Nicoletta Chiaromonte nell’ottobre 2020 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie in romanesco Ale a volà-Ali per volare (SBE Edizioni) con una densa, acuta prefazione di Francesco Paolo Memmo che, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo qui di seguito insieme ad una nostra scelta di testi.
C’è un testo che io credo possa essere più di ogni altro assunto come paradigmatico della ricerca poetica di Nicoletta Chiaromonte, quale essa si delinea in questa prima e già matura opera nel dialetto di Roma, del mondo che qui si esplora, dei modi e delle forme che vi si sperimentano. Si intitola Me piace de cantà e dice di un canto che, vibrando nell’aria con la sua musica e le sue parole, vince il silenzio e lo annienta («Er silenzio s’azzitta e sta a ascoltà») – ma è un canto sommesso, che non ha bisogno di una voce spiegata per esprimersi, per tradurre in suono le pulsioni del cuore: «Basta un filo de voce, / ’no strumento accordato, / e l’aria se trasforma in melodia». Chiunque conosca Nicoletta e l’abbia sentita cantare accompagnata nient’altro che dalla sua chitarra (è col canto che lei si è espressa per molti anni, prima ancora che in versi) può leggervi un autoritratto: la sua voce sempre controllata, mai sguaiata, mai istrionica, mai smielata, capace di dare senso al suono e suono al senso.
Ora pare che Nicoletta abbia rinunciato a quell’arte, ma ugualmente questa mi sembra la cifra più saliente anche della sua poesia: che non procede per accumulo ma piuttosto per sottrazione, sia per quanto riguarda la lingua, che aspira all’essenzialità, sia per quanto riguarda la rappresentazione della realtà che continuamente tende a coincidere con la propria, voglio dire con la propria vita vissuta, con la propria autobiografia.
Risulta allora che questa poesia sia poco affollata di uomini, cose, paesaggi, ambienti. La stessa Roma, che per definizione dovrebbe essere protagonista della poesia che nel suo dialetto si esprime, appare quasi sempre sullo sfondo. Non che sia assente, è ovvio, e non potrebbe essere altrimenti, ma perde la sua centralità: è semplicemente il luogo, qui e ora, in cui si svolge la vicenda umana di chi dice “io” ma nella quale tutti noi possiamo riconoscerci: «Ho da tornà e me pesa. / Metto assieme un rinnaccio de strade / e ’na salita. / Abbasso l’occhi pe’ scanzà li sassi / e me sgrano un rosario / fatto de pena e passi». È esattamente questo – questa capacità di introspezione, questo tono che potremmo definire crepuscolare, questa fedeltà alla propria esperienza esistenziale che tiene Nicoletta Chiaromonte lontana dai temi più corrivi e dalle forme più tipiche della poesia romanesca: il lettore non troverà qui né la rappresentazione delle virtù e dei vizi di un popolo che peraltro neppure più esiste, né l’evocazione nostalgica di una «Roma sparita»; né c’è spazio per la satira, l’ironia, lo sberleffo, l’invettiva, l’arguta moralità, la vis comica e buffonesca: tutti ingredienti che risultano addirittura costitutivi della tradizione vernacolare a partire dal sommo Gioachino. È una linea di poesia che ha dato anche risultati notevoli (non si vuol dare alcun giudizio di valore) ma che Nicoletta volutamente oltrepassa, ripartendo piuttosto dall’esempio dei due poeti – Mario dell’Arco e Mauro Marè – che nella seconda metà del secolo scorso hanno davvero rivoluzionato il modo di far poesia in quel dialetto. Come Marè, pur senza la sua oltranza avanguardistica, Nicoletta Chiaromonte non adotta il dialetto in funzione mimetica, nel senso che la sua lingua non è, se non forse per approssimazione, quella che si parla a Roma (ma dove, poi? In quale quartiere-non-quartiere?); ma è la sua lingua, lingua di natura e di cultura. E tanto basta.
Francesco Paolo Memmo
ME PIACE DE CANTÀ
Me piace de cantà, che quanno canto
m’arubbo l’aria e l’annisconno in petto.
E me la tengo in core stretta stretta
pronta pe’ piagne e ride,
pe’ sospirà d’amore,
pe’ spanne note e raccattà parole.
La musica s’abbraccia la poesia
si er core vibbra e si è sicuro er fiato.
Basta un filo de voce,
’no strumento accordato,
e l’aria se straforma in melodia.
Er silenzio s’azzitta e sta a ascoltà.
Mi piace cantare, perché quando canto / mi rubo l’aria e la nascondo in petto. / E me la tengo in cuore stretta stretta / pronta per piangere e ridere, / per sospirare d’amore, / per spargere note e raccogliere parole. // La musica si abbraccia la poesia / se il cuore vibra e se il respiro è sicuro. / Basta un filo di voce, / uno strumento accordato, / e l’aria si trasforma in melodia. // Il silenzio ammutolisce e resta ad ascoltare.
ULTIMO VOLO – Rondine
Aprì l’ale e volà.
’N abbraccio d’aria senza più ’na pena,
e tutto er monno resta senza fiato
affacciato a guardà.
Schiocca un bacio d’azzurro.
In mezz’ar cielo
la rondine s’affanna
e se fa un nido fitto de buio
cucito stretto a ’n angolo de gnente.
Aprire le ali e volare. / Un abbraccio di aria senza più una pena, / e tutto il mondo resta senza fiato / affacciato a guardare. / Schiocca un bacio di azzurro. / In mezzo al cielo la rondine s’affanna / e si costruisce un nido fitto di buio / cucito stretto a un angolo di nulla.
RITORNO
Ho da tornà e me pesa.
Metto assieme un rinnaccio de strade
e ’na salita.
Abbasso l’occhi pe’ _scanzà li sassi.
E me sgrano un rosario
fatto de pena e passi.
Devo tornare e mi pesa. / Metto assieme un rammendo di strade / e una salita. / Abbasso gli occhi per evitare i sassi. / E sgrano un rosario / fatto di pena e passi.
NICOLETTA CHIAROMONTE, nata a Roma dove risiede, si è impegnata nella ricerca e nell’esecuzione di brani musicali della tradizione. Ha fatto parte del trio “Campus Stellae” che eseguiva brani musicali della Galizia. Si è interessata in seguito alla musica tradizionale di Roma, di Napoli, della Sicilia, partecipando a numerose manifestazioni in qualità di cantante e chitarrista. L’interesse per la musica popolare e per la poesia dialettale, a lungo coltivato, si è solo recentemente concretizzato nella produzione poetica in dialetto romanesco. Nel 2018 conquista il Primo premio dell’ottava edizione del concorso “Vincenzo Scarpellino” (poesia e stornelli inediti nei dialetti del Lazio). Nel 2019 ha vinto il primo premio nella sezione poesia dialettale del concorso “Mille papaveri rossi” Sempre nel 2019 si è classificata tra i finalisti nella XXIX edizione del premio letterario internazionale “Città di Pomezia”. Nello stesso anno ha ricevuto la menzione speciale della giuria nella X edizione del concorso nazionale di poesia dialettale “Vie della memoria – Vittorio Monaco”.