Cartoulénax – Cartoline di Giancarla Pinaffo

Recensione di Maurizio Rossi

 

Il dialetto francoprovenzale, meglio definito come “patois” per differenziarlo dai dialetti francesi e da conseguenti “assorbimenti” nazionali ed etnici, ha una storia affascinante, dalla sua riscoperta ad opera del linguista Graziadio Isaia Ascoli, che con tale nome intendeva indicare una serie di parlate aventi caratteristiche sia della lingua d’oc che della lingua d’oïl, senza appartenere a nessuno dei due gruppi. Nel tempo, resistette alla francesizzazione, alla italianizzazione (Fascismo) e alla piemontesizzazione. In Italia il francoprovenzale ha  riconoscimento statale come lingua minoritaria ed è ufficialmente tutelato da  una legge dello Stato, sin  dal 1999, come vera lingua natìa del popolo valdostano.

Le cartoline fanno parte di un mondo quasi scomparso, sostituito dalle foto condivise con  lo smartphone, ma nel caso dell’Autrice, la cartolina-poesia, non può essere barattata con una pur bellissima foto: questa, infatti, fissa in un istante un panorama, un volto; quella rivive ogni volta che viene letta o declamata. “La parola irrazionale della Poesia, per fedeltà a ciò che ha trovato, non traccia percorsi:…non pretende neppure di essere verità, ma solo di fissare ciò che ha ricevuto, tracciare un sogno, ritornare… al paradiso originario e condividerlo” (Maria Zambrano, “Filosofia e Poesia”, p. 125, Ed Pendragon, 2010). Ritornare al paradiso e condividerlo: non si tratta di malinconia del passato e di rimpianto; certo, il dialetto, insieme al passato,  rivive ogni volta e viene fatto conoscere, ma “Avercela la voce per balbutire le favole/ che costoro, su di me, han seminato,/…io son colei che tutto origlia,/ con nulla di proprio da narrare:/ sono semmai l’infanzia che sonnecchia/…” l’intento poetico è chiaro e onesto.

Perciò, vivo e vivificante è il parlar “fitto in patois locale” di “dieci vecchi montanari” in un vicolo ravvivato dal dialetto locale (e come altrimenti?) quasi un’opera di “restauro” profondo, anche se non visibile esternamente.

Le “Cartoline” rendono vivi animali, natura, uomo e donna, uniti dalla parola-esistenza, sicché “Vi è un tendine eterno e assoluto/ che unisce il cielo-uomo/ a spalle tonde di donna/ verdi di monte”; ma forse è un abbaglio “di verde e d’azzurro” se quel tendine è “avere e poi lasciare…amore mai eterno, mai felice.” Colpa del Tempo, dell’imperfezione umana o delle “Masche/ che possono entrare e uscire in casa/ e spaurire il silenzio” ? Resta un interrogativo aperto, per l’intera raccolta e  riceve una possibile risposta solo al termine della silloge e del suo percorso.

Certo è che ogni istante anche “l’ora più bella” non può essere “duplicata”, neanche “portandosene a casa il cimelio”: l’ingenuità – l’illusione – è la maggiore imperfezione umana, originata dall’idea del Tempo, che rende incomprensibili agli altri- ai figli-  gli avvenimenti che trafiggono con la fugacità. Insieme con tale consapevolezza, l’Autrice rivela anche una particolare sensibilità del cuore e dei sensi, stimolati dalle voci del vento, sempre presente nelle sue composizioni, come sinfonia nelle valli, in contrappunto ai silenzi delle vette- matrone, e del cielo. In mezzo, e a ragione,  stanno le case, vive e vocianti perché fatte di legno dei boschi, pietra di montagne, fasi lunari che scandiscono le  pagine delle loro storie; luoghi saldi e sicuri di grandi camini, muri massicci, “letti rialzati come altari”.

E poi cuculi, rondini, pettirossi, tortore, cinciallegre, cutrettole; e alberi d’ogni tipo, meli, faggi, frassini, larici, abeti, castagni, alburni, e profusione di fiori e di erbe. Una ricchezza che addolcisce le aspre vette e le rende “favole a lieto fine” oltreché abili a  trasformare chi vi si avventura “per due o tre giorni di fatica”, sciupati esteriormente, ma “migliori nella mente”.

Per comporre le sue “Cartoulénax”, per “vivere l’atroce e trovare il sublime” Lei, “più prudente” ha scalato montagne, con “corde e ferraglie”, magari nello zaino di lui “più robusto”; ha scrutato da finestre, specie da “quella appesa sotto il cielo”; ha dovuto “setacciare le visioni/ impresse nella memoria/…udire nuovamente le voci/ bambine…”

Chi legge e ascolta, per assaporare le “Cartoline” deve arrivare alla fine, che è, ora più chiaramente, la chiave di tutto: “Come alberi tendenti al sole,/ come il latte che monta e caglia,/…così, da scorze ruvide e rinsecchite/ io getto gemme,/ nutro i giorni brevi/ di quanti stanno crescendo/…soffio sul fuoco/ tra le fascinelle del mattino/ e il ceppo della sera, a voi,/ che a pianterreno, nella grande cucina,/ avvertite il freddo lungo la schiena/…”

Così, con pochi tratti, dai colori decisi ma non abbaglianti, la Poeta ci offre il suo autoritratto.

Giancarla Pinaffo, Cartoulénax – Cartoline, Ed. dell’Orso, Alessandria, 2019

 

Giancarla Pinaffo risiede a Torino, dove è nata. Ha pubblicato nel 1997 i romanzi Il caso Blanc, e L’uomo delle tre locande. È del 2001 la raccolta trilingue di poesia,  Uva verde di luglio e del 2005, la raccolta di poesie in italiano,  Viaggio di nozze. Nel 2005 vince il Premio Città di Ischitella- Pietro Giannone con la raccolta Dzouri ël pérax nivoulax, in francoprovenzale, ; ancora nel 2005 pubblica la plaquette La régoula ëd li lìmit nella stessa lingua minoritaria. Asar për j’aventissi è la prima raccolta di poesie interamente in piemontese. I suoi articoli sulla letteratura non egemone del Piemonte sono pubblicati sulla rivista Letteratura & Società,  Racconti e poesie in italiano, piemontese classico e francoprovenzale  sono stati pubblicati sulle riviste L’immaginazione, Confronto, Rivista Italiana di Letteratura Dialettale. Svariate sue opere sono state tradotte in croato per la rivista Generacije di Petrinja. Con scritti propri, con saggi, articoli di critica e contributi vari è presente su Antologie, quali: Achille Serrao (a cura di), Torino & Roma: poeti e autori “periferici”, 2006; Achille Serrao, Poeti di periferie, 2009; Pietro Civitareale, Poeti delle altre lingue: 2011; Emanuele Spano e Davide Ferreri (a cura di), Poesia in Piemonte e Valle d’Aosta, 2012; Lino Angiuli e Maria Rosaria Cesareo (a cura di), AAA. Europa cercasi, 2014.

 

Maurizio Rossi

 

Pubblicato l’8 marzo 2020