Anna Maria Curci. Le storie, le voci della Storia in Opera incerta

Nota di Maria Gabriella Canfarelli

 

Poesia còlta, modulata in canti e controcanti magistrali, variazioni ritmiche e sfumature, toni diversi, e strofe brevi e lunghe per dipanare la complessità della Storia, penetrarla, significarla. Non è passiva contemplazione, piuttosto partecipazione intensa della mente e dello spirito (in serafica ma vigile attesa), quanto del corpo che sente, vede, tocca.

Se il titolo Opera incerta (L’arcolaio, 2020) è preso in prestito da opus incertum (degli antichi romani, tecnica di edificazione muraria consistente nell’assemblare pietre di misura disuguale, irregolare ma combacianti tra loro), Anna Maria Curci allo stesso modo assembla i conci irregolari, sghembi della realtà, con mirabile pazienza scava e varca il visibile, lo scavalca, lo supera, ne accoglie piccole e grandi schiuse di verità (C’è un tempo di usci chiusi/uno di porte aperte).

Ché il muro che ha di fronte non è soltanto confine, separazione tra un di qua e un di là ma anche stimolo ad andare oltre, in cerca di segni da tradurre, interpretare, e infine trasformare l’oscuro in luce, il dolore in bellezza, il disordine in logos: bellezza, dunque, vibrante visione poetica di un intelletto che avvista, discerne e valuta (In bilico su toni e fenditure, /cerca il prodigio il varco quotidiano/ senza i sipari i tuoni le tribune).

Con un profondo e largo e resistente respiro, e trasalimenti catturati dalla coscienza la poetessa approda alla rivelazione, o le va incontro dopo il traghettamento da riva a riva, da una sponda all’altra del fiume, liquido muro orizzontale (mentre qui aspetto/mi si accosta il silenzio/ e suggerisce); nasce improvvisa la luce tende le braccia, districa l’intricato e oscuro ordito del mondo e della Storia e delle storie, ed è gioia scoprire e toccare dopo questa proroga// attesa protratta/ / gioie minute / in scatole modeste”. La sontuosa eleganza dei versi e il ritmo polifonico tracciano un disegno compatto che felicemente coniuga tempi e temi differenti, eterogenei come appunto i pezzi dell’opus incertum; e soprattutto rende visibile ai sensi e al cuore ciò che non si vede, ciò che sta dietro e dentro l’opera: le visite ai luoghi cari, gli omaggi, le dediche alle molte storie entrate brutalmente nella Storia (Gramsci, Sant’Anna di Stazzema, 8 settembre 1943,  Birkenau, Tienanmen, la strage alla stazione di Bologna) perché Sia umano il canto, voce dei sommersi; le vicende e i legami d’amicizia e amore, i ricordi, la famiglia (Serbo la discendenza /come viva memoria,/sudato testimone/della lampada accesa); temi importanti, vitali tenuti insieme dal filo teso tra intuizione e ragione, un intreccio poetico di accadimenti, tra figure fisiche e metafisiche come è l’Angelo forse custode, certo è nunzio d’Avvento, che insieme alla poetessa attende la fine dell’attesa (e l’ala ripiegata/ aspetta l’altra, insieme voleranno); la poesia, dunque, il necessario ineludibile Kit di sopravvivenza agli orrori e al dolore, la poesia portatrice di luce e di vera gioia, quando è lo sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba/ un libro spalancato o uno spartito.

Testimone del nostro tempo, la voce di indubbia potenza evocativa di Anna Maria Curci edifica dunque uno spazio e un luogo di libertà e di conoscenza, di libertà nella conoscenza oltre l’indistinto, l’informe intorno a noi, e anche per noi invera la promessa di quel fiore azzurro rispondendo con generosità alla “chiamata alla testimonianza, nella vocazione a parlare per conto di voci dimenticate o che rischiano di spegnersi” scrive Francesca Del Moro nel saggio critico accuratissimo scritto in forma di postfazione; e ancora Del Moro: “valore e necessità di un percorso quale è quello su cui Anna Maria si interroga e ci interroga. Il percorso etico ed estetico compiuto da un “cuore pensante”, definizione che utilizza nella sua prima raccolta e che racchiude in sé la capacità della poesia di pungolare intelletto e sentimento per diventare, nelle sue parole, pegno d’incanto, balzo, testimone”.

 

Biobibliografia

Nata a Roma nel 1960, Anna Maria Curci insegna lingua e letteratura tedesca in un liceo statale. Suoi testi sono apparsi in riviste, in antologie e su lit-blog. Insieme a Fabio Michieli è direttore, caporedattore ed editore del lit-blog Poetarum Silva; è nella redazione della rivista trimestrale Periferie diretta da Vincenzo Luciani e Manuel Cohen; per il sito Ticonzero di PierLuigi Albini ha ideato e cura la rubrica Il cielo indiviso. Ha pubblicato in rete traduzioni da testi di diversi autori, prevalentemente di lingua tedesca. Ha tradotto, tra l’altro, poesie di Lutz Seiler ( La domenica pensavo a Dio / Sonntags dachte ich an Gott, a cura di Paola Del Zoppo, edizioni Del Vecchio 2012); di  Hilde Domin (Il coltello che ricorda, a cura di Paola Del Zoppo, edizioni Del Vecchio 2016) e i romanzi Johanna (Del Vecchio 2014) e Pigafetta (Del Vecchio, di prossima pubblicazione) di Felicitas Hoppe. Ha pubblicato i volumi di poesia Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015), Nei giorni per versi (Arcipelago Itaca 2019).