Quando un poeta scrive, scopre sempre qualcosa. Per questo l’autore che voglia condividere ciò che ha scoperto attraverso la poesia deve farlo consapevolmente,con nettezza, cosicché anche i lettori possano percorrere il suo stesso itinerarium mentis. Solo allora una raccolta di poesie diventa un libro, con un’architettura definita in cui i testi dialogano tra di loro, in cui è l’opera stessa – come l’autore e il lettore – a crescere o addirittura a cambiare. Miracolo della poesia, si dirà. Della poesia, aggiungiamo noi, di un maestro quale è indiscutibilmente Lino Angiuli.
Sono queste le prime considerazioni che saltano alla mente leggendo Addizioni, l’ultima opera di questo straordinario poeta, capace ancora una volta di servirci un’altra idea del mondo e della stessa poesia. Un’idea diversa da quella affermatasi in Occidente, dove l’antropocentrismo umanistico ha ridotto al silenzio le culture minoritarie in cui l’uomo e il suo ego cedevano il passo alla scoperta dell’altro, all’auscultazione della natura, al dialogo con il basilico che cresce sul davanzale.
La rivoluzione copernicana di Angiuli è al contempo nuova e antica, contiene in sé la cultura contadina che conosce il nome di ogni uccello che inaugura il giorno e anche un rifiuto consapevole delle dinamiche socio-economiche del nostro tempo, un passaggio necessario dal meridionalismo alla meridionalità, a un Sud che, capovolgendo la lezione di Bodini, diventa madre, sposa della paterna Europa. Una poesia, quella angiuliana, in cui l’aut diventa etanche a livello linguistico: l’italiano accoglie come il letto ampio di un fiume dialettismi, forestierismi, fossili, e qui persino numeri e note musicali, indirizzando la poesiaverso un mare più vasto della letteratura.
Corredato dalla preziosa postfazione di Daniele Pegorari e da una sezione come Bancarella dell’usato, che ripercorre la carriera di Angiuli, Addizioni non è solo il libro che ci aiuta a riconsiderare l’opera di un maestro, ma è anche un discorso aperto sul futuro, in cui l’indifferenza per e della natura – se sapremo ascoltare le parole del poeta – diventerà in-differenza. Grazie ad Angiuli, avremo una lingua (di mare?) per dire quello che ci aspetta.
Giovanni Laera