Accogliere il mistero: disposizione, questa, dinanzi alla quale gran parte degli umani si mostra riluttante, al punto da negarlo completamente a sé e agli altri, facendo di sé e dei propri simili dei “separati”, in eterno autoesclusi (Rilke additava, al proposito, la tenacia e la persistenza del mistero, quando scriveva, in quella da Worpswede, datata 16 luglio 1903, tra le Lettere a un giovane poeta: «E quelli che vivono il mistero in modo sbagliato e male (e sono moltissimi) lo perdono solo per sé e tuttavia lo trasmettono come una lettera ben sigillata, senza saperlo.»; la traduzione è mia). La poesia di Luca Benassi parte invece dalla scelta – libertà e responsabilità – di accogliere il mistero e già questo principio, nel principio, bereshit, la rende poesia autentica. Accogliere il mistero non equivale a lasciarlo, supinamente, su una rocca inaccessibile e, di conseguenza, ininfluente sulle minuzie quotidiane che ingombrano, soffocandolo, ogni respiro, che precludono non solo ogni aspirazione alla trascendenza, ma già soltanto l’esercizio dell’intelletto, del guardare dentro, del guardare a fondo. Accogliere il mistero significa per Luca Benassi avvicinarvisi, costeggiarlo, corteggiarlo, non indietreggiare dinanzi allo sforzo costante di comprenderlo, procedendo con un metodo simile a quello talmudico che Ottavio Di Grazia, nell’introduzione a Le Dieci Parole di Marc Alain Ouaknin, definisce “vertiginosamente interpretativo”.
come fossi tu a dover crescere
osservando la vita
da una membrana sottile di carne.
E invece con pazienza
distilli il senso della creazione
ti fai grande volta celeste, mare
e vento che già sussurra il nome
della nostra discendenza.
La tensione si palesa con maggiore evidenza nella sezione successiva della raccolta, dal titolo fortemente evocativo di storia anche recente, La trattativa. Tutte le sezioni, le prime due citate e le altre tre parti, Il bacio, Marsia, e Poeti, mostrano le caratteristiche del dire di Luca Benassi, così efficace nell’unire le vette del mistero e la fisicità del creato, il simbolo e lo sparpagliamento, in immagini sempre dense, sia quando hanno la levità del sublime, sia quando sono quasi insopportabilmente cruente. L’azzurro della luce perfetta si incontra così, a breve distanza, con il rosso del sangue della tonnara, della «mattanza» (termine anche questo ricorrente). Fisicità e trascendenza, disincanto ed estasi non si escludono l’uno con l’altra. La simbologia dei colori è rinvigorita, si carica di ulteriori significati. Nel testo Il Mistero del Natale Edith Stein aveva già collegato intimamente la stella di Betlemme con la croce del Golgota, insistendo sul significato dei colori: « Ognuno di noi ha già sperimentato la felicità del Natale. Ma il cielo e la terra non sono ancora divenuti una cosa sola. La stella di Betlemme è una stella che continua a brillare ancora oggi in una notte oscura. Già all’indomani del Natale la Chiesa depone i paramenti bianchi della festa e indossa il colore del sangue e, nel quarto giorno, il viola del lutto». Luca Benassi ritornerà su questo intimo legame in Di me diranno. In questa raccolta, tuttavia, a conferire forza alle immagini si aggiungono allegorie della condizione umana, attentissime e travolgenti a un tempo, incastonate nei luoghi e nelle ripetizioni della quotidianità:
al collo di bottiglia della foce
spauriti, mentre accalcano l’acqua
bisogna tendere la rete dove
la superficie si increspa di pinne
le branchie annaspano quel desiderio
che riproduce il transito di nuove
generazioni. Allora è il momento
di calare la rete, di tendere
alla gola il laccio, l’arpione aguzzo.
All’uscita della metro noi siamo
salmoni ignari verso la mattanza.
nasconderti dietro una colpa
che fa scudo e casa insieme.
Se sapessi che non c’è accusa
che nessuna pietra è lanciata
se non quella del silenzio
che tracima oltre l’orlo dell’imbarazzo.
Ma io so cosa ti piega gli occhi
la condanna che conosci bene
sottesa al tema scaltro dell’abbandono.
Ciò al quale non puoi sottrarti
è il volano delle generazioni
la carne che si fa carne, il seme del sangue
la promessa numerosa come le stelle del cielo.
È una discendenza che volta indietro la testa
al tuo arrivo estraneo, mentre posi la valigia
una volta al mese
e non ti riconosce.
i vestiboli con i kebab, gli androni verdi, scritti
in lingue remote, si comprende
il verdetto, la sentenza in versetti lineari.
Aspettiamo nella rete che si tende
la mattanza rossa, il sangue che lavi
i marciapiedi, le muffe piene di mosche
il futuro sterile dei figli. E a te che calchi
questa crosta e il foglio e pascoli tranquillo
i delta, i fiumi delle case, le mogli attente e infedeli
i lavori battuti al minuto, il sesso dei monitor
che riduce il membro a un nervo scoperto come un filo
a te che imbocchi come un pesce la metro
e incappi la rete del mistero
a te che rantoli quando la lama esce e il sangue
gorgoglia nel polmone sfondato
quando la tregua e gli accordi vengono violati
a te, poeta, si concede l’onore della polvere.
coraggiosi disegnati nella polvere, ai libri
senza ordine sugli scaffali inaccessibili.
Hai disegnato la geografia e firmato accordi
per regolare il tempo del perdono.
Ma la sfida di questo tempo
è una barca sullo Stige e la moneta
che paghi il silenzio di Caronte
è senza faccia e iscrizione.
tesa al pesce, a rinnovare il mestiere del lago.
Ritornai a pescare, come prima
come se nulla fosse accaduto sul mare di Galilea.
Certo, non nego la seduzione del tramonto
né le barche abbandonate all’eccomi
al ricordo dei giorni forti, promessi al pane e al vino.
Non nego la delusione che monta alla testa
il corpo d’un uomo che muore sul legno
e che non dà gloria o regno, o significato alcuno
(così mi pareva) alla sua Parola.
E non nascondo la paura del martirio, del compiersi
del verbo su questa spiaggia: le barche erano lì
lasciate da allora e le reti pronte.
Forse ebbi paura, o fui deluso, forse
ebbi solo fame o fu la vista incerta
dei compagni all’orlo della fede.
Di certo, mio Signore, dubitai
alla vista dell’acqua schiumante di miele
del tramonto, dubitai come la vertigine del tuffo
verso il nuovo arrivo. E tu eri sulla spiaggia ad attendere
con il fuoco acceso, di brace, il pesce già cotto
e il pane pronto
per essere spezzato.
di spezie nella cucina
con le tisane da scegliere con cura
siamo l’ortica, il tiglio e la melissa.
Ci vuole la pazienza vegetale
che riempie la fatica dei balconi
per essere vetro fine che ama
la polvere, l’odore indifferente
delle essenze.
Mettete in infusione le nostre viscere
bollite come pesci o patate
e poi colate il succo rosso
che si incrosta al fondo della tazza.
Prosegue e si addensa, in Di me diranno, l’accoglienza del mistero; prosegue e si addensa, qui come lì, la ricerca, l’interpretazione del mistero all’interno della storia.