Assassine seriali di Sonia Caporossi

Recensione di Anna Maria Curci

 

Il quaderno di Sonia Caporossi Assassine seriali, il numero 35 della pregevole collezione “Le Gemme”, ideata e curata da Cinzia Marulli, raccoglie nove componimenti, ciascuno dei quali reca come titolo il nome della pluriomicida (nel caso dell’ottavo, i nomi delle quattro pluriomicide), che, di volta in volta, si presentano rivolgendosi a chi legge.

La sequenza – 1. Giulia Tofana, 2. La Marchesa di Brinvilliers, 3. Erzsébet Báthory, 4. Belle Gunnes, 5. Amelia Elisabeth Dyer, 6. Leonarda Cianciulli, 7. Vera Renczi, 8. Maria Delfina, Maria del Carmen, Maria Luisa e María de Jesús González Valenzuela, 9. Aileen Wuornos – si estende per epoche e per latitudini diverse e ogni testo poetico è preceduto da un’accurata nota biografica redatta dall’autrice, che presenta le sue “assassine seriali”.

Una caratteristica dei testi è dunque quella di lasciar parlare le criminali, che si presentano al centro della scena – possiamo immaginarle come imputate alla sbarra o come monologanti su un palcoscenico – per argomentare origini, modalità e serialità dei delitti commessi, con un piglio deciso e volto a fornire un’argomentazione stringente. 

Per ciascuno dei componimenti si manifesta una sorta di filo conduttore, partendo dal quale viene dipanato l’intero svolgimento del testo. Questo filo conduttore è svelato sin dal primo verso ovvero dai primi versi: «un matrimonio infame? c’è ancora una speranza!» (Giulia Tofana, p. 6) – l’obiettivo dei delitti è introdotto addirittura come azione meritoria per la salvezza delle malmaritate; «o padre snaturato che non mi vuoi più bene» (La Marchesa di Brinvilliers, p. 8), «nel grembo il mio bambino/ ridotto a fecaloma:/ da quel momento il gemito/ si trasformò in veleno» (Belle Gunnes, p. 14) – la causa prima dell’attività di assassina seriale è il gesto disumano di un uomo, del padre della Marchesa di Brinvilliers che fa imprigionare tra le mura della Bastiglia l’amante della figlia, dell’uomo, il cui nome non è giunto fino a noi, che con un calcio fa perdere il bambino di cui era incinta Belle Gunnes; «la vita non dipende dal senso delle cose/ non è la volontà a darle direzione/ ci sono forze occulte che prendono il potere» (Erzsébet Báthory, p. 11) – una considerazione universale sulle scaturigini misteriose dell’oscuro e dell’incontrollabile.

Un altro elemento che emerge, come fa notare Maria Laura Valente nella sua prefazione, densa e precisa, è la presenza, peraltro non inusuale nella scrittura di Sonia Caporossi, dell’umorismo macabro che nella sua versione tedesca, Galgenhumor, vuol dire letteralmente “umorismo da patibolo”. Nella loro confessione-professione, le “assassine seriali” si presentano, in una versione che ricostruisce realisticamente le loro azioni, come donne che dichiarano intenti e cause del loro agire, l’animus necandi così come le ragioni più profonde. L’umorismo macabro si aggiunge come elemento non estraneo, bensì correlato alla teatralità dell’effetto che nasce dal rendere in versi, dal trasformarsi in poiein della “esplorazione intersoggettiva” (Valente) dell’autrice circa le loro vicende, i loro reati. E i versi, come avviene costantemente nella poesia di Sonia Caporossi, sono caratterizzati da una varietà metrica che va dai senari (Leonarda Cianciulli), ai settenari semplici (Belle Gunness), ai settenari doppi (Giulia Tofana, La Marchesa di Brinvilliers, Erzsébet Báthory, Amelia Elisabeth Dyer, Maria Delfina, Maria del Carmen, Maria Luisa e María de Jesús González Valenzuela), agli endecasillabi (Vera Renczi), alla mescolanza di più misure in un singolo componimento (Aileen Wuornos). Varietà e arguzia, rigore e precisione, intuizione e umorismo, teatralità e rivelazione del profondo. 

Foto di Dino Ignani