“Mi sembra che questo libro di versi sia stato un tentativo, vano ma irrinunciabile, di comprendere l’irreparabilità della vita, di dialogare con chi non posso vedere e non vedrò mai più” In questa nota posta dopo le poesie, con discrezione per non influenzare chi legge e ascolta, l’autore dichiara il suo intento, che è svolto nelle otto sezioni della raccolta: L’Attesa, Dormono i nomi, Altari sul nulla, Gli addii, Istruzioni in caso di morte, Giochi mortali, L’officina.
Eppure, leggendo e scrutando, si può affermare che questo non è un libro sulla morte e per la morte, ma sulla vita e per la vita. Certo, è pervaso di dolore, ci sono assenze, distacchi irreparabili; ma c’è vita – senza la quale non potrebbe esserci la morte – c’è il tempo, che è luogo della vita, e c’è l’attesa. “Qualcuno ha detto che la vita è solo attesa./ Un’attesa prodigiosa, che sazia la mente/ e appaga il cuore. Lo riempie di dolore anche,/ questo è certo. Senza un dolore limpido/ e sincero, come faremmo a sentire il tempo,/ a diventare maestri nell’arte dell’attesa”
La “sola attesa” si trasforma in “attesa prodigiosa” – meravigliosa, insolita, presagio di eventi; lo stesso annuncio (pro-digium) è qualcosa che sazia mente, cuore e nello stesso tempo dice dolore, definito metronomo del tempo.
L’attesa del poeta è “osservare scorrere la vita dalle sponde del fiume” e scoprire che l’imperfezione dell’esistenza sta nel suo “perfetto precario equilibrio”; nell’agire dei contrasti, l’inerzia è fermezza di chi non può mutare lo scorrere delle cose, ma ne è consapevole.
Così, l’assenza che segue il distacco dal padre e dalla madre è vissuta dallo scrittore pienamente e per scelta, pur non avendo lui potuto far nulla per impedire la loro morte. E mentre non si può opporre a che l’abitazione dei propri cari sia in “celle strette, scure, spoglie, sudicie” niente gli impedisce di andare a trovarli lì dove sono; e se non gli accade di sognare la madre – “dicono che i morti tornano nei sogni” – ha fiducia, più d’una speranza, che potrà ancora incontrarla e passeggiare con lei. La consolazione non viene dai libri, né dai consigli altrui -confessa Alessandro Melia – ma dal tempo, vissuto nell’attesa.
Per comprendere fino in fondo il significato che l’autore dà alla parola “attesa” occorre tornare alla sua nota per il lettore, dove comprendere e dialogare sono entrambi uniti nell’urgenza del poetare: con dolore, certo; anche con una certa ironia e levità “l’uomo che non guarda le nuvole/ vive meno dell’uomo che le guarda”. Non si sta parlando di meno tempo da vivere, ma di minore intensità e qualità della vita: le nuvole così effimere e così dense di pioggia -un ossimoro naturale – danno sostanza ai giorni, mentre con la pioggia combattono il male che distrugge la vita, come la chemioterapia fa col tumore. Non è importante che riescano a vincere il male di vivere, ma che tentino di farlo: del resto anche la chemioterapia spesso combatte, ma non vince sempre il nemico che divora la vita.
In tutta questa attesa, la poesia, dialogo e comprensione. “Innaffiare la parola…vederla prendere il largo…custodirla come bene prezioso/ da tramandare dopo la morte” . Non è questo che fanno i poeti? E Melia si inserisce nel percorso di secoli di scrittura, senza pretesa di eccellenza e proprio per questo appare efficace nel ritmo, nell’armonia, nella essenzialità del verso e persino nella rima “Io scrivo pensando/ ma la penna non sempre/ segue il mio pensiero/ a volte scava il suo sentiero/ nell’alveo di un pensiero/ non più mio, di qualcun’altro./ Così io leggo e mi ritraggo.” Non pretende di avere l’esclusività del pensiero, eppure lo esprime con onestà poetica.
Ancora: quanti uomini e donne si sono chiesti che cosa fare delle cose appartenute ad una persona cara e poi lasciate, cosa fare nella sofferenza conflittuale di liberarsi e incatenarsi al ricordo, di lasciar andare e trattenere? Nonostante il già detto, l’originalità sta nella chiusa del nostro “Se almeno morissero da sole/ come le rose” dove la bellezza e la vitalità del fiore per eccellenza ( e del fiore poetico!) sono accostate alla sua finitezza. Morte e vita ancora una volta insieme, unite perché inscindibili, malgrado tutti i tentativi umani di separarle.
Mi sembra che il tentativo che ispira “Dormono i nomi” non sia affatto vano: l’autore ha preso la matita per inseguire le parole e catturarle sulla pagina e poi ripartire per una nuova caccia. Alessandro Melia ha cercato, catturato, usato le parole per esprimere il suo vissuto e comunicarlo; senza manometterle o violentarle, come raccomanda di fare Gianrico Carofiglio (La manomissione delle parole, Ed. Rizzoli, 2010).
Alessandro Melia (Roma, 1980) è giornalista e scrittore. Ha curato l’antologia di Sergio Corazzini, Io non sono un poeta (Interno Poesia 2021). Dormono i nomi è la sua prima raccolta di versi.
Dalle sponde del fiume osservo scorrere la vita
com’è caotica, imperfetta,
in perfetto precario equilibrio.
Il vento muove i rami
gli uccelli volano a pelo d’acqua
i pesci provano a scappare
soltanto io resto fermo
spiga di grano inerme
scontro di particelle
in balia della corrente.
………………………
Nuvole
L’uomo che non guarda le nuvole
vive meno dell’uomo che le guarda
le nuvole mettono ordine
allargano lo sguardo
conferiscono sostanza ai giorni.
La pioggia è la nostra chemioterapia.
………………………..
Mio padre è morto dentro una lacrima
all’inizio non me n’ero accorto
piangevo assorto
e mi chiedevo: esisterà l’anima?
Poi l’ho vista farsi strada
incedere sulla pelle levigata
di una guancia malandata
come sulle foglie la rugiada.
A metà strada
il respiro si è fatto più leggero
che si stesse risvegliando
che stesse ascoltando me, il suo messaggero.
Invece no, piangeva per la sua vita
un istante dopo era morto
e la lacrima evaporata, sparita.
…………………..
Ricorda di divertirti
mi hai detto prima di morire.
Va bene ma
dammi tempo
aspetta che smetta di soffrire.
…………………………..
Nell’armadio ho trovato
borse
tovaglie
foulard
cuffie
mollette
ombrelli
occhiali
ciabatte
pennelli.
E adesso che ci faccio
con tutte queste cose?
Se almeno morissero
da sole, come le rose.
………………………
IV.
Non esiste libro
che possa consolarti
evita i consigli, attendi
che sia il tempo a curarti.
…………………
a Pierluigi Cappello
Innaffiare una parola
coltivarla con amore
osservarla crescere
vederla prendere il largo
affrontare con coraggio
la forza dei mari e dei venti
tenerla sempre a mente
ripararla se dovesse servire
custodirla come bene prezioso
da tramandare dopo la morte
Essere fieri di tutto questo.
……………………
Io scrivo pensando
ma la penna non sempre
segue il mio pensiero
a volte scava il suo sentiero
nell’alveo di un pensiero
non più mio, di qualcun’altro.
Così io leggo e mi ritraggo.
……………………
La mia matita insegue le parole
come un’aquila le prede
una fulminea virata
ed è subito in picchiata
sulla pagina, a testa in giù.
Finita la caccia si alza soddisfatta
ma al primo cenno riparte ancora.
Alessandro Melia, Dormono i nomi, Arcipelago Itaca Ed. Osimo (AN), 2026
