Chês flamis, (Queste fiamme) di Angelo Michele Pittana

Recensione di Gian Piero Stefanoni

 

La raccolta Chês flamis, (Queste fiamme), appartiene in ordine cronologico alla produzione centrale dell’opera poetica di Angelo Michele Pittana, figura di rilievo della cultura ladina del Friuli, spesasi nella sua attività di autore a tutto tondo anche in prosa e nelle vesti di saggista e traduttore per la valorizzazione della sua lingua madre, quel ladino di cui (nativo di Sedegliano) fu decano dell’Union dai scritôrs Furlans e di cui, vivendo e lavorando in Svizzera come ingegnere civile per il servizio cantonale ticinese, ebbe cura di seguire i contatti coi ladini dei grigioni.

Nella raffinata edizione per la Casagrande di Bellinzona, questo libello composto di quattordici testi è accompagnato oltre alla versione in lingua italiana di Grytzko Mascioni (altro intellettuale di valore a cavallo di più culture) anche da quella in inglese di Douglas B.Gregor. Scomparso nel duemilacinque, uomo attento dal suo punto d’osservazione privilegiato a quell’Europa delle minoranze, degli autonomismi e dei popoli il cui dibattito si è poi di fatto più acceso in questi ultimi anni, rivela in questi versi un’attenzione alla terra che se come ben sottolineato dallo stesso Mascioni nella introduzione è quella di chi se ne sente esule per condizione universale, pure, e non potrebbe essere diversamente, non cessa di celebrarne liricamente la presenza nella immanenza di una natura che nel comprenderci ci rammenta e dischiude.

I luoghi, cari, sono quelli di un’ordinata geometria di spazi in cui a prevalere nel richiamo acceso delle figure è il dominio dell’acqua: del mare soprattutto, con la laguna di Grado e l’isola di Veglia ma anche del fiume, l’Isonzo e del lago, Locarno. Così è nel microcosmo, e in quello d’origine soprattutto nel cui corpo sa nel motivo la sua espansione, la privilegiata dimensione di una tensione cui l’uomo è chiamato per potersi riconoscere a riapprendere.

L’indicazione, subito, è data dal primo testo, “Li cialis te pinede” (“Le cicale nella pineta”), sotto il cielo della pineta di Grado nel ritrovamento di un insieme ancora saldo, dilatato e dato per sicurezza e rispondenza di segni in una stabile e mai conclusa armonia di mondi.”Antighis jachis dal timp” (“aiuole antiche del tempo”), nel musicalissimo ardore della cornice dei suoi elementi, la pineta le cicale il mare, nella geografia dimenticata di un immaginifico che ritorna carne, e parola allora nel canto libero del suo silenzio. Respiro che si riaffaccia dunque, come di nuovo a Grado, in cui la laguna stessa al netto stridere delle rondini torna a vivere rompendo le ombre nell’eco di una lingua che non si infrange, raccolta nella luminosità di case e di ortensie che di lontano attendono.

Sono queste le fiamme di cui Pittana ci parla, nella terribilità e nella dolcezza di tutto ciò che, e noi con loro, va a vivere e morire nel groviglio di un fluire ora nella trasparenza dell’argento ora del sangue cui solo la preghiera, più che la poesia, nel suo mistero forse può davvero sostenere evocando nella giusta forza al giorno nuovo. Nelle “ricordanze sottili/ dell’adesso e del qui” (“ricuardanscis sutîls/di cumó di chenti” “) potremo salvare qualcosa? Oppure la vita come la natura nel suo pulsare, sguscia via così senza rispondere, non restando che un brivido o un urlo nella “nestre Jerusalem provisorie” (nella “nostra provvisoria Gerusalemme”)? Interrogazioni che pur nell’urgenza non hanno in questi versi l’impronta del peso ma dello stupore che sa risolversi, e affidarsi, proprio là dove nasce nel dono di una congiunzione che viene da Dio e a cui uomini e donne sono chiamati in quella luce che come in “Matine d’Unviâr” (“Mattina d’inverno”) disegnandoci il bosco ci corre incontro.

Azione che però, sottolinea Pittana nella sua lezione, viene dall’ascolto, e dal silenzio come detto nelle cui liturgie è possibile il riapprodo a quella sacralità perduta di cui il moderno è colpevolmente responsabile come un altro friulano, Pasolini, ebbe già a sostenere. Si legga ” Intal fladâ dal mâr” (“Nel respiro del mare”), forse il testo più intenso, alla foce dell’Isonzo dove è nel silenzio l’apertura di quella voce, bambina perché eternamente rinascente, che dal fondamento del suo Tempio risalendo “cjante/e cjantant al rientre tra la Storue” (“canta,/e cantando penetra la Storia”). Storia d’amore, nell’accezione anche etica e civile della parola evidentemente, che Pittana sa riportare, perché non scissa, alla cronaca del presente quella cronaca illuminando per reciproca comprensione all’insegna di un convivere civile che ha nella terra il suo presente e la sua direzione.

Per questo il dettato che si leva da questa poesia va oltre la poesia stessa cogliendo nel segno, il dire in versi innalzato nella sorvegliante incisione del suo divenire, la riflessione di un piccolo lembo in una lingua per il mondo minore (“pura e primitiva” nei suoi “incanti ancestrali” come l’ha definita Mascioni) come espressione esemplare,  e dunque non minore, di richiesta e confronto di senso a fronte di quelle questioni tra due millenni (il 1988 è l’anno di uscita del libro) poi sfuggite in tutte le negazioni e le compressioni che ora andiamo vivendo. Un canto questo ricchissimo, in conclusione, luminoso, acceso nelle sue trasparenze e nelle sue ombre, mai descrittivo ma sempre nella piena dilatazione delle sue invocazioni nel quadro di una creaturalità in cui è racchiuso tutto il nostro affidamento e la nostra comprensione. E per questo è un canto che resta.

Angelo M. Pittana, Chês flamis, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 1988.

 

 

Angelo Michele Pittana, nato a Sedegliano in Friuli nel 1930 e residente fino alla morte (20025) nel Ticino dove ha lavorato come ingegnere civile, è stato poeta, saggista (suoi tra i più importanti studi sul  retoromancio), scrittore nonché prosatore e traduttore in ladino sua lingua madre di cui è stato promotore anche come presidente degli  “Union dai scritôrs Furlans”. In poesia si ricordano i seguenti titoli: Semantiche dal flaut, Pordenone 1975, Un istat, Udine 1979, Chês flamis, Bellinzona 1988, Lis plaveis di Plavencis, Bellinzona 1992, Impressions, visions, Codropo 1997, Il timp al à alis, Codroipo 2001.