Alcibiade, di Renato Pennisi. Ritratto in versi di un demagogo

Nota di Maria Gabriella Canfarelli

 

 

Dopo Oratorio di Resurrezione, Renato Pennisi torna a scrivere in versi un avvincente testo per il teatro dedicato alla controversa figura di Alcibiade (Edizioni Novecento2019), personalità ateniese di spicco al tempo delle guerre del Peloponneso e primo ispiratore della spedizione militare a Siracusa, alleata della rivale Sparta.

In un monologo incalzante intenso e drammatico, l’ambizioso politico e oratore greco vissuto alla fine del V secolo a.C. racconta la propria versione dei fatti, del come e del perché cadde in disgrazia dopo la spedizione militare in Sicilia conclusasi con la disfatta, finita nel sangue di diecimila fieri, giovani, bellissimi figli di Atene la saggia e di come, a cagione di ciò, chiese e ottenne esilio presso la corte di Sparta, da cui fuggì per ritornare alla città natale “dove viene sorprendentemente perdonato”. In questo libro dal ritmo serrato la scrittura teatrale di Renato Pennisi dà voce ai sentimenti e alle ambizioni smodate che agitano l’animo umano, ai comportamenti, alle scelte avventate e relative conseguenze di una personalità egotica e ambigua le cui vicende “rimangono attualissime e curiosamente allusive di riconoscibili fatti contemporanei” (dal risvolto di copertina).

Il racconto (organizzato in sette parti: prologo, cinque episodi, epilogo) del “già discepolo di Socrate” inizia con Alcibiade fanciullo intento a raccogliere un sasso portato dal mare sulla spiaggia dove avviene l’incontro con il filosofo, al quale chiede di sapere quale legge /comanda ciottoli/sulla riva che volge verso l’Eubea/abbandonati per miglia sul litorale; e il saggio risponde: Non c’è differenza/i ciottoli sono gli uomini/siamo noi e la battigia/ è la vita, il nostro stato. E il giovane Alcibiade promette Ti seguirò Maestro/ per comprendere tutte queste cose.

Nei cinque episodi che seguono, l’ormai adulto e poi vecchio Alcibiade perorerà l’autodifesa del proprio dissennato agire, si difenderà dai propri errori attribuendoli al destino, cercherà di catturare la benevolenza degli astanti attraverso l’arte della dialettica malgrado il comportamento non adamantino, userà dunque la parola come strumento tattico; a tutto tondo Pennisi ci restituisce e per noi attualizza il ritratto tramandato dagli storici  e dai biografi classici di un uomo che tenne il mondo intero/tra le dita, che giocò con le genti e le nazioni/ prima che il Fato giocasse con lui, del discendente da famiglia patrizia tenuto da Socrate/in ben più alta considerazione/di quella comare maldicente di Platone, dunque il calunniato per invidia, vittima – a suo dire- della altrui bassezza e perseguitato dalla sorte; l’oratore brillante che al popolo tenne il discorso travolgente contro Siracusa la negletta/che potente si pasce del sangue dei greci/(…) la venduta, la perfida/che soffia sulla brace dei nostri rancori/che in armi si dona fedele/alla bramosa Sparta avverso la filoateniese Segesta, senza dubbio rappresenta un populista ante-litteram, un demagogo scaltro e spregiudicato e un precursore in quanto anticipa di duemila e cinquecento anni e più l’ormai inveterata abitudine del velocissimo cambio di casacca di partito, fazione, corrente. Esemplare poemetto di impegno civile, questo monologo scritto per il teatro pone l’accento sui valori etici (dell’assenza, e della necessità di ritrovarli), sulla responsabilità personale, sulla vanagloria d’un ego insaziabile che incontrerà il pentimento in finis vitae, epilogo del libro e della vicenda terrena di un uomo divorato dalla sete di potere e di gloria, preda dei suoi propri difetti.

Solo, ormai vecchio davanti al Maestro, Alcibiade ammetterà le proprie colpe, e stavolta apparirà sincero, in quella stessa spiaggia dove tutto è iniziato: sono accadute molte cose/mi sembrava di essere diventato un uomo/ma ho commesso molti errori; e ancora: di rado/ho ascoltato i tuoi consigli/e troppo spesso non ho ragionato/(…)/ e sono stato sopraffatto dalle passioni/dalla cattiva condotta/dalle pessime abitudini. E si affiderà, Alcibiade, libero finalmente dall’insincerità, si congederà dalla vita e dalla storia con semplici e umili parole: mi affido alla tua pazienza/so che ancora una volta mi ascolterai./ Se sei d’accordo/ ammoniscimi di nuovo/ la prossima volta andrà meglio/ ricominciamo.

 

Maria Gabriella Canfarelli

 

Renato Pennisi (Catania, 1957) esercita la professione di avvocato. Attualmente dirige la Rivista di Letteratura e Ricerca La Terrazza, e collabora alle pagine culturali del quotidiano La Sicilia di Catania. Vincitore del premio Eugenio Montale nel 1986, sezione inediti, con la raccolta poetica Letture senza spartito, poi inserita nell’antologia 7 poeti del Premio Montale (Scheiwiller, Milano, 1987)  ha successivamente pubblicato il libri di poesia La correzione del saggio (nota di Arnaldo Colasanti, Tringale, Catania, 1990), Mai più e ancora (premessa di Silvana La Spina, L’Obliquo, Brescia, 2003), La notte (presentazione di Giovanni Tesio, Interlinea, Novara, 2011) e L’impazienza (ivi, 2019). Autore anche dei libri di poesia in dialetto siciliano Allancallaria (premessa di Corrado Peligra, Prova d’Autore, Catania, 2001), Menzi storii (Cofine, Roma, 2006) confluito in La cumeta (premessa di Franco Loi, L’Obliquo, Brescia, 2009) e Pruvulazzu (nota di Giovanni Tesio, Interlinea, 2016), e dei romanzi Libro dell’amore profondo (Prova d’Autore, Catania, 1999), La prigione di ghiaccio (ivi, 2002) e Romanzo( nota di Gualtiero De Santi, ivi, 2006). Per le Edizioni Novecento ha pubblicato i testi teatrali Oratorio di Resurrezione (rappresentato nel marzo 2015 alla Sala Magma di Catania) e Alcibiade (rappresentato nel maggio 2019 nello stesso Teatro).

 

Pubblicato il 15 febbraio 2020