Canto del sacro e dell’umano: Gabriella Cremona, Con altra voce

Recensione di Anna Maria Curci

 

La citazione tratta dal canto XXV del Paradiso – «con altra voce omai, con altro vello/ ritornerò poeta, e in sul fonte/ del mio battesmo prenderò ‘l cappello» (vv. 7-9) –, che ispira il titolo dell’opera di Gabriella Cremona, fornisce indicazioni preziose per la lettura di un’opera che unisce le dimensioni del sacro e dell’umano nel canto di una voce poetica capace di giungere a chi la legge come ben consapevole e ricca di un itinerario che evita scorciatoie e banalizzazioni. 

Vivere e ricercare, incontrare la sofferenza, con uno sguardo sempre vigile e acuto, aperto alla realtà così come alla visione, e tendere verso la luce; tutto ciò dona a questa “Cantica allo Splendore”, come la definisce l’autrice, consistenza nell’articolazione del dettato poetico, agilissimo tendere verso l’alto e singolare connubio di Luce e Voce. Tale connubio prende nel volume il nome di «fotofonia». 

È così che la poesia si fa vivido passaggio del testimone, offrendo una versione dell’incontro tra la Storia e il Mistero, tra l’immanente e il trascendente, che si iscrive in un percorso molto antico eppure sempre nuovo, felicemente carico di apporti provenienti da numerosi ambiti del sapere. 

I componimenti di Gabriella Cremona sono animati dalla passione per la «chiarità» e per «una simbiosi/ benedetta, in un voltaggio di respiro:/ come acrobata allo scambio dei trapezi» (p. 38).

Oltre alla Bibbia, con puntuali e ripetuti riferimenti ai Salmi, oltre alla Commedia dantesca, i riferimenti negli eserghi e all’interno dei testi disegnano un itinerario di operosa devozione e lettura critica: Plotino, Agostino di Ippona, Gregorio di Nissa, Rabano Mauro, Jalal al-Din Rumi, Meister Eckart, Teresa d’Avila, Friedrich Hölderlin, Rainer Maria Rilke, Thomas Stearns Eliot, Ludwig Wittgenstein, René Char, Mario Luzi. 

Uno slancio nel cantare la luce, così forte, così vibrante di echi, non può ignorare la “viva luce” (XII secolo) di Ildegarda di Bingen e il “dolce lume” della Novena di Pentecoste (1937) di Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce.

Con altra voce di Gabriella Cremona reca un omaggio a Dante anche nella sua articolazione in tre canti, ciascuno composto di trentatré componimenti. Nel primo canto, tuttavia, i testi sono trentaquattro, giacché il primo di essi – tutti i testi di ogni canto sono numerati, a partire dal numero uno, e tutti hanno un titolo -, Anticamera all’Ingresso, riveste anche una funzione introduttiva.

 

Sia l’esergo, tratto dal Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein, sia i primi versi, collocano l’opera nel punto di incontro tra canto del sacro e canto dell’umano. 

La citazione di Wittgenstein suona precisa e inequivocabile: «La risoluzione dell’enigma della vita nello spazio e nel tempo è fuori dello spazio e del tempo.» e l’attacco di Anticamera all’Ingresso (pp. 19-21) mette in evidenza sia le caratteristiche del mondo nella storia sia il compito assunto dal proprio canto, dalla propria poesia. Se il mondo è «violato da meccaniche terrestri/ alle divine quasi indifferente», se l’umanità è tradita, il canto si propone di disegnare «con altra voce» una «elpisfera»  (termine che Gabriella Cremona conia a partire dalla parola che in greco antico indicava la speranza), di aprire un varco alla Speranza. 

Anche le parole – composti, neologismi, prestiti – si iscrivono in questo disegno di «riconcepimento» (v. p. 27) che è altissimo, giacché aspira al Vertice e sa scrutare in profondità, ma è anche estremamente ampio, dal momento che si muove tra la contemporaneità e l’eternità. Le parole sono infatti scelte e create con cura, con la devozione di chi sa che l’approssimazione, la mancanza di accuratezza possono essere fatali a chi si muove verso la verità. In tale contesto, in tale cornice, nasce un glossario di Con altra voce che è già chiave, parola di accesso al senso: i sostantivi elpisfera, infigurazione, riconcepimento, archeazione, cinemagrafia, enpoiein, phos, aliporti, zoosforescenza, l’aggettivo fluminare, i verbi innare, infigurare, infigurarsi,  per menzionare soltanto alcune ricorrenze particolarmente significative, creano attraverso la parola un vero e proprio territorio – Rose Ausländer aveva parlato di “parola madreterra” – , in cui la cifra poetica di Gabriella Cremona si distingue per forza creativa, oltre che evocativa. 

Il viaggio verso la Luce, il canto con altra Voce, si esprimono come itinerario dell’anima verso lo Spirito. Talvolta, come avviene nel testo n. 15 del primo canto, Voce di Luce amata (p. 37), che espone anche il programma di sinestesia alla base dell’opera – Voce di Luce lo slancio verso lo Spirito –,  il canto prende la forma di quesito con toni che richiamano l’attacco di ciascuna delle sette strofe che compongono la Novena di Pentecoste di Edith Stein, precedentemente menzionata in questo contributo. 

Come avviene nell’opera poetica di Rainer Maria Rilke, anche in Con altra voce di Gabriella Cremona la poesia intreccia un dialogo con l’invisibile che illumina, di volta in volta, elementi, aspetti, linguaggi, codici, che permettono il movimento dalla dimensione sensoriale a quella ultrasensoriale. Nella poesia n. 7 del secondo canto, Nei codici invisibili, l’esortazione iniziale, «ascoltala», introduce alla musica dell’universo, alle sue «note viventi», alle «limpide frequenze». Una cascata di simboli e sinestesie, onomatopee ed echi delle sinfonie di Mahler concorrono a creare la partitura per un ‘concerto dell’invisibile’ (p. 67).

La direzione ambita è quella di un «varco per la luce», come recita il componimento n. 14 del secondo canto, il testo eponimo Con Altra Voce, nel quale ricorrono alcuni termini, già menzionati tra i neologismi dell’opera – archeazione, cinemagrafia – e un «salto quantico» conduce «dall’Invisibile al visibile/ dalla parola alla Parola» (p. 74). 

Nel testo n. 22 del secondo canto, Dentro l’invisibile, a un saluto, l’Alba, già apparsa in Nei codici invisibili come elemento di una liturgia fortemente simbolica, ritorna con un richiamo a Prospettiva Nevski di Giusto Pio e Franco Battiato. Qui, tuttavia, quella che nel testo della canzone era “l’alba dentro l’imbrunire” diventa «l’Alba/ dentro l’invisibile» (p. 83). Franco Battiato, che nel testo 33 del canto secondo, Un passaggio cerca questa scrittura, a p. 95, viene menzionato in esergo per un passaggio da Lode all’Inviolato, brano tratto dall’album Caffè de la Paix, fece riferimento, nel brano omonimo a un inneres Auge, a un occhio interno. In tutta la poesia di Gabriella Cremona l’attivazione dei “sensi interni” occupa un posto di primo piano nell’accoglienza di una dimensione non accessibile ai “sensi esterni”. 

Il motivo dell’apertura al varco ritorna anche nel testo n. 25 del canto terzo, Ad aprire un varco. Il varco è oltre il visibile, verso l’Invisibile, e la Poesia, che «vive un’archeazione», viene mostrata nello slancio «oltre le meteore», in una ideale replica alla domanda che Hölderlin pone nella settima delle nove strofe dell’elegia Pane e vino: «und wozu Dichter in dürftiger Zeit?» (“A che scopo i poeti nei tempi scarni?”). Si legge infatti negli ultimi tre versi. «In questo tempo di povertà: la Poesia/ oltre le meteore/ vive un’archeazione.» (p. 128).

Sono i versi di Rilke da Alcesti in Nuove poesie a salutare Una generazione nuova, come recita il titolo del testo n. 27 del canto terzo. In questa dimensione nuova e da questa dimensione nuova «l’Origine ruppe la scorza del dolore» (pp. 130-131). Se in Rilke (qui nella mia traduzione) leggiamo: «Ma quello ruppe la scorza del suo orrore/ in pezzi e da quella estrasse le mani/e le distese per negoziare con il dio.», Gabriella Cremona fa incontrare nei suoi versi, e in particolare in questo componimento alle pagine 130-131, il canto del sacro e dell’umano: «l’energia divina raccolta dall’umano/ in una fluminare rispondenza.». 

Gabriella Cremona, Con altra voce. Cantica allo Splendore in Tre canti. Prefazione di Novella Primo, La scuola di Pitagora editrice 2025