Aurora Fratini. Aqquantu: all’improvviso, e per sempre

Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

“Scrivere in dialetto non è cosa semplice, in particolar modo quando la “parlata locale” non assurge a dignità letteraria”, precisa Aurora Fratini in apertura al suo Aqquantu (All’improvviso), edito da Cofine (Roma 2018-Collana Aperilibri). Tale dichiarazione-premessa è pungolo di curiosità nei confronti della “parlata assai ibrida” di Sambuci, borgo a poca distanza dalla Capitale e limitrofo ad altri borghi, in cui si parla un vernacolo composito, contaminato dal dialetto romanesco, abruzzese e campano. L’improvviso del titolo non allude semplicemente alla riscoperta (e valorizzazione) di una lingua minore, ma all’emersione fulminea e imprevista di certi ricordi, tappe dell’esistenza che una luce-guida fa riemergere dal fondo degli anni, lampo che spiana la strada a ritrovamenti, rinvenimenti in apparenza casuali che in realtà si precisano nella storia personale di ciascuno.

Alla memoria – compagna di strada, si affida la necessità di un dire e un indicare ciò che un attimo prima era in ombra, rimasto indietro; qualcosa che urge, e si dichiara attraverso immagini, sentimenti, gesti e vicende, riti quotidiani e familiari: un micro-cosmo riannodato al presente perché non si disperda la memoria di un mondo, “della sua storia, delle sue leggende”.

Aqquantu/tell’aretrovi nvaccia/all’andrasatta,/Tess’accandoscia/te piglia pe’ raccittu/comme farià ’a cummare/rescita comme gnende (Te la trovi di fronte / all’improvviso,  / inaspettatamente. / Ti si accosta, / ti prende sottobraccio / come farebbe un’amica di / sempre / spuntata come niente), scrive Fratini, e il mondo agreste, il borgo degli avi, il luogo della fanciullezza qui evocato si ri-versa, e con esso l’autrice colloquia, e in esso si riconosce. Il dettato poetico (sostenuto da “un’accurata ricerca ed una rigorosa scelta operata sui vocaboli, sulla costruzione dei versi, su assonanze e rimandi, tali da consentire una aggraziata quanto imprevista musicalità”) ha la scansione lenta, meditativa del viaggio interiore; re-suscita i già provati (e dal ricordo provocati) sentimenti di meraviglia e stupore: “Avocchi ’mbo’ / sicché tuccittu miccu / ajo truvatu maddema’ / agliu lettu. / Mmezzu scucciatu, ’ngiammaruchigliu / de vigli cuscì micchi /c’agliu saccuccigliu /ce sguazza’ / che mangu ’nzareccoglinu / – ’nzervinu a gnisciunu – / se lascinu alla guazza / a sonna’ nzonnu /s ciornu e scinnicatu” (Ma guarda un po’ / che briciola piccina / ho trovato stamane // nel letto. / Mezza rotta / una lumachina / di quelle così minute / che nella taschina / stanno larghe / che nemmeno si raccolgono / (non servono ad alcuno) / si lasciano sulla rugiada / a sognare un sogno / matto e sgangherato); se il tempo è una distanza che il ricordo può colmare riportando a noi, in noi figure care, le più significative delle quali sono gli affetti familiari scomparsi, tra le poesie-ricordi di Aurora Fratini si staglia la figura singolare, solitaria di un poeta (considerato il matto del paese) che in casa tenea parole appiccate / alle trave come zazzicchie / ’e porcu da sicca’ / ’a cammora colema / ’e penzeri ’ngiafrugliati / e acciaugliate’mbizzu allo scrittoro / sillabe sciuricate, rime ’ndunate / e alla fenestra / signi arengriccati e soni / comme tande matte de jnestra (teneva parole appese / alle travi, come salsicce / di maiale da essiccare / la camera colma / di pensieri disordinati// e ammucchiati al bordo dello scrittoio / sillabe sdrucciolate/rime intonate / e alla finestra / segni ammonticchiati e suoni / come tanti fasci di ginestra). Altra presenza tangibile in questi testi è la natura, della quale si esaltano forme e colori, e il fluire delle stagioni in sintonia con l’operoso e semplice fare dell’uomo; e le case, i muri, le strade, i giochi, le feste comandate; le superstizioni, le fole, la spicciola saggezza popolare. E ancora: l’oscillazione del tempo dei vivi, e del non-tempo dei morti che pare sussurrino al bivio tra passato e presente. Pare di sentirli, ci camminano accanto, usciti dal “luogo in ombra” grazie alla poesia, chiamati da una parola appassionata, invitati a presentarsi in scena: Voce che chiama altre voci, all’improvviso, e per sempre.

AURORA FRATINI è nata a Roma nel 1961, è laureata in Lettere ed è presidente dell’Associazione Culturale Terzo Millennio di Sambuci. È autrice e regista di 7 commedie in dialetto e 13 in lingua.
Per l’Archivio Storico di Poste Italiane ha collaborato a diverse pubblicazioni, alla catalogazione di testi storici, alla realizzazione del fondo storico-fotografico dell’azienda e al recupero di reperti rari e antichi.
Su invito del Comune e della Parrocchia di Sambuci ha pubblicato opere dedicate ai culti e alla tradizione del paese.
Si è classificata al primo posto al Premio di poesia e stornelli inediti nei dialetti del Lazio “Vincenzo Scarpellino” nelle edizioni 2011 e 2014; seconda classificata, al concorso nazionale “Salva la tua lingua Locale” 2014; prima classificata nello stesso nell’edizione 2015.
Per le rappresentazioni di carattere storico Donne del Risorgimento (nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia) e La parola segreta era “Elefante” (nel 70° della Liberazione di Roma) ha ricevuto l’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica Italiana.

 

Maria Gabriella Canfarelli

 

Pubblicato il 13 gennaio 2019