Chicchere e chiacchiere pe’ le strade de Roma di Angelo Zito

Nota e scelta di poesie di Maurizio Rossi

“Dicevo dunque, scrivo a mi’ nipote, a li fiji je devi indicà er percorso” Così l’Autore dichiara l’intento del libretto fatto di “chicchere e chiacchiere”, secondo lo stile di quella Roma, che, pur essendo un tempo Capitale di un Impero ed oggi di un Paese europeo, ha sempre conservato lo spirito popolano di città-paese e dunque l’abitudine alla satira di strada e di congreghe, all’autoironia, allo sbeffeggio. Raccontare un percorso, lasciando ai figli, ai nipoti, la libertà di sceglierne un altro; ma con la segreta speranza che scelgano lo stesso, o almeno, che non lo rifiutino.

Quale miglior lingua del Romanesco, nato sulle rovine del Latino, come tutti gli altri dialetti, ma poi affermatosi come la parlata di una città, esempio unico in Italia, e più di tutti mescolato a lingue, dialetti, latino ecclesiastico; sboccato e “stracinato” quanto basta, ma anche capace di ingentilirsi e affinarsi secondo gli Autori e l’occasione!

Il Romanesco di Zito è belliano tanto da essere comprensibile ai giorni nostri, a tratti trilussiano, con un occhio a Luigi Magni e alla sua filmografia. Allora è originale? Certo, per l’uso che ne fa, per le tematiche trattate e per l’impianto generale della pubblicazione, che alterna prosa a poesia,  descrizioni di luoghi romani e luoghi dell’infanzia, periodi storici ed anni di vita, in una “macedonia” godibile, perché ogni componente conserva il suo sapore, pur nella mescolanza del gusto. Del resto, Roma è questo, lo è sempre stata, nelle varietà delle sue anime e luoghi.

Dall’incontro con Ungaretti nella bottega del nonno calzolaio, alle canzoni e poesie recitate a via Margutta, nel ricordo di Augusto Jandolo – che nello studio del palazzetto Patrizi ospitava le riunioni dei “Romanisti” e la redazione della rivista del gruppo – “Tutto torna” come gli disse lo stesso Ungaretti; perché il tempo, apparente freccia scoccata dalla mente umana, è in realtà una spirale plasmata dall’equilibrio tra la memoria storica e il trascorrere della vita “…ogni giorno è un tassello che metti insieme e che col tempo costruisce quel puzzle che ci rappresenta”

La silloge così, si snoda tra  Le statue parlanti, precedute da una breve collocazione e spiegazione; Le storie di noi e infine Pasquinate su personaggi pubblici contemporanei: quest’ultima sezione – vera e propria “satira politica” dipinge a tinte forti, ma con l’immancabile umorismo, Bersani, Berlusconi, Di Maio, Salvini, Renzi…

Le sezioni si amalgamano tra loro, grazie anche all’inserimento di foto d’epoca e personali dell’Autore. Ne risulta una lettura piacevole e non banale, una passeggiata per la Città Eterna, a tratti zoppicante – a causa dei “sampietrini” un po’ sconnessi- ma aiutata dell’endecasillabo che, sappiamo, segue il normale ritmo del respiro e in genere batte gli accenti in armonia con le pulsazioni del cuore.

Zittete che sta a ‘rivà l’85/…m’arisparmio un po’ de strada a piedi/ nun sarà la strada der futuro/ ma intanto me riporta fino a casa./ E li sogni da domani torneranno/ a dà ‘na mano de verde a le speranze./ Pe’ mmo l’ho accantonati ner tiretto. Il cammino dentro la Città, tra la gente, senza perdere l’orientamento e la propria “tana”; ogni luogo contiene anche la propria storia. E poi i sogni, la spinta verso il domani e il movimento, che rende sempre diversi e vince la monotonia del quotidiano.

È  un dialetto “parlato” più che scritto, per una poesia da recitare e da ascoltare, più che da leggere; da ascoltare in compagnia, a via Margutta o passeggiando per la Città; e mentre le orecchie gustano il Romanesco, gli occhi ammirano la Storia “anniscosta” tra i vicoli e le piazze.

Angelo Zito, “Over 65” risiede a Roma. Regista televisivo, autore e attore di Teatro, scrittore.

 

 

Er facchino (via Lata)

 

Da quela botticella che ciò in mano

ce sgorga er vino, nun è acqua acetosa,

si provi a bere sembrerò busciardo

la corpa nun è mia è de la Cchiesa.

Io so’ Martino ho tanto protestato

che er Vicario de Roma m’ha cacciato

e pe’ mortificamme “summa iniuria”

ar posto de quer nettare der Reno

cià messo l’acqua Vergine de Roma.

Vergine un par de palle è n’accozzaja

de fonti de vene de canali

mejo sarebbe stato de chiamalla

come quell’antra acqua de Roma: Marcia.

E qui me tocca de chiarì ‘n’affronto

me chiameno facchino pe’ disprezzo

ma io so’ Martino, Lutero de cognome,

drento sta nicchia vivo come un papa

insino Ghete che fu sommo poveta

‘na vorta a Roma m’è venuto a tròva.

 

 

 

Pasquino (Palazzo Braschi)

 

Da Panico risali su pe’ Governo Vecchio

quanno smonta la guardia ar Quirinale.

Proprio a quell’ora tutta de pastelli

se colora l’aria de Roma e s’ariscalla er cielo.

Te fermi a via dell’Anima,

e lì te guardi er cazzabubbolo

intorcinato co’ ‘n’antro. Senza braccia.

Si sei saggio te dice attento alla politica

guardate da le donne

fatte la barba da solo

ieri uno è morto dar barbiere,

servete come fai de la mente

la saggezza è la forza del l’ommini.

 

E puro si cià er pipino a pignoletto

devi vède come je gireno le ghianne

quanno quarcuno prova a fa er bojaccia.

Si passi lì davanti fa’ l’inchino

come la madonnella pe’ i cristiani

sii devoto tienitelo bono

e nissuno te sputerà in testa.

 

 

 

Bersani

 

Er nemico s’affronta co’ li fatti

no’ co’ la risatina strafottente

hai concruso l’opera d’Occhetto

e de quell’antro piacione de Rutelli

credevate vivaddio d’avé già vinto

avevate, poveri noi, già perso.

Nun fanno gruppo li primi de la classe

so’ li somari che tireno er caretto

li somari assieme a li giaguari

specie co’ quarche macchia sopra ar petto.

Hai trascinato drento ne la fossa

er 35 per cento der partito

mò ce rioghi nun t’è entrato ‘n testa

che er popolo nun pensa all’ideale

daje da lavorà, lasselo in pace,

la scissione nun è robba pe’ lui.

Dillo pure a baffetto chè convinto

d’esse la luce, er faro de le masse

ma er 3 per cento lo sai nun è un masso

è ‘n sassolino che t’entra ne la scarpa

te da un dolore acuto t’aricorda:

chi fa er passo più lungo de la gamba

prima o doppo finisce all’ospedale.

Mò magnia ‘sti tortellini in santa pace

e a noi nun ce dà er fritto. Nun ce piace.

 

 

Angelo Zito, Chicchere e chiacchiere pe’ le strade de Roma, Ed. “Il cuscino delle stelle”, Pereto (AQ) 2018

 

 

Maurizio Rossi

 

Pubblicato l’8 gennaio 2019