Anna De Simone: Leopardi a Trieste con Virgilio Giotti

“Il proposito – o il desiderio – sarebbe quello di cercare di comprendere attraverso quali strade sconosciute Leopardi sia arrivato fino a Trieste e sia entrato, sommessamente, in gran parte delle liriche in dialetto di Giotti”. Sinteticamente esplicitato dalla curatrice nella premessa dell’omonimo libro (Interlinea, Novara 2015), l’obiettivo dischiude un vastissimo panorama da perlustrare: Anna De Simone, con puntuali argomentazioni, fa confluire nell’alveo della tematica principale una lunga serie di riferimenti letterari che trovano la loro naturale coesione nella poesia di Giotti, così saldamente fusa con la sua vita e la sua umanità. Pregio di questo lavoro critico è guidare chi legge a conoscere a fondo l’ambiente poetico in cui è maturata la scrittura di un autore schivo e tardivamente riconosciuto come un grande del Novecento, attraverso le sue letture, il dialogo tenuto con autori, viventi o scomparsi da molto tempo ma a lui vicini per aspirazioni, pensieri, sguardi sulla realtà. Leopardi innanzi tutto, e tanti altri, a iniziare dal cinese Po Chu-I, quanto mai adatto a introdurre il discorso su Colori, l’opera che raccoglie quasi tutte le poesie di Giotti, “per quel tratto delicato, in punta di penna, che è la sua cifra inconfondibile, per la delicatezza e la luminosità dei paesaggi”. Non va infatti dimenticato che Giotti era anche un valente pittore.  Poi il Pascoli delle Myricae, con la poetica delle piccole cose e dell’infanzia perduta che troverà l’equivalente in Giotti nell’immagine del Sambuco dell’omonima poesia.
  
Le riflessioni e i commenti della curatrice sono sempre ancorati ai testi poetici, ampiamente riportati, a partire dalle “pagine, ingiallite, del volume dei Canti, quelle che contengono osservazioni di Giotti, scritte quasi sempre a matita”: alcune sono riprodotte nel libro, con le note a margine del poeta triestino, stilate a volte in varie direzioni sui margini, e si deve girare o rovesciare la pagina per decifrarle. L’accostamento tra le poesie più note di Leopardi (spesso studiate e annotate a scuola da ciascuno di noi) e alcune poesie di Giotti, così diverse ma che suggeriscono in filigrana echi leopardiani, è lì a testimoniare “il filo trasparente e luminoso che lo lega al genio di Recanati”. Anna De Simone sottolinea che “sarebbe fuorviante parlare di imitazione. Perché Leopardi, attraverso il filtro di Giotti, diventa nel tempo un modo nuovo di vedere le cose, di ascoltare voci, suoni, silenzi, una maniera speciale del poeta triestino di restituire prima a se stesso, poi ai lettori il “suo” Leopardi”.
 
Immagini classiche della poesia – la luna, le stagioni, la sera, il ricordo, la morte –  costituiscono nuclei tematici attorno ai quali si dipana e si riavvolge il commento della curatrice, teso a far emergere il legame profondo che unisce la poesia di diversi autori nello scorrere dei secoli, così che può giungere fino a noi quella visione nitida sulla natura e sull’animo umano a cui già i Greci avevano attinto. Come la luna delle notti di Saffo si riflette nella luna leopardiana dei Canti, ora lo stesso chiarore pervade il cielo di Trieste e il Ciaro de luna entra nella cucina del poeta a rischiarare un momento drammatico con la sua consolante presenza: “’Sta luse me la sento/ sul viso come un’àqua;/ come ’na fina neve/ me la vedo vizin.// In ’sta note che sànguino/ ma la go trovà arente;/ ’sta luse me ga dito/ una bona parola.” (“Questa luce me la sento/ sul viso come un’acqua;/ come una neve fine/ me la vedo vicina.// In questa notte in cui sanguino/ me la sono trovata accanto;/ questa luce mi ha detto/ una buona parola.”)
  
Ad una lettura attenta e documentata da un punto di vista storico-letterario, Anna De Simone affianca una partecipazione che dona intensità alla sua indagine critica, tesa a mostrare come la poesia sia lo strumento più adatto a comprendere e fissare la bellezza della vita, nei suoi periodi sereni (che, purtroppo, non saranno molti per Giotti, troppo spesso preso dalle incombenze di una esistenza di sacrifici e rinunce); e a sostenerne l’insensatezza nel lungo periodo in cui la perdita degli affetti causerà un dolore irrimediabile: ne sono testimonianza le pagine del diario Appunti inutili e le poesie di Sera e Versi, le due ultime sezioni dell’edizione Ricciardi di Colori (che il poeta, morto nell’agosto del 1957, non farà in tempo a vedere).
  
Ci sono stagioni della vita in cui la serenità sembra scaturire semplice e piena da ogni scorcio del paesaggio, da ogni minimo avvenimento e sensazione: così è, ad esempio, nei tre testi di Marzo, dove Giotti esprime questo sentirsi contento “senza saver de cossa” attraverso immagini nitide quasi tracciate a pennello; e nella Canzone d’estate torna agli anni in cui pensava al futuro senza paura perché “Mi sentivo il cielo grande/ e il sole sopra la testa:/ aveva allora il vivere/ per me un sapore di festa”.
  
Ma il senso di una felicità che rapidamente si allontana, della morte e della rovina della  “casa”, che per Giotti è il fondamento del suo stesso esistere, compariranno presto in diversi testi, quasi un recondito presentimento del dramma che giungerà quando i figli Paolo e Franco partiranno come interpreti per il fronte russo, pieni di speranze di trovare nella patria della madre (che aveva insegnato loro la lingua) un nuovo spazio e nuove esperienze di vita, e invece troveranno la morte nel gennaio del ’43 in due campi di prigionia. Dati per dispersi, il padre saprà solo nel ’46 della morte di Paolo, di Franco non avrà mai notizia certa. Datano dal 1939 le poesie più struggenti, quando la figlia Tanda seguirà il marito antifascista al confino portando con sé Rina, la nipotina così amata da Giotti, la cui Partenza è vista nell’omonima poesia come uno straziante distacco, quasi un presagio della fine di una casa felice. Poi la scomparsa dei figli in guerra segnerà una tragedia a cui niente nella realtà può recare consolazione, se non nel sogno ad occhi aperti della poesia El Paradiso, allucinata proiezione di un desiderio impossibile (ma necessario per sopravvivere), dove stanno insieme i vivi e chi si era allontanato e ora è tornato a sedersi alla stessa tavola; in un tempo che fonde le stagioni in un’unica “bela granda”, con un cielo che è tutti i cieli, in un luogo che è tutte le case abitate dal poeta. Un mescolarsi di spazi e tempi, il senso dell’infinito e di un eterno presente calati dentro una domestica quotidianità, dove si condensa l’immagine di una serenità finalmente raggiunta nella condivisione di gesti familiari, nel guardarsi in viso mentre “in pase se parlemo”.
 
L’eco leopardiano – qui in sottofondo – riemerge intenso nell’ultimo testo di Colori. Giustamente Anna De Simone afferma che la lettura di Leopardi accompagnò tutta la vita di Giotti, che sigillò la sua opera poetica con i versi di Ciaro de luna, in cui la figlia è paragonata all’astro che a tratti appare, a tratti viene nascosto dalle nuvole. Ma lontane sono ora le carezze e la voce della donna, che così felice renderebbero il poeta, mentre la luna non ha più una buona parola e, come per il pastore errante dell’Asia, se ne sta “là in alto lontan/ sola la va pal ziel”.
 
Molto altro viene presentato in questo studio preciso ed appassionato di Anna De Simone, in cui ci si immerge per approfondire la poesia di Giotti, innanzi tutto, attraverso le suggestioni che la lettura di Leopardi vi ha portato; ma anche per comprendere come ogni grande poeta rinnovi lo spazio che rende nostro contemporaneo lo sguardo che altri poeti hanno posato sul mondo, sulla natura, sulla vita, componendo immagini e parole che ancora ci parlano e ci emozionano attraverso il tempo.
 
Anna De Simone (a cura di),  Leopardi a Trieste con Virgilio Giotti  (Interlinea, Novara 2015)
 
 

Nelvia Di Monte 

 

Pubblicato il 24 febbraio 2014