Non è certamente un caso se la prima sezione della nuova silloge poetica di Agostino Venturi, La voce dell’anima (Aletti Editore, 2025) s’intitola Ritorno a Sperlonga, dove era “sgorgata” la vena poetica che aveva alimentato la precedente raccolta di versi, Dal Buio alla Luce (Futura Libri, 2024) con un evento epifanico a siglarne il transito.
A rappresentare la continuità nell’ispirazione, quel luogo d’intensa spiritualità suscita il “tenue risveglio / di mistiche emozioni, / già vivide, / in un animo assopito / incapace di un grido / di speranza ultraterrena” (Ritorno a Sperlonga). Camminando lungo la spiaggia, per salire poi le lunghe scalinate che s’inerpicano sulla roccia fino alla piazzetta come una sorta di simbolica “via crucis” per quanto “piacevole” e girovagando in solitudine nei vicoletti, tra albe e tramonti, per evitare la massa dei turisti, l’animo inquieto, solo dopo essersi accostato con devozione alla statua del Santo, riprende il cammino “rasserenato”.
Come “voce dell’anima”, direttamente auscultata, sulla scorta di Sant’Agostino (tra gli autori prediletti dall’autore che ne porta pure il nome), nei precoci risvegli mattutini con il saluto all’aurora per il dono di un “ giorno / di vita in più” si unisce l’invocazione alla stella Diana-Lucifero che in quanto “portatore di luce” possa donare “la speranza / di vita ultraterrena”.
Frequente è comunque l’anelito al superamento della dimensione immanente, seppure percepito in forma nebulosa e indistinta, sia quando “il sole si spegne / per illuminare,/ altra sponda, / oltre” (Sulla spiaggia di Sperlonga) o se “pare che il senso / della nostra vita opaca / si arresti su questo lungomare ove / anche la vista / dell’Altrove / è indistinta“ (Libeccio) e “Anche il mio sogno / si libra in cielo / a fuggire il tedio / in un Eden / sconosciuto” (Il volo dei gabbiani).
Al cielo inoltre si rivolge attraverso “il velo oscuro infinito della notte”, mai pago di contemplare il firmamento “per decifrare / quell’armonia / cosmica, / per cercare Dio / in quell’ordine / universale / al mio io tenebroso / opposto” (Il velo della notte). Sentendosi solo una “particella dell’universo”, più volte ne confessa le fragilità individuali riconducibili senza alcuna indulgenza ad un “animo malato”. Nei versi precedenti del medesimo componimento era stato peraltro escluso che quello stesso cielo notturno con le sue stelle brillanti potesse essere stimolatore di “insulsi sogni / romantici”. Eppure altri versi della seconda parte della raccolta, ovvero il “macrotema” (come lo definisce il prefatore-editore Giuseppe Aletti) del Favoloso amore, che raggruppa il maggior numero di testi, parlano all’opposto di “desideri ardenti / di spiriti amanti / alla felicità anelanti / svaniti in un sogno” (X Agosto).
Dell’amore “favoloso” (nel senso di un grandioso e magnetico miraggio), trattato al passato o in un presente atemporale, si traccia quindi la naturale e inevitabile “parabola” di illusione e delusione, di momenti estatici e nostalgici rimpianti. Persino gli attimi più esaltanti e inebrianti nella loro transitorietà e volubilità non sono altro che “Schegge di vita / che ci illudiamo / sfidino il tempo / anche se sappiamo / che siamo figure / transeunti / come il nostro amore “ (A Tuoro), di cui altrove viene sancito l’atto finale, ribadendo che “nulla / nella vita / è permanente / e ci lasciammo tristemente” (Il nostro amore). Semmai per superare la temporaneità e caducità, quel sentimento va inverato e ancorato ad una prospettiva oltremondana, in cui l’addio possa trasformarsi in un “arrivederci / in quella / paradisiaca / candida rosa / ove chi è beato / riposa” (Il primo appuntamento). Oppure per eternare l’unione “In un lungo / sogno / addormentati / restiamo abbracciati / in Dio fiduciosi / di essere premiati” (Benedizione) e nel Commiato per la scomparsa della persona amata, avvertendo sempre la propria “fragilità / e impermanenza / ma resta la speranza / d’incontrarti / nella trascendenza”.
Si direbbe allora che la “speranza” in un orizzonte metafisico dai connotati religiosi costituisca il fil rouge del secondo tempo della poetica dell’autore. Dove pure, tra echi letterari che filtrano dall’intera raccolta, “Persa una parte / di mia vita / di nostalgia / viva” (Dal Castello di Castiglione sul lago) la propria anima trova ristoro nell’Amata terra (della terza sezione), dopo la nativa Romagna, ora quella adottiva umbra del paesaggio lacustre e collinare che trasmette “Dolcezza di visione / serenità di mente / ristoro dell’animo / irrequieto” (Cortona). Non solo perciò sempre vivranno nella mente “le mistiche / Assisi e Todi / alimentatrici / dello spirito, / le fonti del Clitunno / con la magica trama / delle alghe variopinte. / Qualunque luogo / del paesaggio umbro, / ha risonanza profonda / nel mio cuore: un segno, / un ricordo di persone / assenti, che mi accompagnerà / sconsolato, fino all’ultimo / respiro” ( Viaggio in treno attraverso l’Umbria).
Riemerge però nell’ultima parte del libro (Odiata guerra) l’istanza etico-civile di fronte alle sciagure del presente e “Per questa carneficina / sospira turbato / l’animo mio / angosciato” (Gaza). Per la terra che “evapora sangue”, “di cadaveri intrisa” e “di popoli sterminati / da odio fraterno / un immenso inferno / senza speranza / di pace per l’umanità” (Il sentiero dei cipressi), la poesia si fa quindi tormento e le parole “aspre, stonate” che risuonano dentro riescono ad emettere un’implorazione perché “risorga un’eco / di pietà cristiana / nei nostri cuori / induriti / e si elevi / un accento di preghiera” (La nostra epoca). Procederà dunque, oltre ogni residua incertezza, verso un convinto orientamento spirituale la successiva versificazione dell’autore?
Agostino Venturi, La voce dell’anima, Aletti Editore 2025, € 14.00. Prefazione di Giuseppe Aletti.