Assassinio nella cattedrale

 ASSASSINIO NELLA CATTEDRALE, di Thomas Stearns Eliot, traduzione e cura di Rosangela Zoppi,(I Edizione novembre 2015) II Edizione riveduta e modificata, aprile 2016, pp. 144, euro 18,00 

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La scelta di sacrificare la propria esistenza di fronte a una situazione estrema in nome di un ideale e l’introspezione, l’eterno colloquio che l’anima instaura con se stessa, fondamento di ogni umana conoscenza, sono gli elementi essenziali del dramma di Thomas Stearns Eliot Assassinio nella cattedrale. La presenza di questi due elementi, sempre così rari, e rarissimi in un’epoca come l’attuale, dominata dall’egoismo e dall’indifferenza, dalla superficialità e dal materialismo, è stata determinante nella decisione di pubblicare una nuova traduzione dell’opera.
La novità in questa traduzione consiste nel rispettare il più possibile l’intenzione dell’autore di creare un’opera drammatica e lirica insieme, con un uso del verso teso a far comprendere che il dramma vuole essere una sorta di azione rituale, attraverso cui il pubblico possa subire una trasformazione simile a quella subita dal Coro delle donne di Canterbury. In questa ottica, è stato compiuto uno sforzo per rispettare anche nella traduzione l’uso della rima, che bene assolve al compito di creare tensione e drammaticità laddove richiesto.

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Rosangela Zoppi è nata a Roma, dove vive. Laureata in Scienze Politiche, è stata insegnante di inglese.
Poetessa in lingua e in dialetto romanesco, ha pubblicato diverse raccolte di poesia e due libri su Roma.
Si è occupata di traduzioni per due case editrici e di teatro (testi e regia).

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NEL LIBRO                 

Dalla I PARTE della II Edizione (La scena si svolge nella sede arcivescovile il 2 dicembre dell’anno 1170)

                                        CORO

Restiamo qui, vicino alla cattedrale. Aspettiamo qui.1
È il pericolo che ci conduce? È il senso di sicurezza che i nostri passi conduce
verso la cattedrale? Che pericolo può esserci
per noi povere, povere donne di Canterbury? Qual tribolare
che non ci sia già familiare? Non v’è pericolo
per noi e non v’è sicurezza nella cattedrale. Qualche presagio di un atto
che i nostri occhi sono costretti a testimoniare ha forzato il nostro passo
verso la cattedrale. Ci viene imposto di testimoniare.
Dacché l’ottobre dorato ha declinato in tetro novembre
e le mele son state còlte e riposte, e la terra più non è che brune,
                   aguzze punte di morte in una landa d’acqua e fanghiglia,
il Nuovo Anno attende, respira, attende, nel buio bisbiglia.
Mentre il bracciante calcia via l’infangato stivale e verso il fuoco la mano protende,
il Nuovo Anno attende, il destino attende gli eventi.
Chi verso il fuoco la mano ha stesa e ricordato i santi nel giorno di Ognissanti,
ha ricordato martiri e santi in attesa? E chi verso il fuoco
la mano protenderà e il suo signore rinnegherà? Chi al caldo,
accanto al fuoco starà e il suo signore rinnegherà?2
Sette anni e finita è l’estate.
Sette anni dacché l’Arcivescovo ci ha lasciate,
lui che con la sua gente fu amabile persona.
Ma se tornasse non sarebbe cosa buona.
Comandi il Re, o comandino i baroni,
abbiamo subìto varie oppressioni,
ma quasi sempre a noi stesse veniamo abbandonate,
e noi siamo contente se da sole veniamo lasciate.
Noi cerchiamo di tenere in ordine la casa;
il mercante, schivo e oculato, cerca d’accumulare una piccola fortuna,
e il bracciante si china sul suo pezzo di terra, e color della terra è il suo colore,
perché preferisce passare inosservato.
Ora temo lo sconvolgimento delle quiete stagioni:
verrà l’inverno portando dal mare la morte,
rovinosa primavera busserà alle nostre porte,
radice e germoglio dei nostri occhi e orecchie si nutriranno,
disastrosa estate brucerà il letto d’ogni nostro torrente
e il povero dovrà aspettarsi un altro ottobre putrescente.
Perché l’estate dovrebbe portare consolazione
per i fuochi d’autunno e le invernali brume?
Che cos’altro faremo nell’estiva calura
se non attendere in orti inariditi un altro ottobre?
Qualche maledizione incombe su di noi. Aspettiamo, aspettiamo,
e i santi e i martiri aspettano coloro che martiri e santi saranno.
Il destino aspetta nella mano di Dio, che forma dà a quel che forma ancora non ha:
tutto questo ho veduto in un raggio di sole.
Il destino aspetta nella mano di Dio, non nelle mani degli uomini potenti,
che fanno, chi bene e chi male, progetti e congetture,
con intenti che in mano a loro mutano nel corso del tempo.
Vieni, felice dicembre, chi ti celebrerà, chi ti tramanderà?
Rinascerà, il Figlio dell’Uomo, nell’umiliante greppia?
Per noi, povere, non v’è azione da fare,
dobbiamo solo aspettare e testimoniare.

Foto: 1 copertina I edizione; " copertina II edizione