Campagna Romana Nord
(La Storta)

Una nuova voce poetica

di Silvia Graziotti e Vincenzo Luciani

Prescindendo dal necessario supporto di studi approfonditi sul campo per individuare varietà diatopiche determinate, se determinabili, si propongono qui soltanto alcune osservazioni di carattere sociolinguistico e psicolinguistico, delineando un breve profilo del dialetto della Storta, il quartiere in cui è cresciuto Pier Mattia Tommasino, una significativa nuova voce poetica in dialetto romanesco.
La Storta, sviluppata intorno a un antico edificio che si suppone risalga al quarto secolo, a un’osteria e alla chiesetta che ricorda la visione che qui ha avuto Sant’Ignazio di Loyola nel 1537, è difficilmente definibile come un quartiere di Roma, una borgata, o un paese alle porte della capitale. Assomiglia piuttosto a un segmento abitativo, a un breve agglomerato di campagna urbanizzata (anonimo ai più ma che cela una sua storia di frontiera), a un metamero di case nel lungo lombrico della Cassia vecchia che da Ponte Milvio si estende lungo un crinale-vetrina («Basta percorrerla e in bella mostra, ci sono negozi che coprono qualsiasi bisogno», Valeria Viganò, Cassia, in La città fuori le mura, a c. di G. Cerasa, Roma, 2005, p. 74), nascondendo nei fossi le zone abusive e popolari, e che qui valica un confine, er dazzio, e inizia a scavare le sue gallerie nel tufo della maremma laziale e toscana.
La Storta è stato sempre un luogo di passaggio, una stazione per carrettieri che facevano riposare i cavalli (anche quelli di Leonardo da Vinci che qui si scontrò con un oste sgarbato, Mastro Peppo), un’ansa di riposo lungo una via consolare, un crocevia, uno spazio d’incontro tra città e paesi limitrofi, adatto a una fiera annuale di animali che si svolgeva ancora nei primi anni Ottanta. Popolata agli inizi del Novecento da pastori e braccianti, soprattutto d’emigrazione umbro-marchigiana, che lavoravano sulle terre degli Olgiati di Como e dei Salviati, ha visto crescere nel dopoguerra il numero dei suoi abitanti che hanno costituito col tempo un solido ceto medio di piccoli proprietari, commercianti, professionisti e impiegati. Di questo movimento migratorio locale, limitato all’aria mediana – ricordiamo però la presenza di una non esigua colonia di brindisini, dediti alla coltivazione del tabacco, stanziati nella zona della Cerquetta – ne troviamo traccia in un blasone popolare di Civita Castellana, raccolto da Luigi Cimarra (in Mazzabbubbù, Repertorio del folclore infantile civitonico, Civita Castellana, 1997, p. 75), che registra in ordine una serie di centri dell’asse viario Flaminia-Nepesina-Cassia fino a giungere alla Storta: “Foligno ’nfojja, / Spoleto spojja. / A Tterni i tiranni, / i bbirbi so’ quelli de Narni. / Se più bbirbi li volete, / a Otrìcoli li troverete, / A Bborghetto i pertichini, / A Ccìvita i burattini, / a Nnepi i sapiendi, / a Mmonderosi i prepotendi, / a Bbaccano li pezzuti, / a La Storta li cornuti. / Se ppiù cornuti li volete, / ar Cuppolone li troverete.”
Se dovessimo delineare un profilo del dialetto parlato dagli abitanti più anziani, raccolti intorno a quattro o cinque famiglie, troveremmo ancora echi di aree diverse mescolati, a seconda dei registri, al cosiddetto italiano regionale, o a un panromanesco che, come è noto ai linguisti, raggiunge in quanto dialetto regionale di prestigio zone molto distanti dal centro di irradiazione originario.
A partire dagli anni Sessanta, dopo la costituzione dell’Olgiata in un’area di 620 ettari di verde, “la villettopoli progettata dalla Sogene” (Aurelio Picca, Olgiata, in La città fuori, cit., p. 209), La Storta ha vissuto e ancora vive il ruolo di anticamera del lusso, di ancella necessaria e negletta, e ha accolto o subìto soprattutto nelle generazioni più giovani sdoganate dall’orgoglio dei vecchi braccianti, insieme a altri quartieri piccolo-borghesi e popolari come Grottarossa, veri e propri intervalla luxuriae, il modello sociologico del romano bene e delle sue feste, o meglio festoni, descritti ad esempio nell’Ammaniti di Branchie e nel Piperno di Con le peggiori intenzioni. Questo aspetto, còlto da un’osservatrice esterna ma attenta come Laura Pugno (in La Storta, la cenerentola che vuole diventare l’Olgiata, La Repubblica, 30 novembre 2005), non sembra si sia riflesso, tuttavia, negli abiti linguistici dei giovani del quartiere che condividono un linguaggio giovanile diffuso nell’area di Roma nord, meno innovativo rispetto ad altre aree periferiche della capitale.
L’uso che P. M. Tommasino fa del romanesco nei suoi testi intende sganciarsi dal trilussismo di maniera, sempre vitale e – sembra – restaurato “giù a Roma” dopo la rivoluzionaria e solitaria stagione poetica di Mauro Marè. L’intento, asistematicamente programmatico, è quello di misticare il neoromanesco, caro alle indagini scientifiche degli Scrausi, a quelle ludo-linguistiche del gruppo Turbozaura, alla prosa mimetica di Christian Raimo, ai supprizzi teatrali di Eleonora Danco (a tratti endecasillabici: “ma guai a chi me lo tocca sto supprizio”), al codice recinzionista del “mascherato” Johnny Palomba), con una tradizione letteraria secolare. Con essa non ci si riferisce soltanto al monumento belliano, ma anche ai pasquini e pasquilli cinqucenteschi, a Berneri, a Del Monte, a Zanazzo etnografo più che poeta, a Petrolini, alla canzone.
Il rapporto psicolinguistico di Tommasino con questa tradizione, è quello di un periferico, cresciuto in una Roma che assomiglia piuttosto a quella del Caproni meno caproniano: “sa di sole e di piscia, / e di forra e di biscia” (lontana dalla retorica etrusca cara a Aurelio Picca o al Magrelli girovago: “Io me ne andavo verso Veio, in Gilera, e pensavo all’assedio, alla città trapanata da sotto, cavata ai suoi abitanti come un dente, strappata via dall’interno, forata dalla terra in una terra fatta di vulcani. Pensavo ai re latini sacerdoti e omicidi, che abitavano i boschi sacri intorno a Roma…”), che alla città barocca popolata di angeli di Dell’Arco, frutto inafferrabile e tantalico.
“Pensate – suggerisce Tommasino, autodefinendo il suo poetare – leggendo queste prime prove, presentate ancora nella veste di esperimenti perfettibili, allo scippatore che scende in città per fare no strappo, e furto dopo furto, ricompone co tutta sta robba arubbata un proprio probabile idioletto, e forse un mondo poetico di cui nutrirsi, o drogarsi, per sopravvivere.”

Pier Mattia Tommasino

Nato a Roma 28 anni fa, dottorando in Storia della Lingua italiana presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, Tommasino, ha curato una traduzione di Le avventure di Pinocchio in dialetto formiano (Le venture de Peppeniéglio. Storia de nu mastammùccio) e sta per pubblicare, presso la Nuova Editrice Magenta, il suo primo volume di poesie dal titolo Lubna. Le poesie che qui presentiamo fanno parte della raccolta Fregnacce private. Per queste poesie, Tommasino ha scelto idealmente, quali numi tutelari, Mauro Marè e Amedeo Giacomini.

Ce lo sa

Sto core voto
ce lo sa, s’aricorda:
mozzichi, sorisi,
na cofana de baci,
arintorcini
a puncicasse de carezze,
nottate come ‘n tritone
a zampognatte la conchija,
diti, scopate.
Sto core voto,
come na coccia de fusaja,
ce lo sa solo li morti e l’innammorati
se sbracheno pe nu riarzasse.

LO SA – Questo cuore vuoto / lo sa, se lo ricorda: / morsi, sorrisi, / un sacco di baci / attorcigliamenti / di carezze pungenti, / notti come un tritone / a soffiarti nella conchiglia, / dita, scopate. / Questo cuore vuoto, / come la buccia di un lupino, / lui lo sa: solo i morti e gli innamorati / si sdraiano per non rialzarsi.

Er vento

Azzittamose ‘n attimo,
amò. Stasera pe fà robba ciabbasta
l’ottobbrata e sta voja de smicià,
numme chiede de truccatte da mignotta. Stasera,
sarebbe da fa’ ‘r vento e nun pagà
er conto co la morte.

IL VENTO – Stiamocene zitti per un momento, / amore. Stasera per farlo ci basta / l’ottobrata e questa voglia di coccolarci come i gatti, / non chiedermi di truccarti da puttana. Stasera, / dovremmo scappare via senza pagare / il conto con la morte.

Sta fibbia micca

Da stammatina stràcico
le fette, acciacco l’ova da letto ar bidè.

Nun ce sto
Co la capoccia,
so er fìo de la paiura e de la sudarella
e sta sigheretta aricapata
e bona a sbriciolalla ne la pippa,
sta casa è cicarola.

E nun me dì ch’è la callara,
è er buffo de vive che me piscia,
sta fibbia micca che nun po’ esse.

Te giri nuda pe casa, cor zinale e basta
e te ne freghi: che bella sparannanza de zinne,
che sorisetto sur grugno.

MISSIONE INGENUA – Da stamattina trascino i piedi / per terra, cammino piano dal letto al bidè. // Non ci sto con la testa, sono il figlio della paura e del sudore / e questa sigaretta che m’è rimasta / è buona soltanto per sbriciolarla nella pipa, / questa casa mendica cicche. // E non dirmi che è colpa del caldo, / è il dovere di vivere che mi abbandona, / questa missione ingenua che non può essere. // Tu cammini nuda per casa, indossi solo un grembiule / e non te ne frega niente: che belle tette sparate, / che sorrisetto sul muso.

La stecca para

Ecchime
qua, sur ponte
‘mbriaco avanzo de balera,
co le chiavi ‘n mano
a fa er cascamorto co la morte.

Ecchime
cor core ch’è na misticanza
de botti, de ricordi,
de sputi ‘n faccia, de voja
d’ammolinamme
a sto fiume splatanato.

Ecchime,
qua, sur ponte,
quanno che devo
tornà a casa e nu lo so
come tacchià er probblema.

Ce penza er sole
che riciccia la stecca para
der giorno e de la notte.

LA GIUSTA DIVISIONE – Eccomi / qua, sul ponte, / ubriaco avanzo di balera, / a fare il cascamorto con la morte. // Eccomi, / nel cuore un miscuglio / di battiti, di colpi / di ricordi, di sputi in faccia, / di voglia di farmi mulinello / di questo fiume splatanato. // Eccomi / qua, sul ponte, / quando devo / tornare a casa e non so / come affrontare il problema. // Ci pensa il sole / che fa germogliare la giusta divisione / del giorno e della notte.

Stelluccia

Ennammorasse.

Pare d’avecce
ner core la stelluccia der presepe.

La tarantella matta de li dadi.

Dumila

Si me dai ’n bacio,
cravattara de baci,
ne vòi dumila.

Cravattara: usuraia