Cesura
Ombra su ombra
era
il gioco di sudore
là dove io
sempre perdevo
la stanza di me
troppo stretta
per contenere
il tuffo muto
dell’anima
che sola sussultava
come tramontana
mi trascinava
la memoria
di un antico arazzo
dalle figure travestite
ho rimesso a posto
i visi
ora
zefiro
mi conduce
e mi seguo
respirando
Non conosco l’intento dell’Autrice nel mettere questa poesia alla fine della raccolta – forse aveva in mente “Final Cut” dei Pink Floyd, canzone molto significativa, come del resto la poesia – ma ho voluto iniziare la mia lettura da qui, perché mi sembra che il titolo esprima efficacemente non solo quel “taglio” prima degli ultimi sette versi, ma il desiderio di cambiamento esistenziale che attraversa tutta la silloge e che non sempre si realizza: come nella seguente
Sub rosa
Non fui che
l’illusione
di un’alba
in aprile
traboccante
di promesse
deluse
al primo tramonto
di novembre
poesia che evoca la parabola d’una stella cadente in cielo, specchio di vita che ha “il sapore delle lacrime”fin dal suo primo giorno, come in questa intima
Dettagli
Mia madre mi partorì
tra i lutti
non era di casa
l’allegria
così è che appresso mi porto
il sapore
delle lacrime
che furono
Il verseggiare di Cettina Caliò è frammentato – forse eccessivamente – a voler sottolineare, credo, il travagliato emergere di immagini e di emozioni, ma anche la fatica dello scrivere; tuttavia ritengo che anche il “verso libero” abbia le sue necessità – senza scomodare “canoni poetici” – dettate dal ritmo e dall’incedere congiunto di suono e senso delle parole; e la rinuncia alla punteggiatura, già scelta di camminare per una strada impervia, associata alla suddetta frammentazione, conduce chi scrive e chi legge “in una selva oscura” senza Dante o Beatrice a far da guida! Non me ne voglia la Poeta, ma amo essere sincero. Tuttavia, nelle poesie di Cettina, emerge a volte chiaro il desiderio di cambiamento, e forse la speranza, che pervade la silloge anche nei versi più cupi, come in questa
Assolo due
Sebbene pare
altro non sia
che un prato
di pietre
con la gramigna
a far da re
ancora cocciuto
lo sguardo
attende
che da sotto un sasso
sbuchi timido
un fiore
è lo “sguardo cocciuto” la tenacia che attende e rivela, penso, un’anima che non vuole cedere al compromesso con gli altri; anima testarda e volitiva, perché convinta di aver da dire e da fare la sua parte nel tempo
Ad libitum
Vogliamo ancora
avere torto
non siamo pronti
ad affrontare
la calca della ragione
vogliamo lasciare
acceso il buoi
e crogiolarci
nel riflesso timido
di un ricordo
che gocciola
tenace sulle ore bianche
non siamo ancora
pronti
per indossare
gli abiti
che altri hanno svilito
la pioggia
poggerà le sue mani sottili
sulle luci e sulle ombre
che la calca ha rincorso
con affannosa allegria
saremo lieti
di aver avuto
torto
Letizia e tristezza convivono in uno sguardo “stanco per lo sforzo di tradirsi”: tradire la fatica, se non di vivere, di “allargare i giorni” perché prendano aria, si rinnovino, entri la luce e il sole
Alibi
Una voce lontana
sempre non basta
ad allargare i giorni
tra muro e muro
non già di vivere
sei stanco
ma di stare
a guardare
e lo sguardo
tradisce
lo sforzo
di non tradirsi
La raccolta ha una sua originalità, sia di stile che di contenuti e rivela una ricerca che può affinarsi nella tecnica e nel messaggio: c’è un mondo poetico “in fieri” perché ancora costretto nell’immagine imposta a sé dalla Poeta.
L’affanno dei verbi servili, Il Capricorno, Collana di Poesia, Ed. Bastogi Foggia 2005
Cettina Caliò, nata a Catania nel 1973, risiede attualmente a Paternò. Ha frequentato la Scuola Superiore di Interpreti e Traduttori di Roma e la Facoltà di Lingue e Letterature straniere di Catania. Ha scritto poesie e racconti, vincendo nel 1999 il Concorso di Poesia “Omero” e aggiudicandosi il secondo premio nel Concorso Montemerlo 2001 nella sezione racconti.
Figura in antologie letterarie.
di Maurizio Rossi
Pubblicato il 9 marzo 2016