Alle radici dei versi di Grazia Stella Elia

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

Spiega L’Autrice: “La scelta delle piante per questa silloge, oltre a essere motivata dal mio grande amore per il mondo vegetale, ha un significato emblematico e metaforico riferito soprattutto alle piante arboree, con le loro cime sempre rivolte al cielo, al sole, alla luna e alle stelle. Ha un particolare fascino la loro mira ascensionale, che fa pensare alla tendenza umana a salire, salire.” Questa è forse la seconda chiave interpretativa della silloge, mentre la prima è nel titolo stesso: ciò che si eleva si radica anche profondamente nella terra, nel nutrimento, tanto per le piante, che per l’umanità; le radici del poetare, che canta la vita in ogni sua forma, sono nella stessa vita e non in un mondo immaginario; quella vita che misteriosamente si esprime nella “sapienza” delle piante e nel loro misterioso linguaggio.

“Hanno, le piante, come noi,/ il suono della vita./ Un suono che diventa/ squillo/ nel momento dell’esuberanza/ primaverile.” La vita è sonora, non rumorosa, come ben sapevano i musicisti compositori prima dell’avvento del motore a scoppio e della radio! La stessa luce d’Aprile è bellezza e musica, alla quale fanno eco i voli e i canti.

Ma le piante, come noi, subiscono gli insulti atmosferici, specie il vento, e le malattie“Scialbi i rami/ ammalati/ un dolore segreto/ pare vogliano sussurrare.” e ancora “Un lamento d’animale/ squarcia il buio”  quando gli eventi atmosferici più duri si accaniscono sugli alberi e i cespugli.

All’osservazione, allo sguardo del cuore, l’Autrice aggiunge anche personali ricordi: la mamma che ricamava, “riportando con raffinata maestria… fogliami ed arabeschi” sul tessuto; il“vento che gioca/ con le gonne ampie/ e lunghe delle donne” nel paesino dove ha insegnato; “la malva e la ruta/ salvatutto” al tempo in cui bastava poco per colorare la vita di paese; i “mignani odorosi di basilico” di cui restano nel paese solo due esemplari; la cotognata squisita di nonna Maria, da frutti colti con sapienza contadina, “con cielo sereno e luna calante” dalle piante figlie delle cetonie di Creta, i cui frutti Solone “proponeva alle spose…per avere una notte gradevole e un felice concepimento”. Ricordi personali e antiche usanze e miti che si alleano grazie alla Natura e agli esseri vegetali e animali, perché i versi siano ancor più radicati nell’esistenza umana.

Solo chi ha occhi attenti e la fortuna di essere a contatto con la natura, o almeno potere ritornarci, conosce i “versi” degli alberi e dei campi, questo “ritorno a capo” per scandire il ritmo delle stagioni e per progredire e crescere: si svolgono i mesi, ognuno con un profumo, un’immagine di fiore o pianta e su tutti gli ulivi, “… stanchi/ di una lunga notte/ di vento furibondo e violento,/ che ha dato guerra/ alle inermi chiome”, loro, alberi della pace, che l’Autrice ama in modo particolare e canta come simbolo della sua terra.

La Elia non tralascia nulla, ma ogni pianta, arbusto, fiore, frutto emerge dalle pagine – insieme ai mesi e alle stagioni – come un “erbario” poetico, per esaltarne l’aspetto e l’effetto anzitutto su di lei, ma anche per cantare la sua terra, come fa parlando del fico d’India “Dalle spine al saporoso /contenuto: /un frutto pugliese /metafora della vita”; o del suo balcone, con il basilico, con la mentuccia, il melograno del suo orto domestico.

Spesso tra le composizioni si affacciano solitudine e malinconia, confortate dal vento dell’autunno trai rami; dall’alito di serenità, come il sole di Maggio per l’ulivo; dal sogno di poter udire il suono dei semi di grano che si aprono nella terra, “musica della natura” come quella che va “dal cuore degli abeti al cuore umano”.

Eppure il suo sentire più profondo non viene rappresentato che dall’ulivo:“Se mai potessi/ a un ulivo antico/ rimanere abbracciata,/ nella pace più vera/, più dolce, più sacra/ mi addormenterei.” figura di pace, resistenza secolare, saggezza antica e pazienza.

Numerose composizioni, piane nello stile e nel ritmo, intense e ricche di riferimenti, compongono questa silloge che conferma la fecondità poetica e umana della Elia, “nemica della boria” proprio come le viole mammole.

 

 

Le viole mammole

 

Finire vorrei i miei giorni

al giungere

della primavera,

nel tempo delle viole,

perché una almeno

venga messa

tra le mie mani

e con me la porti

nell’ Altrove.

Amo tanto le piccole,

odorose, semplici

viole mammole,

meravigliose nemiche

della boria. 

 

 

Se avessi una cetra

 

Se avessi una cetra.

vorrei che accompagnasse

il mio canto

per le piante,

innocenti creature

che guardano il cielo

e pregano per tutti.

Ospitano ali in danza

d’armonia,

donano agli occhi

meraviglia e magia

e alle orecchie

una musica segreta

che viene da Dio.

 

 

Il melograno

 

Il mio melograno

era un bonsai,

ma è diventato un alberello.

Lo vedo impreziosito

da tanti piccoli globi

accesi di rosso.

Che meraviglia!

Godo della grazia

di quei naturali gioielli,

che non stacco dai rami

fino a Natale.

Saranno amabili rubini

in armonia con la soave

atmosfera natalizia.

 

 

 

I cipressi del cimitero

 

Sono alti, snelli e forti,

austeri nel loro verde cupo,

alberghi ospitali

di liberi volatili.

In una notte di tanti anni fa

il vento che urlava

come un branco di lupi

li sconvolse, li percosse,

li colpì con violenza,

fino a svellerne parecchi.

Un cimitero vegetale

nel cimitero umano:

un’immagine desolante

dopo la bufera.

Erano riversi, in estremo abbandono,

quei giganti.

Non più “alti e schietti”

come i cipressi carducciani,

erano la metafora della morte.

Erano la Morte.

 

 

 

Grazia Stella Elia, Alle radici dei versi, Progedit. Ed. (BA), 2020

 

 

 

Grazia Stella Elia è nata e risiede a Trinitapoli, dove ha svolto la professione di insegnante, trasmettendo l’amore per la poesia, per il teatro e per il dialetto: quest’ultimo, coltivato fin da giovanissima, l’ha portata a dirigere un gruppo folkloristico-teatrale pugliese; a scrivere poesie in dialetto “casalino”; a editare un voluminoso dizionario del dialetto di Trinitapoli (2004). Nel 1995 ha rappresentato l’Italia al XXXII International Meeting of Writers di Belgrado, presentando la relazione “Preghiera per il XXI secolo”. Ha diretto i Corsi dell’Università della Terza Età. Attualmente collabora a diverse riviste con saggi, articoli e recensioni. Sue poesie sono state tradotte in serbo-croato e, dal poeta Joseph Tusiani, in inglese. Suoi componimenti, in dialetto e in Lingua, sono presenti in svariate Antologie e in diversi articoli. Tra le numerose pubblicazioni cito: Nostalgia di mare, 1985; Il cuore del paese (in dialetto)1991; Versi d’azzurro fuoco, 1997; Dizionario del Dialetto di Trinitapoli, 2004; L’anima e l’ulivo- Poesie, 2011; Canti dell’ulivo, 2015.

 

Maurizio Rossi

 

 

 

Pubblicato il 17 giugno 2020