Con il lapis* #36: Da luoghi profani di Elisabetta Destasio Vettori

Recensione di Anna Maria Curci

 

Con il lapis* #36: Elisabetta Destasio Vettori, Da luoghi profani. Prefazione di Roberto Deidier, Les Flâneurs Edizioni 2023

Come pianta di cappero 

starei volentieri

in tutta nudità

perpendicolare

– appesa sul muro

di cinta di pietra infilata

radici e ventre sotto vento

che ti sporgi e pieghi 

appena

dal parapetto della

terrazza del Gianicolo

(p. 27)

Sono scritte «da luoghi profani» le poesie della raccolta omonima di Elisabetta Destasio Vettori. Il titolo sottolinea sia l’importanza dei luoghi, fondamentali nella costellazione che si manifesta in questo volume – innanzitutto Roma, nella sua essenza e nella sua corporeità, con il suo carico di simboli, i suoi scorci e i suoi colori unici, e l’Africa delle origini dell’umanità e dei ricordi legati alla figura paterna, amorevolmente nutriti e, a loro volta, nutrimento costante -, sia l’allontanamento intenzionale da tutti i toni ieratici, le prese di distanza dall’incedere solenne, la rinuncia alle vesti sacre, se queste sono solo apparenza, non certo, tuttavia, la rinuncia alla sacralità della parola poetica.

Restituita alla sua «nudità», la lingua diventa più schietta, recupera il dono della «spietatezza», come sottolinea Roberto Deidier nella Prefazione, non cerca eufemismi, non risparmia e non si risparmia. Nel suo significato di linguaggio, di idioma, la lingua si incontra con la sua omonima, almeno in italiano, vale a dire la parte del corpo, l’organo muscolare nella cavità orale. L’una comunica con il mondo e lo esprime, l’altra lo saggia, insieme si ergono a protezione: «bisognava stare dentro,/ dentro la lingua» (p. 113). 

Entrambe, tuttavia, appaiono come sopravvissute a un trauma, alle prese con una ferita («lesione non guarita», p. 61), sfinite da un corpo a corpo aspro, quando non addirittura cruento, là dove lo spargimento di sangue non è taciuto né tantomeno edulcorato.

L’eros – come non pensare dipinto di Tiziano, ora alla Galleria Borghese di Roma, che comunemente viene chiamato Amor sacro e Amor profano, tanto più che p. 66 si legge «grondante alla mia fonte/ nel sacro e nel profano», con una ripresa, nell’immagine, dello scenario del quadro? – è rinascita, è conoscenza, è campo di battaglia. 

Non è casuale, a questo proposito, la poesia riportata in apertura, nella quale la pianta di cappero, manifestazione di inaspettata eppure resistente bellezza, modello esemplare di tenacia, è accostata per il tramite di una similitudine a un desiderio dell’io poetico. Essa sta «in tutta nudità/ perpendicolare» su un luogo che fu teatro dell’ultima sanguinosa battaglia per la Repubblica Romana il 26 giugno 1849, su un luogo che ricorda ancora oggi quel combattimento e che «da luoghi profani» e profanati dalla violenza di un conflitto, si affaccia, con una prospettiva ampia, su tanti luoghi, anche sacri, della città di Roma. In una poesia successiva, l’affacciarsi su un panorama come momento di appagamento di desiderio e sete di conoscenza, si palesa così: «potessi […] guardare tutta Roma/ dalla terrazza panoramica» (p. 110). 

L’io poetico sa certamente, in virtù della sua conoscenza che alla teoria unisce la pienezza dei sensi, che il cappero fiorisce, quasi obbedendo a una segreta volontà della pianta e non per intervento umano, nei luoghi più inaspettati di Roma, anche, per esempio, su un muro che fu luogo di agguati e di convegni segreti, lungo quel Clivio di Rocca Savella che scende dall’Aventino fino a Santa Maria in Cosmedin e da lì risale all’Aventino, all’altezza del Giardino degli Aranci. Per lungo tempo il Clivio fu legato a funzioni belliche e anch’esso, analogamente al parapetto della terrazza del Gianicolo, «cinta di pietra infilata», fu teatro dei combattimenti tra le truppe francesi e quelle di Garibaldi all’epoca della Repubblica Romana. 

Potrebbero essere, la «pianta di cappero» e la «cinta di pietra infilata», contemplate tra le voci di un glossario della poesia di Elisabetta Destasio Vettori in Da luoghi profani. Altre due voci di questo ipotetico glossario sono «acqua» e «vento», quest’ultima già presente nei versi di p. 27. Anche queste due parole si distendono fino a richiamarne altre, per associazione e per ampliamento del significato. Se, inoltre, le parole «pianta» e «pietra» suggeriscono il richiamo all’elemento terra, i termini «acqua» e «vento» palesano altri due elementi, acqua, appunto, e aria. 

In Da luoghi profani l’acqua ricorre spesso come pioggia, battente o lieve, leggera o copiosa, perfino invadente, liberando, nella maggior parte dei casi, sinestesie: «fatti pioggia che non batte,/ entra» (p. 15), «ma l’acqua cade obliqua, bagna e semina/ – azzurro, azzurro/ sopra tutte le macerie» (p. 18), «Se potessi farmi/ il rumore dell’acqua sulle ossa/ il privilegio del suono bianco» (p. 34), «Si è fatto un gran parlare/ di questo temporale/ tempo avverso» (p. 53), «- mentre mi piovi autunno/ dentro inverno/ benedico ogni solitudine» (p. 57), «sotto una pioggia sporca» (p. 60), «un’alluvione» (p. 68), «sotto il battito incessante della pioggia» (p. 70), «il fremito della gemma/ torna al mondo/ e diventa pioggia» (p. 105), «avvertire prima/ che l’acqua sarebbe potuta entrare/ invadere le parti buone/ marcire ogni cosa/ prenderne possesso» (p. 113).  

Del vento, o, per essere più precisi, dei venti, ricorrono in Da luoghi profani diverse tipologie, ponente, levante, grecale, tramontana: «A me tu vieni/ come il ponente/ su Roma» (p. 25), «vento notturno» (p. 26), «bianco vento» (p. 28), «Se potessi farmi/ tua aria» (p. 34), «La periodicità del grecale/ mette a dura prova/ ogni istanza» (p. 47), «in fondo in fondo, e poi ancora fuori/ che il blu inonda/ come fosse un cielo terso su Roma» (p. 66), « e nella gola ho deglutito/ ogni tramontana/ e tua siccità» (p. 80), «e il vento di levante» (p. 104).

Il mutare dei venti determina variazioni anche nella percezione dei colori, con una vera e propria apertura della tavolozza – e della simbologia che questa reca con sé – nei toni che vanno dal grigio al «cielo fuliggine», dal pervinca all’indaco, dall’azzurro al blu notte. È un viaggio cromatico che amplifica l’intero percorso tracciato da questo volume, Da luoghi profani, dalla ferita, dalla cesura, dall’abbandono, dalla mancanza, a un ingresso, se si lascia «aperta la porta», che possa «bandire il vuoto attorno». 

Anna Maria Curci

*Con il lapis raccoglie annotazioni a margine su volumi di versi e invita alla lettura della raccolta a partire da un testo individuato come particolarmente significativo.