Arcorass-Rincuorarsi di Maria Lenti

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Lascio agli analisti l’interpretazione dei sogni, ma certo questo “sogno ricorrente” con cui Maria Lenti apre  “Rincuorarsi” mi fa riflettere, se non altro perché occorre veramente rinfrancarsi dopo un sogno siffatto, specie se ripetuto più volte “so’ ancora da pied al pér/ epur un po’ de strada o molt n’ho fatta /da un pess i settanta j ho pasat.//”  Mi sembra infatti che l’Autrice riconosca di aver fatto molta o poca strada – dubbio che rivela onestà intellettuale – pur essendo ancora sotto al pero, forse riferendosi a quella frase per cui chi cade dal pero, rivela quanto meno innocenza, semplicità; mi sembra che sappia mantenere la voglia di mettersi in gioco, senza rinunciare all’esperienza degli anni, vivendo così il più semplice e più grande conforto. Lo esplicita bene “arcorass vol dì rincuorarsi/ di più e meglio/ secondo contesto cadenza intonazione” con l’offrire una ragione valida in esempi concreti e universali che ciascuno può attribuirsi, a seconda della situazione, della “cadenza” – linguaggio, dell’intonazione – stato d’animo:“ri-avere il sentimento di prima/ (el còr d’una volta: il mio poeta, Leopardi) /”.

Arcorass- Rincuorarsi, nel senso etimologico è ri-entrare nel cuore, rimettersi nel cuore, nel proprio intimo, ma anche rimettersi nel cuore delle cose, per evitare  sbagli, anche terribili “El còr en sbaja mai/ se c’è un legame tra la mente e il cuore/ se c’è una mano che li tiene uniti/ se quella mano li ha uniti almeno dall’adolescenza/ quando si comincia a nominare/ vivendoli/ el còr la felicità ’l dolor “   Ecco chi può rin-cuorare: chi “nomina” le cose, vivendole nel verso dei giorni e nella Poesia. Ed è condizione non statica, ma dinamica, tra “sciatate”, (affanni,) e serenità; dinamismo che può scivolare nella vertigine, “ciampanelle” che il medico- pragmatico attribuisce alla pressione alta da curare, e che deriva dal vivere e dall’affanno del vivere: in quell’alchimia di isolarsi nel proprio mondo e insieme sentirsi parte dell’umanità sofferente.

Anche la memoria dà vertigini.“Poss dì che la memoria/ è pane quotidiano ma non ci piango sopra./ El so che l’arte la poesia/ devono poggiare su ricordi/ da dimenticare, che devono però tornare illimpiditi”  La memoria e il tempo “passato e presente/ insieme al futuro/  tre temp un lamp/ han fatt prima del temp “ che sono un lampo da prendere al volo “ la finestra un lampo / da prendere al volo / che sveli i misteri / il mio giorno il tuo / le braccia queste mani i piedi / un giro e un altro giro” per dipanare i giorni, e forse svelare il mistero. Senza necessità di filosofare, poiché  le domande sull’esistenza nascono dalla fatica del lavoro, dal pane dal sapore del sale, dal guardarsi allo specchio, che è scrutarsi dentro l’anima; dall’intestardirsi sul nuovo, anche politico, che non sembra poi tanto nuovo, specie per chi è “cacianasa e testarda”, come l’Autrice.

Quasi come conseguenza della memoria e del tempo, ecco il dubbio. Basta per allontanare il male e la malfin (malinconia), recitare una filastrocca (oggi si direbbe mantra…); oppure è necessaria la saggezza che fa dire “se scelgo non vivo/ se vivo non scelgo”? O riconoscere che possiamo scegliere alcune cose e (molte) altre no? Maria Lenti non scioglie il dubbio, ma lo accoglie come parte di sé in quell’arcorass iniziale, transumante dalla poesia alla vita e viceversa, secondo le stagioni del tempo e dell’esistenza; nel luogo intimo, ma non autocentrato, dove le perdite, personali e sociali, hanno forma diversa, ma stessa sostanza; dove la natura e l’aria sono parte dell’io, come l’erba che si mangia e il vento che aggiunge ad un incontro un non so che di rimescolamento.

Poi un lampo: la sezione “Armusciné” – Rimescolare. Ecco forse la chiave di tutta la raccolta e la spinta a rincuorarsi, dicendo come Socrate “So di non sapere” En ch’ho capitt gnent  (Non ci ho capito niente); senza rassegnazione, senza smettere di cercare e di mettere assieme “Camminata per la più parte la mia vita/ ho muscinat e armuscinat/ tle rob vissute/  chi ha ragion non so.”  Con la semplicità dell’amica Olga: “– ho capit ho capit tutt el mond è paes / me sa che sto mei du’ sto, tra quattre cas -” ( ho capito ho capito tutto il mondo è paese / mi sa che sto meglio dove sto, tra quattro case).

Del resto, non è viaggio il “bordeggiare” poetico tra dialetto e lingua? Bordeggiare, senza spingersi in mare aperto, senza perdere i riferimenti: i Classici, i Poeti d’ogni tempo, Urbino con la sua storia,  la sua gente e la sua saggezza.

Maria Lenti, Arcorass- Rincuorarsi, Puntoacapo Ed. Pasturana (AL), 2020

 

 

 

Armuscinè

 

fuori del limbo non v’è eliso:

 avrà ragione Elsa Morante?

 Camminata per la più parte la mia vita

 ho muscinat e armuscinat

 tle rob vissute

  chi ha ragion non so.

 Dura cosa

 dall’incoscienza arrivare alla coscienza

 alla mente e le sue vie

 al corpo e alle sue traversie

 a ciò che accade imprevidente

 a ciò che vuoi fuori d’ogni niente

 a ciò che il mondo t’apparecchia

 a ciò che rifiuti, ronzìo di pecchia

So che non so questo so.

                               Vagh avanti

 un po’ spinta dagli avvenimenti

 un po’ scegliendo i “quanti”

 un po’ premendo il mento

 un po’ presa dall’evento

 muscinand e armuscinand                      

                        spess ridend.

 

 

 

Dialogo

 

 

“Hai capito qualcosa della vita?”

 chiede Lucia, tono un po’ saccente

                    sulla punta di un dente.

Caminam ma le Vign d’Urbin. 

“En c’ho capitt gnent. Niente”, rispondo.

 Riprende: “Me vien in ment ’na poesia di Giorgio Caproni

 su un bell’albergo in fondo alla strada.

  Ogni tant me se squadra tla testa

 il suo portiere, la direzione…”.

 “Me par che il paragone vada…”.

 Rapite dal rosso dietro

 il nero Sasso Simone e Simoncello,

 Lucia tira fòra la sapiensa: “Quae cum ita sint,

 sia luminosa accogliente

 e ben confortevole la dimora”.

“Anca el latin adess! Smettla, fam el favor.

Lasc’le du’ ch’el st’hotel”.

 

Sciatata

 

 

 

Se c’arpens m’acorgh che la mi vitta

è stata ’na sciatata fino ad un certo anno

(i ventitré o giù di lì)

d’improvviso una calmata

– va’ a sapé perchè

mai rintracciato il motivo –

mi ha spinto a camminare senza affanno

il lavoro lo studio l’insegnamento

la scrittura (prosa e poesia)

e giornate innamorate

Sui quaranta uno stravolgimento

tallonata da non so che cosa

un’entrata nei miei giorni inusitata

(cercata o non cercata, non saprei)

aria diversa da respirè

’n’antra sciatata di qualche anno

Quindi è tornata la calma

la scola sempre ch’me piaceva

l’Olivetti Studio 44

per il mestiere delle parole

messe in cantiere

Dovessi o potessi di nuovo vivere

senza conflitti o in contrasti netti

sceglierei ancora

le sciatate e la serenità.

 

 

 

C’era una volta

 

 

Poss dì che la memoria

è pane quotidiano ma non ci piango sopra.

El so che l’arte la poesia

devono poggiare su ricordi

da dimenticare, che devono però tornare

illimpiditi

(l’ha scritto Rilke tra altri).

I mi ricord èn tutti messi a post

en me fan sofrì en dan fastidi

mi sostengono nel vivere di oggi

m’aiutne a fè la vitta d’ogni giorne

mi danno la gioia del vissuto

la consapevolezza delle scelte

la chiarezza nelle emozioni.

La mi preferensa va tel present

ch’ pol aprì ’l futur

(per me breve, lungo per altri)

de quel che c’ho e de quel ch’en c’ho

de quel ch’ poss fè de quel ch’en ho da fè.

Ma c’era una volta.

 

 

 

 

 

Specchio

 

racconto all’infinito il suo

occhi infiammati

noia mortale

m’ha pres per asciatt

s’è pres el mia

sùbit dop so’ scapata de fuga

puntuto il mio racconto

nodi contronodi

odi ed epodi

l’ho pres per asciatt

ho ripres el mia

de corsa lu’ s’è dileguat.

 

 

 

L’orologio

 

c’ho ’na peccia d’orlog

le or van per cont lor

i giorne sèmbren fulmin

la sera corre alla sua fine

scivola l’alba verso il tramonto

el prim dl’an è già San Silvestre

mesgiorne e mesanott passne ch’en m’acorgh

gira e gira e non si ferma

basta ch’j do la carrica la matina

sa i du’ dit dla destra ma la rotlina

m’l’han mess mal pols apena nata

(ho fatt anca un stols

perchè tichettava fort a le due de nott)

l’avéven vint m’han dett

tla fiera sa tre lirett

t’una scattola dle scarp

vòi comprè un orlogin d’or

un Omega un Christian Dior

un gioiellino firmato

(da donna, con gonna che s’addica)

esatto al millesimo di secondo

il sole brillerà così la luna

non ne sbaglierò una

 

 

 

Maria Lenti, urbinate, è stata docente di lettere fino al 1994, anno in cui fu eletta (e rieletta nel 1996 e  fino al 2001) come deputata per Rifondazione Comunista. Ha una lunga esperienza di insegnamento con studenti stranieri, in Italia e all’estero. Studiosa di letteratura ed arte, collabora con riviste e quotidiani. Ha pubblicato per la poesia: Un altro tempo, 1972; Albero e foglia, 1982; Sinopia per appunti, 1997;  Versi alfabetici, 2004; Il gatto nell’armadio, 2005; Cambio di luci, 2009; Ai piedi del faro, 2016. Per la prosa: Passi variati, 2003; Due ritmi una voce, 2006; Giardini d’aria, 2011; Certe piccole lune, 2017. Inoltre, gli studi: Amore del Cinema e della Resistenza, 2009; In vino levitas. Poeti latini e vino, 2014. Ha curato l’antologia di poeti italiani contemporanei Dentro il mutamento, 2011. Nel 2006 ha vinto lo “Zirè d’oro” (L’Aquila). Ha curato, con Gualtiero De Santi e Roberto Rossini, il volume Perché Pasolini (1978).

Sulla sua poesia Lucilio Santoni ha realizzato, nel 2002, il film-video “A lungo ragionarne insieme. Un viaggio con Maria Lenti.”

 

Maurizio Rossi

 

 

Pubblicato l’11 aprile 2020