Ad ogni naufragio sarò con te di Max Ponte

Recensione di Vincenzo Luciani

Ho avuto la ventura (risiedo d’estate a Valfenera a 5 km da Villanova d’Asti, suo paese natale e del cuore) di incontrare e conoscere Max Ponte, grazie a Enrico Aprato, suo compaesano e amico comune nonché combinatore di incontri tra persone di comune sentire e amanti delle cose buone che regala la vita: enogastronomia e convivialità, buona musica e buona poesia, conversazioni non banali di varia umanità e su ciò che accade in Italia e nel mondo.

Mi sono ripromesso di leggere le sue tre raccolte, per avere un quadro completo: la prima, Eyeliner (Bastogi) è del 2010, più legata al mondo della poesia di ricerca; 56 poesie d’amore del 2016; e l’ultima del 2020 Ad ogni naufragio sarò con te (La strada per Babilonia). Altri suoi testi sono in gran parte pubblicati su Fb o Instagram accompagnati a foto del paesaggio a lui più caro (www.instagram.com/max_ponte). È promotore di svariate iniziative culturali e performance.

 

Tratterò dell’ultima silloge Ad ogni naufragio sarò con te, partendo dall’Introduzione in cui l’Autore ci informa che “riunisce poesie d’amore e poesie ‘civili’, il naufragio del titolo è quello dell’umanità di questi anni, partendo dai migranti arrivando sino alla pandemia, passando attraverso le nostre vite personali. Umani prima confinati sulle navi e poi nelle proprie case con la concessione di un raggio di mobilità di 200 metri”. E ancora, che “queste poesie vogliono accendere i riflettori sul nostro vissuto senza smettere di cantare l’esistenza quotidiana, il contatto con la natura, gli affetti e i difetti dell’esserci. L’amore e la poesia, nella loro alleanza, sono pronti ad affrancarci dalle strettoie dell’esistenza”.

Ho riportato le sue parole perché nessuno meglio del poeta stesso può guidarci nella comprensione della lettera e dello spirito dei suoi testi. E Ponte ci suggerisce anche la lettura della poesia “Tu sappi che” da cui ha tratto ispirazione e attorno alla quale si è coagulata la silloge. Eccola.

“Tu sappi che / ad ogni migrazione / ogni isola / ogni virgola / ogni Lampedusa / ogni ipotenusa / ogni viaggio / ogni naufragio / nei relitti del tempo / fra coralli assassini / fra mercanti di schiavi / e natanti ferini / io sarò con te”.

 

Cercherò di indicare i nuclei di poesie che mi hanno fatto emozionare e riflettere, di quest’opera più matura delle due precedenti (entrambe fruibili in PDF su www.maxponte.blogspot.com) e che lascia presagire un’ulteriore sua crescita poetica. A tale proposito miintriga, per esempio, immaginare che Ponte possa comporre poesie ispirate al suo retroterra piemontese e in piemontese. A ciò mi induce la splendida poesia “Mi ricordo una furvaja”, a p. 61, che sospetto sia stata pensata in piemontese (ai tempi della sua infanzia, si parlava soprattutto in dialetto): “Mi ricordo una furvaja / come una parola lontana / sulla bocca dei miei avi / una briciola un’inezia uno / scamuzzolo una minuzia sul / tavolo o sul pavimento un / atomo cadente una furvaja / divertente finita come / un insetto nei fondali / dei miei suoni a ricordarmi / la consistenza delle cose / l’appartenenza ad un mondo / protetto da una buccia / d’uva fragola e silenzio” [Friaja (o fërvaja/frvaja/furvaja) vale “briciola, frammento” (Fé a fërvaje, “Fare a pezzettini”) e deriva dal latino tardo *frecalia (neutro plurale: “briciolame”), incrocio tra fricare (“strofinare”) e frangere (“rompere”)].

Max parla (come i suoi compaesani autoctoni) spesso e molto bene un piemontese di provincia, astigiano, e in questo dialetto l’ho sorpreso a rammemorare luoghi, persone care, personaggi e contrade locali a cui è tornato dopo una lunga assenza e che lo hanno accompagnato nei suoi viaggi/“naufragi” in Italia e all’estero.

Ed ecco alcune caratteristiche peculiari della sua poetica.

L’abilità nell’improvvisazione e nel saper sorprendere e coinvolgere (in questo, oltre alla sua esperienza di poesia visuale, si esplica l’abilità conquistata nella partecipazione e nella conduzione di sfide di poetry slam).

Un ammirevole e stupefacente funambolismo verbale. Vedi a p. 19, “Ma tu mi ami che ne so”; a p.22 “Dell’entropia delle star” (“Del neogotico e del barocco / del bizantino peninsulare / della bazzecola del bazar / dell’entropia delle star / dello gnommero e dello gnomo / del phantòm e del patatràk / del griot e del grisù / di babà e babalù”); a p. 39 “Il mal di testa del cielo”; a p. 40 con il gioco tambureggiante e insistito di rime iniziali e terminali dei versi in “Ore di sonno”. Per concludere con “Fine dicitore” a p. 36 in cui egli magnifica un suo talento consustanziale: “Il vento / fine dicitore / d’ossigenati lemmi / di celati spazi.

Immagini stupefacenti nascono dalla quotidianità, come in “Il mare verticale” (p. 67): “E c’è questa cosa / che faccio la doccia / e sento gli spruzzi / delle onde i flutti / la pioggia del / mare verticale” oppure in “#Kleenexpoetry” (p.25): “Soffiati il naso / con le mie parole / così ti salgono / alla testa e ti / piombano al cuore”. Ma dà il meglio quando più l’assiste l’ispirazione come nella poesia in cui è protagonista una strabiliante Torino vista dall’alto: “La vena bluastra / della città subalpina / dall’acque drogate / i marmi i regni le premonizioni / dall’alto le canoe sono insetti / le anse hanno peli verdi”.

Un altro aspetto caratteristico è l’ironia e l’autoironia con cui spesso egli attenua e doma i picchi emotivi. Come avviene in “Dove finiscono i poeti morti” (p. 17): “Alla fine del sole / saranno lì con le vocali / a far ripartire vulcani / il linguaggio dimenticato / sì perché i poeti muoiono / ma solo per un errore / di significato” e a p. 66, in una sorta di testamento: “Ti lascerò in eredità / tutte le mie poesie / cartacee telematiche / disordinate stilografiche. / Ti lascerò in eredità / tutte le mie poesie / raccolte nei vasi / del dantesco linguaggio. / Ti lascerò in eredità / tutte le mie poesie / ciò che resta di me / l’alfabetico lignaggio. / Ti lascerò in eredità / tutte le mie poesie / quelle dove ho amato te / e chi ti ha assomigliato. / Ti lascerò in eredità / tutte le mie poesie / alla fine dei giorni / sarà come averti / sposato.”

Sono pienamente d’accordo con Luigi Cannillo quando nella sua Nota giustamente afferma: “Al centro dell’atto poetico è in Max Ponte la libertà delle forme e dello stile sia nella scelta del lessico, tra arcaismi e neologismi, oppure nell’uso delle rime, con effetto musicale da filastrocca, nei latinismi, nelle citazioni, nelle associazioni giocose, con gli slittamenti di suono e senso che diventano mantra, accumuli vorticanti di nonsense…”

La passione civile di Ponte si manifesta innanzitutto misurandosi concretamente nella realtà politica, sindacale e sociale attraverso la partecipazione e poi nella denuncia, vibrata e piena di sdegno, senza però scadere nella retorica e in proclami come quando (a pag. 52) rivendica il diritto al lavoro: “La concessione del lavoro sorse / con il tavolo di crisi con il sisma / dell’Articolo Uno con l’inverno / presente con quello venturo / con lo smantellamento / e il presidio delle ore nove / con la campagna elettorale / con la scoperta della neve / con le sinistre e le destre / le glaciazioni e il crinale / sul quale vive questo paese / la concessione del lavoro venne / come una promessa calata / dall’alto una brioche della regina / un gesto un sorriso un’increspatura / nel bilancio una vetta uno slancio / un gancio un tozzo di pane una / medicina uno sputo un imbuto / “non lasceremo nessuno a casa” / prima mi licenzi e poi mi salvi / e forse attendi che io ti ringrazi”.

Altrettanto indignata ed proiettata su uno scenario europeo ed internazionale e culminante con l’invito ad una nuova resistenza è (p. 64) “Incontriamoci a metà strada”: “(…) dopo la frontiera a Lione / in questo tramonto d’Europa / in frontiere sempre più strette / varcate da giovani migranti / disperati in nazioni di falliti / e di vecchi incontriamoci / segretamente in un angolo / del continente sotto questa / cortina di ferro mediatica / in una guerra sempre / meno apparente nella / costruzione pubblica di / falsi e comodi nemici / amore mio incontriamoci / raccogliamo tutto quello / che resta parole idee libri / miele crackers appunti a / mente a matita domattina / ci alziamo e organizziamo / la resistenza”.

In questo libro l’Autore di 56 poesie d’amore ci offre altre storie e figure di donne dai tratti inconfondibili per la loro originalità e la loro “sostantività”.

Sono storie d’amore o piuttosto di naufragi amorosi racchiusi spesso in pochi versi come (a p. 54) in “Mi hai lasciato un siero”: “(…) intensificatore di giovinezza / e poi uno spazzolino / una collana una crema / un quadro un bauletto / e un gufo di pezza.

Molto bella (e quasi un contrappasso a danno di un forgiatore di parole come lui) “Le tue parole inchiostro di limone” a p. 55: “Mi dai in pasto / contumace le tue parole / scritte con inchiostro di limone / peggio che starmi addosso / leccandomi il sudore / così usi il vocabolario / per schermarti e vincere / per colpire e fremere / per amare e gemere”.

A sancire un distacco due foto inviate via smartphone in “Certificato luminoso” (a p. 12): “Hai la pelle / d’uva passa / e scorze di luna — / la mattina tu / mi mandi due foto / e sei nuda — / certificato luminoso / d’esistenza / in vita”.

Affidato a contemporanee imprecazioni catulliane e con uso di un efficace neologismo pluricrasico di suo conio è l’abbandono di “Astronomia” (a p. 13): “Dimmi che mi ami / e vattene affanculo / possa inghiottirti / un vulcano un / meteorite caderti / sul parabrezza un / fulmine ricaricarti / il cellulare dimmi / che mi ami e subitanea / nichidileguafottizzati / ritorna astronomia”.

Molto bella nella sua essenzialità e indimenticabile (specie gli ultimi due versi), a p. 59: “La vita un romanzo / di formazione / il tuo cappuccio rosso / e le tue gambe / da airone

Il talento di cantore dell’amore si manifesta in particolare nei ritratti di donne. Alcuni esempi. “Parlavi ai cigni” (p. 22): “(…) potrò dire di te che / parlavi ai cigni / ed eri così / selvatica”; “Ti troverò magra e buffa” (p. 23): “Ti troverò / magra e buffa / con la pelle macchiata / dai farmaci / e la lingua / che sa di fumo (…) ti troverò / fugace e dagli / occhi nettuni / a scrivere e a / citare Pasolini; “E tu da dove vieni?” (p. 32) con la gemma dell’ultimo verso: “E tu da dove / vieni e come / fai ad essere / qui ad inondare / il mio spazio / militare con / un pianto di luce?”; (p. 37) “Cosa suona la radio di Lutezia?”: “(…) nel profondo agosto / a cosa m’appiglio / nel consueto naufragio / se non ho le tue spalle / che cosa spio se non / ho le fessure dei tuoi / occhi dal taglio preciso / dal sorriso sul dagherrotipo / dal lontano oriente antico; in “Bianca et viola” (p. 38) tornano i mai dimenticati sapori d’infanzia: “Eravamo / una cosa sola / e una sola cosa / bianca et viola / una girella alla / crema e all’uvetta / una tazza una rosa”.

Nelle nove “Poesie del tempo virale”, scritte dall’inizio della pandemia e ordinate con date a ritroso, scorrono “i fotogrammi” di quell’infausta stagione di cui Ponte restituisce efficacemente il senso di soffocamento e reclusione. A me pare molto efficace e con visione universale e neumanistica (e ancora oggi attuale) quella intitolata “Il tempo virale”: “Così in volo / è una questione del respiro / dell’abitacolo del tempo del nemico / dell’impatto così in volo è una faccenda / del contatto dell’affetto virato ad infezione / del planare rinchiusi sulla terra come / piccioni in scatola così in volo giochiamo / col tempo virale con i bombardamenti / d’informazioni e con i bollettini dei morti / e dei malati tutti così bisognosi d’ossigeno / e tutti fregati tutti così coraggiosi come / spiriti lanciati così in volo si pensa se siamo / stati veramente felici prima che potevamo / andare ovunque con falsi amici così in volo / ci pare allora d’esser stati troppo aperti ai / paesi avanzati ed essere invece fratelli dei / disgraziati così in volo questa terra ci è / così cara così infetta e così preziosa uno / sputo di luce un pugno di vento / quel sorriso che è solo nostro / nelle sintesi del tempo”.

 

Max Ponte è nato nel 1977. Ha studiato a Torino dove si è laureato in filosofia e a Parigi dove ha ottenuto un Master Recherche in letteratura. Suoi racconti e poesie sono stati pubblicati in antologie, riviste e raccolte collettive. Le sue liriche sono state tradotte in francese, spagnolo e rumeno. Ha pubblicato le raccolte poetiche Eyeliner (Bastogi, 2010), 56 poesie d’amore (granchiofarfalla, 2016), Ad ogni naufragio sarò con te (La strada per Babilonia, 2020). Nel 2019 ha curato con Andrea Laiolo la riedizione dell’opera alfieriana La virtù sconosciuta (Paginauno). L’autore ha curato vari eventi culturali (mostre, programmi radiofonici, incontri poetici). Vive a Villanova d’Asti.