Case di Cristina Polli

a cura di Anna Maria Curci

 

Con il lapis* #42: Cristina Polli, Case. Nota introduttiva dell’autrice, Il Convivio Editore 2023

La quinta casa

       *

Di notte il mare lacerava il sonno.

L’urlo delle onde presagiva

un furore di segni

di sassi.

Inarrivabile notte

solco bianco sulla riva del mare

la traccia che precede l’agghiaccio

la domanda mai posta, la marchiatura a fuoco

che mi segna

come alba mancata mi condanna.

 (p. 23)

La prima delle tre parti che compongono la poesia dedicata alla quinta delle undici Case di Cristina Polli si pone simbolicamente al centro del poemetto e dispiega immagini, versi, dispositivi linguistici, luoghi – da intendere, questi, sia come scenari reali sia come topoi -, che bene rendono le caratteristiche della scrittura dell’autrice, peculiarità qui raccolte intorno alla serie delle dimore dell’io poetico e dall’io poetico ritratte e narrate.

Scenari e presenze, ricorrenti anche nelle precedenti pubblicazioni di Cristina Polli (Tutto e ogni singola cosa, EdiLet 2017, Quando fioriscono le tamerici, FusibiliaLibri 2020, Distrazioni, EdiLet 2021), il mare, le onde, la riva, i sassi, acquistano qui una consistenza precisa. Mentre li riconosciamo, ne comprendiamo il legame profondo con le dimore abitate, laddove l’aggettivo verbale “abitate” va inteso in senso molto ampio. Tali scenari, tali presenze si caricano in Case di una particolare luce, in virtù del loro essere state testimoni di passaggi, di residenze, di illuminazioni, ma anche di ferite, di solchi, di graffi che chiedono di essere ricuciti, rimarginati: «dimentica, cicatrizza le ombre» è l’invito espresso nel caviardage del 28 ottobre 2023 che Cristina Polli pone all’inizio del volume, dopo la sua Nota introduttiva.

Le undici case, precedute e seguite rispettivamente dai testi Ascendente e Traslochi, con l’inserimento, rispettivamente tra la prima e la seconda casa e tra la seconda e la terza casa, di La casa dimenticata e La casa fiorita, sono rievocate facendo ricorso prevalentemente ai tempi verbali dell’imperfetto e del passato remoto del modo indicativo. I contrasti tra la luce e le ombre si manifestano di volta in volta con una forza espressiva che va dall’urlo e dal furore al tocco lieve dell’angelo e alla dolcezza malinconica della rievocazione. 

Si delinea un viaggio che conosce e contempla tappe, ma che non prevede un approdo finale; è un itinerario dalle «geometrie in dissesto» (Prima casa), passando per la nozione dell’inconsistenza (La sesta casa), fino al pharmakon, «il morso e l’antidoto» (L’ottava casa) del «veleno di silenzio» (La settima casa, L’ottava casa), che invade e pervade la circolazione. La poesia di Cristina Peri Rossi posta in esergo, Dialéctica de los viajes, lo chiarisce nei due versi finali: «Ítaca existe/ a condición de no recuperarla». Cristina Polli mette in evidenza questi due versi nella Nota dell’autrice a Case e fornisce una chiave di lettura all’opera, negando tuttavia, allo stesso tempo, la possibilità di esaurire con essa tutte le vie di accesso all’opera stessa. Si tratta delle case astrali. 

Gli indizi che palesano questa chiave di lettura sono numerosi, a partire proprio dal primo testo, il cui titolo coincide con uno dei poli dell’asse che delimita la linea dell’orizzonte rispetto alla quale si posizionano i pianeti, Ascendente. L’altro polo appare, come è lecito aspettarsi, dopo la sesta e prima della settima casa, ma preceduto dall’articolo determinativo: Il discendente. È una quartina composta da due decasillabi e due endecasillabi, che fa ricorso al modo congiuntivo, qui, come accade sovente nella poesia di Cristina Polli, al tempo presente con una valenza che si posiziona tra l’esortazione e l’invocazione: «Mi sia guida l’astro che discende/ luna mia tradita luna stanca/ che rischiari la strada dell’attesa/ e vegli la ricerca quotidiana». Ecco che il corpo celeste è invocato come guida perché vigili sulla ricerca quotidiana, una ricerca che non ha termine, nonostante il trauma, i traumi, del tradimento, nonostante la stanchezza. 

La dodicesima casa, quella che chiude il cerchio delle case astrali, non è contemplata nel libro, che si chiude significativamente con la poesia Traslochi e che in tal guisa apre l’orizzonte alla prosecuzione del viaggio. Scrive Cristina Polli nella sua Nota: «Per orientarmi nel viaggio, balzo che disorienta, passaggio stretto, traversata e caduta, ho seguito la falsariga delle case astrali, ma le guide sono altre. La forma è cura». 

Se quella delle case astrali è una possibile, certo non l’unica, strada di accesso a Case, una delle altre guide alle quali fa riferimento l’autrice è la ricerca della parola nel suo configurarsi poetico, là dove la forma è cura, concetto che dispiega una vasta tavolozza di termini: preoccupazione, sollecitudine, via per la guarigione.  

Per fare un passo avanti nell’esplorazione delle Case di Cristina Polli può essere d’aiuto riflettere su una citazione che fu il titolo di una conferenza del 1951 di Martin Heidegger: “… dichterisch wohnet der Mensch…”, letteralmente “poeticamente l’essere umano abita”. Si è molto discusso sull’attribuzione a Friedrich Hölderlin di questa citazione. Certo è che la troviamo nel romanzo Phaeton di Wilhelm Waiblinger, il poeta tedesco sepolto al cimitero acattolico di Roma e autore del libro Hölderlin, Vita, poesia e follia, tradotto da Elena Polledri, codirettrice della rivista “Studia Hölderliniana” e componente del direttivo della Hölderlin-Gesellschaft, la quale già nel 1996, in In lieblicher Bläue – L’inno della Torre, summa di un’esistenza, attribuiva a Hölderlin il testo; certo è che il componimento In lieblicher Bläue (“In amabile azzurrità”) fu  musicato nel 1958 da Hans Werner Henze.  Il passaggio che vorrei mettere in evidenza è nell’originale tedesco: «Voll Verdienst, doch dichterisch, wohnet der Mensch auf dieser Erde», ovvero “colmo di merito, eppure poeticamente, abita l’essere umano su questa terra”. All’operare umano, non privo di affanni, la poesia si contrappone come dimensione che avvicina l’umano al divino, è scritto nel testo, nel senso di permettere all’uno di misurarsi con l’altro.  Ecco che la divinità, “sorte e oltre” nella poesia di Cristina Polli e qui presente come «il dio fanciullo» di Ascendente, il dio che «rammenta e ride» in La terza casa, «Gli dei sotterranei» in La quarta casa, viene affrontata con la consapevolezza, con la forza di un percorso di profonda interiorità. La poesia ha tempi e misure che non sono quantificabili come lo sono, «su questa terra», beni, merci, prodotti, glorie e riconoscimenti. Non è immune da ferite e lacerazioni, assiste al dissesto dell’amata geometria, eppure (“doch” in tedesco) prosegue, pronta a riconoscere la «geometria inattesa» (Traslochi), con una guida che si manifesta più volte in Case di Cristina Polli, l’angelo, che è conforto e annuncio, compagno segreto e maestro: «S’appresta l’angelo/ ai segni sulle carte/ abbozza una teoria/[…]/l’angelo mio goffo maestro/tacito riverbero dell’anima/[…]/- le dita sulle mensole/ dell’angelo segreto» (La nona casa).

Ho indicato tre sentieri possibili per accedere alle Case di Cristina Polli: quello biografico (alcuni personaggi definiti con i legami di parentela, la zia, il «prozio disperso» in La casa fiorita, la madre, alcuni luoghi, come gli Ausoni e l’agro – pontino -, questi ultimi in La seconda casa, non lasciano dubbi al riguardo), quello astrale e quello poetico, ovvero dell’«abitare poeticamente la terra». Resta salda, tuttavia, la convinzione che la ricchezza di Case possa schiudere molte altre strade per l’esplorazione e l’interpretazione. 

Anna Maria Curci

*Con il lapis raccoglie annotazioni a margine su volumi di versi e invita alla lettura della raccolta a partire da un testo individuato come particolarmente significativo.