Commento alla “Stornellata di Pinocchio” di Fabio Prasca

Recensione di Pierino Pennesi

 

Lo voglio ringraziare il dottor Prasca

per la bella lezione che ci ha dato,

la storia di Pinocchio ha messo in tasca

al “romano de Roma” innamorato

e non è stato un fuoco, sai, di frasca

ma un bel braciere ardente ed infiammato

capace di arrostir sui suoi carboni

tanti moderni belli, brutti o buoni.

 

Spero che il dottor Prasca mi perdoni

del paragone fatto del suo scritto;

in questo tempo di tanti padroni

che vuole l’uomo succube e sconfitto

tra svolazzi elettronici di droni

che provano a giocarselo il diritto,

l’eterna storia di quel burattino

può ridarci fiducia nel cammino.

 

Non ho mai fatto recensioni, però mi accingo volentieri a scrivere qualche nota sulla pubblicazione di Fabio Prasca per ricambiare l’attenzione che lui ha voluto riservare al mio “L’avventure de Pinocchio” in ottava rima concatenata in dialetto “Lumierasco” mettendo in luce analogie e differenze tra i due lavori.

La sua “Stornellata de Pinocchio” è veramente un gran bel lavoro pieno di spunti interessanti e arguti. Nell’organizzare il tutto l’autore sembra seguire il testo classico del Collodi fin dall’inserimento, all’inizio di ogni capitolo, di un’ottava riassuntiva del contenuto proseguendo poi con l’accurata descrizione degli eventi che vi si svolgono.

Ma, al contrario di quanto ho fatto io nel mio lavoro in cui tendo a sintetizzare i concetti e i fatti più rilevanti concentrandomi sul linguaggio, la “Stornellata” allarga il discorso, si sofferma sui particolari in modo molto più descrittivo, si direbbe quasi che allunghi il brodo (ottima la descrizione ad esempio sul teatro dei burattini!) con l’intento di mettere in evidenza quello che, a mio parere, è il suo scopo principale: attualizzare la storia del burattino Pinocchio.

L’autore crea così una fitta trama di riferimenti alla città e alla contemporaneità. Tali riferimenti riguardano soprattutto il linguaggio poetico del Belli e del suo “monumento al popolo romano” (fino a oggettivarlo nel massiccio libro scagliato contro Pinocchio nelle fasi finali del testo) ed i riferimenti “geografici” (quasi una guida turistica) della città di Roma e del suo “piano Rigalatore”,

(la chiesa dei falegnami, la spina di Borgo, via Sannio ecc.) riferimenti che emergono come lampi nel corso di tutta l’opera in modo inaspettato a suggerirci il senso di profonda attualità della storia di Pinocchio.

Trovo assolutamente geniale la trasposizione del “Gatto e la Volpe” e del “Campo dei Miracoli” nel mondo dei faccendieri, delle banche e della finanza tra politici burattini, Barby&Yhanny, i blog, i Calisto, Sergigno, il Vaticano, le isole Smargiasse fino a Renatino; riferimenti a vari livelli di fruizione e di godimento nella lettura.

Tali richiami all’attualità si incrociano sempre comunque con la lingua del Belli e le notazioni dei vari sonetti a cui si riferiscono; quasi un collegamento continuo tra la fine del secolo XIX in cui fu scritta  l’opera  e quella del XX ma  si inseriscono altresì spunti di carattere culturale: dalle stanze dorate del duca di Urbino, alla “serva oscura” di Dante , al “tata perché m’hai abbandonato” dei Vangeli, in un continuo intersecarsi tra il racconto di Pinocchio e l’estro poetico dell’autore.

Questo gioco delle parti prosegue, a fasi alterne, per tutta l’opera; a momenti sembra dominare il testo collodiano e poi spunta il tocco di Prasca che ci ricorda la sua personalità e il suo intento inserendo in modo originale il suo punto di vista.

Molto efficace il contrasto tra il “coatto” Lucignolo e Pinocchio nel momento cruciale della scelta se andare o meno nel “Paese dei Balocchi”; qui l’autore impegna diverse ottave per sottolineare lo sforzo, vano, di Pinocchio nel resistere alla tentazione di seguire l’amico balordo. Così, non appena il burattino cede alle lusinghe, si apre un altro mondo: gli asinelli che tirano il “carrozzone” tra le “buche di Roma” sono assimilati ai calciatori delle più note squadre e il “Paese dei Balocchi” viene attualizzato con riferimenti da “via Orgettina”, a “slotte”, a “gratta e perdi”, a “biglietti verdi” fino alla trasformazione in asini dei due personaggi ed ecco che l’omino del “carrozzone” ci porta nel mondo del “Piscione” tra parlamentari, tele, pajacci, veline fino all’evocazione di un certo “Sarvini” (su cui avrei qualche riserva).

Insomma tutta l’opera è un melange tra serio e faceto, tra storia e cultura popolare; un divertissement gradevole per tutti a vari livelli. Una vera “Stornellata” da cantare magari in un’osteria di Trastevere dove ad ascoltare ci può essere dal muratore in pausa, al turista curioso, allo studente svogliato.

Un grande grazie a Fulvio Prasca per averci regalato questo bel capolavoro di spirito romano.

 

Pierino Pennesi

 

 

Pubblicato il 22 aprile 2020