Scrivere, per evitare ancora
un’altra trasparenza.
La frase a esergo della mia lettura è dell’autrice stessa e mi è apparsa subito come uno dei punti focali intorno ai quali orbita la sua intima ragione del poetare. Il vissuto interiore si esplica nella resa di un’attitudine dove il corteggio delle illusioni diventa il prezzo da pagare per sottrarsi alla minaccia della trasparenza, che in altri luoghi si fa, come vedremo in seguito, tentazione della trasparenza. Dalla poesia che segue, e che possiamo intendere come una dichiarazione di poetica, è tratto il lacerto dell’esergo (p. 21):
Solo per sentire l’eco del viso
rimbalzare tra le pagine.
Per maledire, ridurmi in briciole.
Scrivere, per evitare ancora
un’altra trasparenza. Credere, così,
di esistere. Giocare con le illusioni
nemmeno fossero le amiche
di una vita. Fare la corte ai loro
capelli. Intrecciare tutti i nodi
fino a diventare uno solo.
In un’altra poesia la trasparenza passa attraverso lo sguardo, attraverso assenze, privazioni che hanno causato profonde e dolorose modificazioni del sentire. Lo specchio, davanti al quale si pone l’io poetico, rimanda un’immagine consumata dalla fame, segnata dalle assenze e restituisce uno sguardo senza peso, ma più che l’indugio nella commiserazione, nel dialogo interiore sembra esserci in nuce una consapevolezza che traduce le forze ctonie di risanamento del sé (p. 56):
Quando ero nuda nello specchio
per la prima volta ho visto una donna.
Aveva dita e bocca consumate,
quasi mozzate dalla fame e la pelle,
tutta la pelle era scura.
Le smagliature, come le pene,
percorrevano la sua assenza.
Era lì, davanti i miei occhi, eppure
non esisteva. Lo sentivo dalla
trasparenza dello sguardo:
me lo posava sopra e non aveva
nessun peso.
La poesia di Patrizia Baglione è corporea, ctonia e vulcanica, si nutre di immagini sensuali che conservano il fascino dei primordi, il suo è un attraversamento carsico in cui la parola-materia viaggia sotterranea e affiora, emerge, esplode, tocca il cielo e le stelle. È innegabile la presenza di una materia che ribolle e difatti pure Anna Segre nella sua densa prefazione esordisce: “Parlare in prosa di poesia, nel caso di Patrizia Baglione, può essere come descrivere un geiser. La poesia accade, è quasi oggetto, materica.” e riprende l’immagine in conclusione “… a me la poesia di Baglione richiama il geiser, che spruzza fuori imprevedibilmente e spaventosamente acqua bollente”. Così nel testo.
In altre poesie la trasparenza si conferma come un desiderio di esistere senza essere visti, senza essere feriti e senza doversi proteggere. A questo proposito è molto chiara la poesia di pagina 41:
Volevo essere un’isola, per affondare
ogni volta ne sentissi il bisogno,
senza dare a nessuno fastidio.
Una terra che non cerca scuse,
moti d’acqua, naufraghi a cui dare riparo.
Sentirmi intera, compatta come sabbia:
mai più ferite,
senza mai dovermi proteggere.
Volevo essere un’isola di azzurro,
che si confonde con il cielo – prega
e mangia pure le nuvole.
Prega e beve solo cose buone.
Essere trasparente, confondersi con il fuori da sé, sparire, non avere bisogni insoddisfatti, pregare per rinsaldare la fusione, l’anelito che ci lega a un’aspirazione celeste, mangiare le nuvole: il corpo si conferma al centro della poesia di Baglione, i versi rendono l’esperire che dal qui e ora si proietta verso il mondo (p. 32: Dalla base dell’ombelico fino/ all’infinito mondo).
Nella visione della poetessa la fragilità è una condizione che accomuna il genere umano, perlomeno coloro che ne hanno contezza (p.30): Mai nessuno ha davvero impedito/ – alle nostre esistenze – / di somigliare alla cartapesta. Nello stesso segno leggiamo i versi onirici e desolati della poesia di pagina 29 che in chiusura rovescia la prospettiva con una immagine potente di risalita dall’abisso (p. 29):
Stavo per scrivere un sogno.
Eravamo di una specie selvaggia,
i piedi non toccavano terra,
le braccia a chiedere pietà.
Dio, quanto fradici di lacrime
i nostri abiti.
Scrivevo di questo sogno,
senza mai aprire gli occhi.
Le stelle
ci divoravano da dentro.
Della morte
non avevamo più paura.
Delle sensazioni del vissuto corporeo che si fanno parola-materia emergono le occorrenze della parola fame, non molte, in verità, ma profondamente significative di un sentire che prende coscienza del suo esserci, per dir meglio: del suo diritto di esserci, di manifestarsi, come appunto recita la poesia eponima (p.62): Bucaneve è la parola che mi dico/ per somigliare al suo coraggio,/ a venire fuori. Diritto di esistere e diritto di cura. Sulla percezione della fame si evidenzia un cambiamento di paradigma nella poesia di pagina 15: Non avevo fame, mi bastava il poco,/ il molto, la terra sottostante// La fame, quando ti viene, la maledici./ Non c’è cibo che oggi possa nutrirmi. La fame è il segnale di un bisogno fondamentale, trovare nutrimento, cioè, per traslato, trovare chi si prenda cura di noi. Ancora più potente è l’immagine che chiude la poesia di pagina 18: Una realtà simile alla sete/ e tu vorresti bere, // ma l’acqua arriva quando non decidi. Essere in balia delle decisioni altrui, dell’altrui considerazione può costringere a ripensarsi, portare la focalizzazione su un dissidio interiore che significa essere al mondo come individui (p. 53):
Del mondo sono la parte più asciutta,
quella che hai scelto di non abbracciare,
né accudire. La parte screpolata,
che sanguina, con il buco al centro.
Ombelico ribelle, faccia da strega.
Del mondo, la spiaggia che
lasceresti, l’angolo rimosso.
Con una pelle di fata, invisibile,
trasparente. Ora con il corpo mi vedo.
È tanto ed è ingombrante.
Io odio esserlo.
Patrizia Baglione si mette al mondo nella sua poesia, dichiara il suo atto di nascita, l’atto che mette in relazione l’essere imperfetto e bisognoso con un mondo altrettanto imperfetto che non può soddisfare a pieno i bisogni della persona, l’atto per cui scopriremo che gli altri sono anch’essi segnati da ambiguità e carenze (p. 39):
Mi sono partorita da quel giorno:
ho poco più di quattro anni e la vita
è dura anche per i bambini.
Ho saltato tutte le scuole. Sono piccola,
è vero, ma ho già un lavoro.
So dire più parole insieme, i denti
che ho in bocca cadranno solo una volta.
Quattro anni e quasi nulla che appartenga
alla mia età. Mi sono partorita e
da quel giorno cresco velocemente.
Neppure il tempo di dire “mamma”,
che la vedo con il viso già segnato.
È grande nello specchio.
La mia altezza supera la sua.
Eppure,
ho solo quattro anni, dovrei esistere
nelle sue braccia e dire ai suoi capelli
di smetterla di imbiancarsi.
E questo è l’altro punto focale intorno al quale orbita la raccolta: l’impegno intrapreso per la trasformazione del sé e della parola con cui il sé si dice: ora l’io poetico può consentirsi di riconoscere e occupare il proprio posto nel mondo e avviarsi a essere un io poetico universale dotato di attitudine dialogica. Benché il tu poetico del componimento di pagina 28 possa essere un destinatario preciso nella fase della creazione poetica, esso assume carattere universale nel momento in cui il lettore si appropria dei versi e legge la poesia per sé dando luogo a un rapporto di reciproco riconoscimento:
È a te che dedico l’ultimo fiore,
la rugiada del buongiorno,
la prima luce del mio tempo.
Quando cade la stagione sulle
viole, è a te che penso,
con una mano pronta a cogliere,
l’altra, cerca la tua.
E anche quando si fa notte
dentro le mie pareti, con il cuore
che suggerisce e la mente
nell’altrove, è a te che va
questa mia voce.
Patrizia Baglione, Bucaneve, Interno Libri Edizioni 2026. Prefazione di Anna Segre