Con il lapis* #16 – Autobiografia del silenzio di Cinzia Marulli

Nota di Anna Maria Curci

 

Con il lapis* #16

Cinzia Marulli, Autobiografia del silenzio, La Vita Felice 2022

*Con il lapis raccoglie annotazioni a margine su volumi di versi e invita alla lettura dell’intera raccolta a partire da un componimento individuato come particolarmente significativo.

 

Con la penna in mano

scavare tra le costole

 

un violino urla

lo sconcerto del vuoto

il dolore è una cosa solida

quando afferra

sono le mani a lasciare la presa.

(p. 39)

 

La penna scava nel corpo, si scontra con le punte aguzze del dolore e incide la materia pulsante – agglomerati e filamenti – che emette colpi, si dilata insinuandosi e solo a volte, tra l’indistinto e l’inatteso, manda segnali alle terminazioni nervose.

In Autobiografia del silenzio Cinzia Marulli narra di uno strappo dilaniante, di una ferita taciuta e irreversibile, di un silenzio lunghissimo, nato da quella devastazione e dall’orrore che ne è derivato. Narra, tuttavia, anche della coscienza, forse lenta o addirittura lentissima, lunga decenni, che si fa strada, scava nel dolore, il quale, a sua volta, «è una cosa solida», che afferra e può annientare.

Con la penna, la coscienza incide quella massa che pulsa cupa e indistinta, affronta l’urlo, acuto come una nota sprigionata da un violino. È un urlo che sfugge a ogni pianificazione di equilibrio, a ogni tentativo di sordina.

La coscienza è scelta – un azzardo, un rischio di cui conosce le insidie – oltre il vuoto, oltre il suo sconcerto. Essa scrive, infine, liberando la parola. Questa sfugge dalla morsa della violenza imposta, dalla vergogna che per un tempo dilatato ha generato il mutismo; non tace più l’osceno, non lo copre di silenzio, ma, esponendolo, lo supera, in virtù di un’altra forza, tenace e chiara: il bene.

È questo l’itinerario percorso dalle parti – Il prima, L’orco e la bambola, Il dopo, In fine – che costituiscono il corpo di Autobiografia del silenzio.

Il prima disegna una topografia dell’infanzia fatta di fiduciose aspettative, di momenti gioiosi, di luoghi – interni ed esterni – e strade che si ripresentano vividi attraverso i colori di oggetti, di dettagli e di presenze, immagini-simbolo, che la coscienza-scelta ha saputo restituire alla memoria, di un procedere curato, corroborato dall’amore: il grembiulino inamidato, il cestino pieno di colori, le scarpe rosse di vernice con i calzettoni bianchi traforati, il cerchietto di raso, il vestitino nuovo a dicembre, comprato nel negozietto vicino alla Fontana di Trevi, le pastarelle e le passeggiate al centro, appena usciti dalla casa di via del Tritone 132, di cui il papà è portiere, il pranzo di Natale nell’appartamento affollato da zii e cugini in festa, d’estate le domeniche al mare con la 124 blu, tirata a lucido. La bambina, di cui si narra, è a volte la «bambola» con tanti sogni, nutriti dietro «due grandi occhi scuri» che «salgono coraggiosi le scale del futuro», a volte l’io che ricorda di essere stato sempre poetico, anche nel momento di salire sulla sedia per recitare – con inserti di fantasia – la poesia di Natale al pranzo del 25 dicembre.

Versi di una incisività acuita dalle forme precise e austere, composti con misure diverse e raggruppati prevalentemente in distici e in terzine rendono, in L’orco e la bambina, ciò che è successo: «in pochi istanti il male/ il male per sempre». Tutto travolge in un tempo brevissimo ogni cosa “di prima”: «La porta chiusa con forza/ il vestitino nuovo quasi strappato via». La confusione, la corsa a casa, la febbre alta della «bambola»: «si nasconde nel lettone grande// nessuno sa// forse può farcela». Il silenzio, la «vergogna immonda», la bambina, le bambole, il loro dialogo muto: «Le bambole/ sono tutte in fila sul letto/ a tutte quante/ la bambina cattiva/ ha tolto gli occhi». Eppure le bambole sono contente di non poter più vedere «l’orco cattivo che le spoglia nude/ fino alla pelle gelata di paura». C’è, nel gelo della paura, nella deflagrazione del mondo di prima, nel sapore osceno di tutto ciò che è stato travolto, ancora uno spiraglio verso una strada da percorrere, lo schiudersi di una possibilità di tornare a essere felice.

La strada è lenta, è impervia, il sentiero è tortuoso e lungo, come narrano le poesie di Il dopo. C’è una consapevolezza nuova a guidare lungo il sentiero, sul quale non si può che «camminare soli»: occorre saper «guardare oltre». Passare per il dolore che scava, interrogarsi, desiderare di non sentire più quel dolore, di «non sentire». Nel 1967, nel primo volume della sua Trilogia di Copenhagen, intitolato Infanzia, la scrittrice danese Tove Ditlevsen scriveva: «Ma se non si conosce la scorciatoia, l’infanzia va patita e superata con fatica, ora dopo ora, per un inconcepibile numero di anni». Su tale sofferta constatazione, i versi di Cinzia Marulli sono esemplari: «Tutto è stato diverso/ il percorso ormai/ lapidato// stigmate d’infanzia/ sulla carta d’identità».

Il male, nonostante tutto, agli occhi della «bambola» cresciuta, che scorciatoie proprio non ha potuto conoscere, «resta indietro» e, In fine, prevale la scelta di perdonare e conservare il bene.

 

 

Anna Maria Curci