Co ’a scùria (A colpi di frusta) di Maurizio Casagrande

Recensione di Vincenzo Luciani

Rude, dissacratore, a tratti scorbutico fino a risultare sgradevole, quasi un poeta maledetto così si presenta (e desidera ardentemente apparire), e così potrebbe sembrare ad uno sguardo superficiale, ma c’è un lato nascosto di Casagrande che vorrei far emergere in questa mia lettura della sua recente raccolta Co ’a scùria (A colpi di frusta), MC edizioni, Milano 2020.

Achille Serrao ed io lo cogliemmo leggendo attentamente per la prima volta i suoi testi della sua raccolta inedita Anca sensa de mi e cioè che: “quando è al meglio si affida alla sola forza dell’immagine e del dire”. Così afferma la motivazione con la quale la Giuria del Premio Ischitella-Pietro Giannone nel 2013 lo premiò come secondo classificato (vincitore risultò il compianto Giovanni Benaglio, veneto anche lui, ma veronese). Valga come esemplificazione la poesia “A recia”: Serco el siènsio drento ’a paroea / vujo ’na musica / soea ma scussì fina /ca pena a se senta fin / ca a deventa ’na sinfonia / ma scussì bea ca po’ tuti / se ’a canta ’lmanco / ’na s-cianta anca sensa / de mi.

Nel 2015 nella raccolta Pa’ vèrghine ave (Per averne api) su 28 testi 13 sono nuovi mentre sono ben 15 quelli già presenti nella raccolta Anca sensa de mi premiata a Ischitella [Caino e Abèe (Caino e Abele); Otoritrato (Autoritratto); Maebolse (Malebolge); Mi me piase (Quello che amo); A Sandrìn Xanoto (A Sandro Zanotto); ’Ia Pa’ ’i orti (Presso gli orti); Al me Gigjuti (A Luigi Bressan); A Ciano (A Luciano Cecchinel); A mimismo (A me medesimo); Soto on cajcanto (Sotto un calicanto); Amore e morte; No’ ca l’è? (Ma dov’è?); A recia (Ad orecchio); In spièra (In controluce); Ma ti popà (Ma tu papà)]

Nella motivazione del Premio Ischitella si diceva di lui anche: “Ironico ed autoironico, si affida ad un piacevole tono colloquiale, semplice, quasi naturale che intesse con se stesso e con gli altri. Molti i temi: metapoesia, dialogo con i poeti, bilanci di vita, frammenti esistenziali con rapide pennellate, vivaci bozzetti. Rinuncia a ritmi ricercati e rifugge dalla metrica, ma adopera rime finali e al mezzo che danno sonorità alla sua corrente di pensieri”.

A queste caratteristiche peculiari, in un processo costante di crescita poetica, egli è rimasto ancorato “in un gorgo di fedeltà”, mostrando, anche nelle raccolte successive che Col diaeto te pol dire tuto, come afferma nella poesia “On xóvane e on vecio a discorare” in Sofegón carogna il poeta Tino Minetto (“un amico e un poeta cui devo molto”) con il quale il Nostro intrattiene “un dialogo, mai interrotto”

Casagrande ha pubblicato le sillogi Sofegón carogna (2011), Pa’ vèrghine ave (Per averne api) nel 2015, In sènare (In grigio) nel 2018 Dàssea ’nare nel 2019, oltre alla plaquette Soto’a nogara, ma fora stajòn (2015). Tutte in dialetto, anche se il suo italiano è eccellente e lo dimostra nelle traduzioni “contrastative” e non letterali dei testi in dialetto.

IL DIALETTO – A di là delle “Tre valide ragioni per non usare il dialetto” (p. 19) in apertura di questa raccolta, Casagrande tiene molto al suo particolare inimitabile dialetto ed alla poesia in quel  “…basso-padovano/pavano materno, una lingua ancestrale con innesti e contaminazioni da ogni variante veneta contigua così da farne uno strumento duttile e unicamente mio. Qui, però, esso assume anche valenza di atto politico in senso lato, quello cioè di schierarsi a difesa e tutela di soggetti o valori negati nei fatti, se non in linea di principio, in controtendenza rispetto alle linee dominanti ai nostri giorni, pur nella consapevolezza della velleitarietà di tale aspirazione.” Così nella sua puntigliosa “Nota sul dialetto” (a p. 126)

DIALOGO CON I POETI AMICI – Anche in questa raccolta prosegue il dialogo con i poeti, sopra tutti, gli amati poeti dell’“Altro Veneto”. Un dialogo ininterrotto e di cui sono testimone privilegiato, essendo stato l’editore di Un altro Veneto. Poeti in dialetto tra Novecento e Duemila (Cofine 2014), un’antologia nata dalla sua collaborazione con Matteo Vercesi, critico specializzato nelle letterature dialettali nonché suo “sodale in un tortuoso cammino” come lo definisce in una nota all’appassionata poesia “’Nti triboi (Nell’afflizione)” in cui confessa di sentirlo più prossimo, quasi più di un fratello (pì vissin / ca on fradèo). Quel volume (la descrizione è in gran parte sua) è “teso a valorizzare alcune varianti linguistiche ed alcune voci poetiche di un’area che, nel corso dei secoli, ha dato un contributo fondamentale sia alla letteratura che alle arti in genere: il Veneto, o meglio, un certo Veneto, scavalcando idealmente sia vincoli storico-cronologici troppo rigidi che steccati geografici o linguistici non meno costrittivi”. E vi sono antologizzati (lui incluso) 16 poeti: Fernando Bandini, Luigi Bressan, Ernesto Calzavara, Luciano Caniato, Luciano Cecchinel, Carlo Della Corte, Fabio Franzin, Andrea Longega, Sante Minetto, Marco Munaro, Nerina Noro, Romano Pascutto, Bino Rebellato, Eugenio Tomiolo, Sandro Zanotto. Poeti la cui presenza è –  per gran parte di loro – viva anche in numerose poesie di quest’ultima raccolta che si apre con una poesia “religiosamente blasfema” del suo maestro prediletto, il friulano Amedeo Giacomini, al quale dedica (a p. 34) la poesia “’Medèo”, una delle più ispirate della raccolta nella quale Casagrande si lascia condurre dalla “forza dell’immagine e del dire”:

Mandi ’Medèo / avunculus meus / ogni dì mastegando a to Tiare pesante / e anca staltre resìe, tute coante / ’e to ciare speranse / xa saèndo / ca mai pì sirìa sta / chel gran paradiso ca l’omo / ghea scanceà / drio el Tajamento fin drento ’e boschine / so ’e sièse ’nò ca ’e radèstoe inpirava / negre nte ’e spine / nte l’aria piena ’e on parfumo / de prìmoe / da bèare tute ’e matine / vanti rivare a coparli / so l’ato de fali / sti fioi / ca no ghemo / vussùi / e no sipiemo gnoncora / passùi / de magnare buina / nissuni pì ca cusina / co ’egna de rovra / pa insima del ciaro / de on fogoearo // e gnà no ’edemo pì ’a banpa / là in fondo / inove cal soe va caeando / senpre pì sconto / tel gran buso del cueo / de sto mondo

Una figura centrale quella di Giacomini “poeta friulano mai abbastanza riconosciuto nel proprio indiscusso valore di lirico, prosatore, critico, saggista, filologo, affabulatore e uomo sempre contro” (così Casagrande) nella sua poetica e non solo.

Passare in rassegna le numerose altre poesie in cui dialoga con poeti amici richiederebbe uno spazio esorbitante e quindi mi limiterò citando questo ironico e autoironico inno di riscatto, dedicato ai poeti fraterni in “Pivasona”: Sonata per Piva”: “Ma tu canta e ancora canta / benedetto d’un Piva / che sradicati sono i miseri / e non parliamo dei poeti / facciamo un girotondo / recitando un requiem / liberiamo la vescica / riempiendo una cisterna / troviamoci al primo albeggiare / accanto a un cimitero / stringiamoci per mano / poeti vivi e morti / basta restare sepolti! // lisciamoci anche i baffi / uniti siamo forti /mostriamo quel che siamo / agli stronzi che sappiamo / e invece di litigare / stringiamoci a coorte / di quel che ne verrà / qualcosa resterà”.

Vibrante e molto tenera è anche “Pal me Moro (Mauro Sambi) in cui dipinge con tocchi di una dolcezza inconsueta e straordinaria un amico poeta e critico, amato proprio per la sua diversità (lui guanto e Casagrande suola): Me piase contar / su de ti e ti su de mi / me piase cussì / me piase savere / de verte pa’ amigo anca / sa ti te xe on guanto / da bon / vense mi / na sóea de scarpòn.

IL PAESAGGIO – Molto presente nelle poesie di Casagrande è il paesaggio, in primo piano e come sfondo, il paesaggio (quel suo paesaggio veneto) e dal quale traggono ispirazione. Il poeta lo dipinge nei suoi tipici colori e nella sua tensione rasserenatrice e liberatoria in “Matina bonora” (Di buon mattino, a p. 107): Ghe xe tuto on groejo de nuvoi / stamatina tel sièo / ca gnà Tintoreto / o garìa fato pì beo: / on roseta posà sora on griso / cal verse al biavo pì ciaro // e mi no me stimo pì s-ciavo de coei / ca comanda cofà sta oxeanda / ca svoea in libartà.

Splendida è “De lujo” (p. 54) affidata e sospesa al canto di una cicala ca ciama ciama e ciama e di un grillo cal siga siga e siga; in “Fevraro” (p. 55): Vorrei eleggere dimora / in tutta questa luce che / spiove / a Febbraio e sembra spazzare via / la nebbia la galaverna / l’oscurità che tutto pareggia (in dialetto: el scuro ca tuto se ciava); a p. 96 in “Fa’na piopa de vae (come un pioppo di valle)” domina la figura dell’amico pittore e scultore Gabbris Ferrari nei colori del condiviso paesaggio rodigino: “Mi si rimescola il sangue se leggo il tuo segno / impresso quasi nel legno / dei pioppi che rigogliano / lungo le valli / tra Adige e Po / o il ceppo contorto che raccogli / una mattina d’inverno ancora umido / di nebbia / e roso dalla / salsedine sulla rena / lurida e infuocata / lungo la battigia / di Rosolina // nero rosso-mattone / azzurro e giallo / a legare // come un tubero interrato / anche tu / avevi dato il tuo buon frutto / e bisognerebbe gridarlo dappertutto / Gabbris”. Il paesaggio è protagonista assoluto anche nella bella poesia “Batèo in ciaroscuro”, questa volta condiviso con Giorgio Mazzon, artista di Rosolina (morto nel 2017), e Sandro Zanotto, secondo Casagrande, “una fra le voci più alte nella poesia veneta del 900”.

BILANCI DI VITA, FRAMMENTI ESISTENZIALI – Il privato più intimo (oserei dire spudorato), con disillusi bilanci di vita, affidato spesso a pochi versi rivelatori, pervade l’intera raccolta ed esplode (a p. 114) in “Baracada de riparasion”, in cui aggrega in una “tavolata di riparazione” (che vorrebbe essere liberatoria) gli inseparabili amici poeti e sua madre alla quale egli ha dedicato ogni cura filiale e un’intera raccolta Dàssea ’nare e, in questa (a p. 77), la poesia “Dulcamarga (Dolceamara)”, straziante e densa di senso di colpa e di un rimorso che ancora lo divora (e sto magòn ca me brava!).

Ora (a p. 75, “Leto so ’e suste – Sul letto di Procuste”), il poeta si trova ad accudire il padre nel suo progressivo disfarsi, dopo la morte della sposa alla quale pensa insistentemente di ricongiungersi ponendo fine a sofferenze (qui impietosamente descritte).

Il crudo bilancio esistenziale il poeta lo trae nella disperata e struggente “Imitasion” in cui con un martellante “vivare” elenca le privazioni a cui la vita lo sta crocifiggendo (e non suoni blasfemo l’accostamento religioso): Vivare sensa ’a to femena senpre (…) vivare parsora a ’na tera / ca pa’ torno o par soto / xa te canta el coroto / vivare sensa parlare, stando soeo / ca scoltare tasindo ogni ’olta / ca te vurissi sigare / vivare co ’na sen ca te brusa (…) vivare sensa putini senpre eà / ca i te àstia (…) vivare stando dii mesi ti soeo / masenando el destin ca te toca / sinsa gnanca èrxare ’a boca (…) e infine: “vivere senza tua madre / accudendo tuo padre / finché / non toccherà a te / aggrapparti e lasciarti andare / inchiodato alle croste / dell’anima”.

IRONIA ED AUTOIRONIA – L’ironia e l’autoronia dominano in una sorta di autoritratto in “Scoasi(a)mo – Quasi (al) modo (di…)”, a p. 30, in cui egli si sente incompreso a causa della sua lingua ingropà (annodata), “padrone di un bel niente”. Si definisce chel can sensa paròn (che però lui ‘traduce’: quello sciancato) ne “I me morti” a p. 36. Poiché (“Briciole”, a p. 89) di qualcosa gabiemo morire, finché c’è vita egli promette: cofà de on putìn smaeusà / vago sernìrme el momòn / e me ’o ciucio de gusto / fin ca so bon – come un bambino un po’ viziato / andrò alla ricerca del mio miele / per assaporarlo / fino all’ultima stilla. In “So ’a bassacuna – Sulla bilancia” (a p. 93) ecco un altro autoritratto impietoso e autoironico.

Di tutt’altro tono è “Phantasema – Fantasia”, a p. 67 in cui Casagrande è al tempo stesso “carnefice e vittima”. E condivido e sottoscrivo il giudizio di Marco Munaro: “Ma è solo in virtù di questa durezza incisa col coltello che Casagrande può scrivere e tentare il suo canto affilato, oltre il sarcasmo. Raggiungere quella chiarezza, librandosi in alto, alle soglie del cielo, che è una delle ragioni più nobili della poesia”.

Il FARE POESIA – Ad esso Casagrande dedica molti testi, anche in quest’ultima silloge. “In furbèndomi ’i oci – Al risveglio” (p. 21) ci fa assistere in diretta alla nascita “tra sogno e veglia”. E xe là ca s’inpissa ’a lussieta / ma pena ’na spiera / ca po’ me rancuro ogni dì / mi mi soeo // pinpianèo // sensa freta // fin coando / no ’a se stuxa dal tuto / o no vien suso / on fogaro. In “Tuto coà – tutto qui” (p. 46) ricorda che la poesia xe fadiga, e perseveranza che è ricompensata fursi on fià tardi / ma el riva; quindi “vale se scrivi / se accudisci una vigna / se speri che giunga / quella ragazza in gamba / che hai sempre / sognato”; in “Gioco di specchi (Imitazione)”, a p. 52), dedicata all’amico e maestro Luigi Bressan, confessa: “Mi piacerebbe tanto / trovarmi ad ogni costo / dove c’è posto / per la sola poesia” e magari, sfruttando l’ispirazione, buttar giù qualche verso anche “se so che quei soldi / son già tutti persi”. In “Janua coeli – Alle soglie del cielo” (p. 101), prendendo in prestito un’invocazione litanica dedicata alla Madonna (reminiscenza di un Veneto cattolico) e mescolandola con la divinità pagana di Jano/Giano Casagrande mette in luce la sua poetica bifronte: una per il pianto infinito e l’altra co ’a scùria che ti squarta e che co’ a so beèsa / cal te picia / o cal te caresa; il dolore è l’essenza della poesia, da sempre, xe ’na cubia de doeore / ca senpre boje / e ca no more mai (p. 104, “Tutto coeo ca mi go scrito – Nuda verità”). Infine il poeta si ritiene incompreso come “Chel merlo – Quel merlo” (p. 109) al quale dice di assomigliare “nel fatto di plorare quella canzone / che non smetto di intonare / anche se nessuno l’apprezza”. L’aspirazione del poeta (“Vurìa – Vorrei”, p. 110 resta quella: xoeare alto lisiero / so ’a ponta de ’na puisìa de pinsiero / nte on tenpo pì beo / de coeo ca gabiemo / aea facia de tuto / anca de ’a morte / ca ne tende drio ’e porte / ne ciava i afeti pi ciari / cofà on formigaro / ca ruspa / parsora on gnaro ’e bigati”.

IL“POETA EDITOR” – In conclusione Co’a scùria è un libro da leggere con molta attenzione e che riserverà sicura gratificazione, un volume accurato in ogni sua parte a partire dalla nota sintetica nel primo risvolto di p.d.p, cioè Pasquale Di Palmo, autore della illuminante prefazione intitolata “Dialetto senza redenzione”, dal disegno a colori Gabbris Ferrari, “Capaneo sotto la pioggia di fuoco”, disegno a tecnica mista, Rovigo 2015 di Gabbris Ferrari con a fronte la poesia di Amedeo Giacomini “Libera nos a malo…” tratta da In âgris rimis – un’opera e una poesia cui Casagrande è molto legato (è anche il nome di un’ambiziosa rivista fondata e diretta in tandem con l’amico M. Vercesi). Nelle pagine finali, la silloge presenta una cronistoria minima, alcune note ai testi, una nota sul dialetto ad opera del poeta, una Nota al disegno di Gabbris Ferrari e una stimolante postfazione di Marco Munaro intitolata “Furbèndome ’i oci: il risveglio dolceamaro di Casagrande alla poesia”.

Ho sottolineato questi aspetti del libro, tutt’altro che marginali, non solo per evidenziare il puntiglioso ruolo di “poeta editor” di Casagrande ma anche per solidarizzare con l’editore che – lo ammette lo stesso Casagrande – “ha dovuto esercitare al più alto grado la virtù della pazienza”. È capitato anche a me editando il suo (e di Matteo Vercesi) Un altro Veneto… quando fui “perseguitato” fino alla diciassettesima revisione dell’impaginato. Ma venne fuori un bel libro, come questo del resto, di cui consiglio una lettura senza gli apparati critici suddetti e una seconda dopo averli letti. Ne varrà senz’altro la pena.