prosa, nelle prose di Sacro e profano del 1976i, di Scene dei guasti del 1978, di Cammeo del 1981 e di Retropalco del 1995) – Serrao dicevo, “aderendo” – e queste sono le parole di Ricciardi anteposte a Destinato alla giostra – “alla logica del possibile piuttosto che del certo e avvalorando la sua ricerca con traslati dal soggettivo all’obbiettivo, attua, nella sfera dei suoi orientamenti operativi alcune delle aspettative più caratterizzanti della sua generazione.”
 
Proprio e meglio che altrove, è nei racconti presenti in Scene dei guasti che io ravviso il coagulo delle previsioni di Ricciardi; la realizzazione puntuale delle premesse estetiche ed esistenziali dell’autore; l’aggancio e il trapasso dai riferimenti personali al riconoscimento di sé nella vita monca e gelida che conduciamo; l’innesto naturale dell’oggettivo sul soggettivo. In quelle prose noi tutti, con Achille Serrao, siamo anzi ci identifichiamo con l’ebreo malato e tradito, con l’esule tormentato dalla nostalgia del suo meridione, inchiodato per necessità di vita nella città del nord, estranea e gasata e che – forse – è nutrito della stessa voglia di ritorno alle origini che condurrà Achille Serrao a riconsiderare e ricostruire, nella sua successiva produzione, il linguaggio municipale dei padri; con l’assessore psicopatico torturato dalla sua metamorfosi; con il burattinaio dotato dell’impressionante coscienza dell’affinità fra le marionette inerti o manovrate del suo teatrino e quelle altre altrettanto inerti, altrettanto stolide, altrettanto manovrate che si spupazzano, al di là delle quinte, fuori del teatro, in un esterno sporco e casuale.
Serrao insomma si assume l’ufficio di ricordare, con i suoi ordigni linguistici ardui e astuti, che il grigiore dell’essere umano è genetico e dunque permanentemente presente.
 
Nella sapiente e mirabile prefazione all’autoantologia La draga le cose (poesie dal 1961 al 1996) che Serrao ha voluto sistemare nel 1997 per i tipi dell’editore Caramanica, Emerico Giachery fa un ineludibile riferimento al ’68 e, diciamo, all’aria di “rivolta metafisica” che si respirava già negli anni antecedenti. Dice Giachery: “insorgeva la banalità consumistica, incombeva preludio di riflusso. La generazione giovane, allergica a pregresse retoriche, diffidava delle possibilità nuove, non si sentiva creativamente inserita nel divenire della società, tendeva spesso al silenzio, rotto solo dopo molti anni dal fragore dirompente del ’68. Tutto ciò può avere a che fare con la parte iniziale di questo libro? Non so”. Un’annotazione politica. Un punto di domanda alla quale il prefatore de La draga le cose non si sente di rispondere ben sapendo che sì, che la parte iniziale di quella antologia tratta dal secondo libro di Serrao, Coordinata polare, edito appunto nel ’68, ha a che fare con quel periodo. Ma per l’indifferenza con cui in quel momento percorso da fermenti ideologici giudicati come sintomi di una febbre di crescita che avrebbe estinti i corpi di ossificate istituzioni aprendosi al futuro di ardite giocose costruzioni sociali, Coordinata polare rappresentava genialità linguistica, accuratezza olimpica del linguaggio, criptaggio di un segnale riformista del nuovo modo di essere e di esprimersi. Ogni autore è esposto alle vicende del suo tempo. Achille Serrao non fa eccezione. Coordinata polare, con poesie datate antecedentemente al ’68, si presenta come la prima complessa prova della vocazione all’esercizio poetico di Serrao e soccombeva all’indifferenza del momento nel vociante verbalismo di allora. Eppure la sua visione dell’oggetto era accurata, indicativa. Egli allora è stato derubato del suo momento di essere. Coordinata polare fu un libro per pochi occhi. Pochi si sono accorti di un autore in cabrata, già solo per quella prova, nel panorama della nostra letteratura.
 
Tuttavia Achille Serro non ha sostato sui risultati di Coordinata polare. Il nesso (poesie del 1973), Destinato alla giostra (poesie, 1974, Lista d’attesa (poesie, 1979), Scene dei guasti e Cammeo (prose, 1981), tre cartelle di grafica e poesia in collaborazione con Mario Lunetta e Vanni Rinaldi, pittore, e infine L’altrove il senso, l’ultima opera in lingua italiana, sono i brandelli della sua visione del mondo anzi della resa formale di quella visione appesi come segnali alle spine dei cespugli del suo percorso. Ha sperimentato attività di animatore culturale, di critico (ricordo le sue antologie, i suoi studi su Luzi e Caproni), di organizzatore.
 
Ora, da molti anni ormai, si esprime poeticamente, scrive nella lingua aspra e melodiosa del paese di suo padre. Una lingua lontana dalla vezzosità bamboleggiante, dannunziana, cittadina di Salvatore Di Giacomo e dal presepiale e retorico realismo di Eduardo De Filippo. La sua è la lingua di chi fatica, di chi si è sacrificato, di chi sa che cosa è il tufo del paese, l’estate sulla canapa, il gelo e l’umidità dei basolati e delle soffitte. Mal’aria (1989-90), ’O Ssupierchio (1991-92), ’A canniatura (1993), Cecatèlla (1993-94), Semmènta verde (1996), le date sono il battito temporale di questa nuova giovinezza interpretativa e creativa.
 
Non dirò molto di più su questa operazione straordinaria che come sa anche Serrao personalmente non condivido, pur apprezzandone i risultati, per motivi che trascendono la questione estetica e concludo dicendovi che è per la complessità complessiva e coerente del suo linguaggio poetico, per la sua serietà di studioso, per la sua ironica capacità di mettersi in giuoco che io giudico Achille Serrao una voce autentica del mio tempo, un interprete delle nostre lacerazioni, giudice e insieme vittima di un mondo che sta cambiando la sua pelle di rettile ma non la propria natura di rettile.
 
Ferdinando Falco
 
pubblicato 18 ottobre 2016