A pochi pensieri dalla riva di Gianluca D’Annibali

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi
Gianluca D’Annibali è nato a Fermo nel 1981 e vive a Porto Sant’Elpidio. Scrive in lingua ed in dialetto. Nel 2012 ha vinto il premio “Varano” per la poesia dialettale.
Ha pubblicato: Il passo lento dell’acqua, 2012; Sulla riva del foglio, 2009; Come ll’acqua ‘ndorno a ‘n zassu, 2010. Alcune poesie sono nell’Antologia dei poeti italiani in dialetto...Gwynplaine, 2014.
 
Evidentemente, l’acqua ha un significato particolare per questo “giovane” poeta, che non teme di dare una forma metrica definita, rime e assonanze, al suo poetare: del resto confeziona un bel “vestito” per un acuto pensiero e un multiforme sentire, che a volte difettano in altri poeti “innovatori” o insofferenti delle forme poetiche.
 
Questa silloge contiene, con equilibrio e stile, poesie in lingua e dialettali; nonché un originale tributo al poeta Caproni – autore de Il Franco Cacciatore e Il Conte di Kevenhuller – con il titolo “L’ultima caccia”.
Diverse composizioni sono dedicate ai Poeti e alla Poesia, con immagini dense di colore, come quando descrive il lavoro del Poeta, la fatica del “masticare i versi e bruciare le parole” non prima di averne “messo a fuoco il senso”; lavoro che trova senso e completezza nel “masticare l’asfalto” – vivere la strada, il mondo, per ritrovare anche lì il “sapore dei versi”
 
Il poeta
 
Aveva perso i denti uno alla volta
masticando i versi con ardore,
 
la bocca lacrimava ed i suoi occhi
mettendo a fuoco il senso bruciavano parole.
 
Alzò la testa ansiosa, dalle labbra
pendevano pezzi di carta
e lembi d’inchiostro come sangue;
 
erano le dita i denti di un cavallo
che come il freno mordevano il foglio.
 
Niente più a che fare col giovane alchimista
che restava ad osservare il magma del silenzio
addensarsi come roccia su cui incidere domande.
 
Scrisse – non solo un uomo, un uomo solamente –
poi uscì per strada e l’asfalto
azzannò, divorò, prese a morsi;
 
e il sapore che gli restò in bocca
fu un sapore già noto, un sapore adorato:
il sapore dei versi.
 
Nonostante l’arte che qui rivela, non si definisce un poeta, ma un “illustre passeggero del sogno” che coglie i versi da “distratte certezze”, senza pretesa di possedere “il vero”
 
Ho scoperto che io non sono un poeta,
l’ho scoperto stamani mentre andavo al lavoro,

ho scoperto che sono soltanto un illustre
passeggero del sogno, del sogno che adoro

e che corre tortuoso: binari di pietra
lo scortano ovunque con finto riguardo;

non sono un poeta, sono un passeggero
salito in anticipo, sceso in ritardo.

Non sono un poeta, ché il sogno è veloce
e dal finestrino aguzzo la vista,

ma quel che mi resta è soltanto un ricordo
è già di memoria una penna sprovvista.

Non sono un poeta, lo so da stamane
da quando ho veduto sfuggirmi i pensieri,

eppure i miei versi si celano dentro
distratte certezze e non son veritieri.
 
D’Annibali è consapevole quindi che “il poeta deve avere sempre vent’anni” , stare “dentro il tempo”
 
…Di ogni generazione appena nata
egli deve esser membro, abituato
a star sul chi va là come un soldato
per non farsi pugnalare
alle spalle dagli eventi.
 
E per questo, se invecchia
 
…il poeta è condannato a non sapere
se saranno sonetti o preghiere
a rimare con la sua vecchiaia…
 
Come preannuncia il titolo, per D’Annibali, il mare è connaturale al proprio essere e scrivere, pur se resta a lui “sconosciuto” : qui si rivela forse l’imperfezione del Poeta, che dà un nome alle cose, le sente intime; ma esse non gli appartengono mai completamente, come “altro da sé”: in un’alchimia propria del mare, che “leviga i sassi e rende sassi le parole”
 
Io odio le parole e il mare calmo
che perde tutto il tempo a levigare
le rive della mente e sul fondale
toglie il respiro ai sassi,
ai pesci il proprio nome.
 
Sempre meno vorrei saper parlare,
mi trucco da cialtrone se sperpero aggettivi,
un morto che s’accascia accanto ai vivi
come per consolarli della propria assoluzione.
 
E allora più non t’odio, stanco mare,
m’assomigli, costretto a levigare
i sassi e render sassi le parole;
 
ti osservo, ti nomino, mi chiami,
e lasciamo così al tempo presente
nient’altro che la eco dei nostri saluti
 
con quell’intimità concessa solamente
a due eterni e imperfetti sconosciuti.
 
E ancora il mare e l’amore fanno parlare il poeta di sé, della fatica nel dare un senso ed una dimensione al proprio poetare: e forse a sé stesso. Ma sempre poetando della vita e nella vita
 
Facenne ll’amore

Lu gangiu che tinìa lu reggipettu
d’è ‘n amu amu addè che ‘nviza tremolènne
l’esca de lo nostru desideriu
corgàtu nell’attesa su stu lettu…

E bbòcco e rmango ‘ppiccatu
a li seni, ali fianghi, a lu piacere…
e senza ‘na parola, senza fiatu
te raccondo de me e de quande sere

tra la riva e la strada sfardata
so’ mmortu de vita abajata,
cò ‘na penna senza ‘nghistro
piandata su la schiena,
la vocca e lu méndu
‘ppogghiati su li sassi
a strigne ffra li dendi
un foju de cemendu
‘nniritu, cunzumatu,
‘nzozzatu da li passi.
 
Facendo l’amore. Il gancio che teneva il reggiseno/ adesso è un amo e infilza tremolando/ l’esca del nostro desiderio/ disteso sul letto nell’attesa…// Ed abbocco e rimango appeso/ ai seni, ai fianchi al piacere…/ e senza una parola, senza fiato/ ti racconto di me e di quante sere// tra la riva e la strada asfaltata/ sono morto di vita sbagliata,/ con una penna senza inchiostro/ piantata nella schiena,/ e la bocca ed il mento/ appoggiati sui sassi/ a stringere tra i denti/ un foglio di cemento/ annerito, consumato,/ sporcato dai passi.
 
 
Stasé lu mare se d’è mmistu la cravatta,
se l’è mmista de traèrso, mmòccò storta;
 
la luna je la ‘ssétta piano piano, se rravàtta
pé’ fallo lluppicà. Lu mare se la porta
 
allò’ co issu, la pijà a vraccittu pé’ ffaje
vedé da vicinu le rive de lu munnu:
 
la porta fino all’uru, a lu sprufunnu
do ll’ombra sua se stucca e a daje a daje
le onde su la sabbia se cunzuma.
 
Ccuscì te porterìo a vvedé la schiuma,
vardascia che vurrìsti
mmandàmme d’eleganza,
de la vita che ‘gni sera ce ‘vvanza…
 
…pé ffatte capì
che lu tembu vuttato via
a d’è l’unicu tembu
che daéro ce statìa.
 
Stasera il mare ha indossato la cravatta…, / se l’è messa di traverso, un poco storta;/ la luna gliela aggiusta con cura, si impegna/ per farlo brillare. Il mare la porta// allora con sé, la prende sottobraccio per farle/ vedere da vicino le rive del mondo:/ la conduce fino all’orlo, allo sprofondo/ dove la sua ombra si spezza e a poco a poco/ le onde sulla sabbia si consumano.// Così ti porterei a vedere la schiuma,/ ragazza che vorresti/ coprirmi d’eleganza, / della vita che ogni sera ci avanza…// per farti capire/ che il tempo buttato via/ è l’unico tempo/ che realmente esisteva.
 
D’Annibali, contrariamente a quello che dice, è poeta e rivela una sensibilità che nasce da una frequentazione della letteratura e da uno sguardo sempre “a fuoco” sul mondo e sulle cose, persino quando dà ragione del perché scriva in dialetto, con la metafora del fiume e del ponte: il dialetto è quell’unico ponte per varcare il fiume, ma
 
 
…statènne attendu
a no’ mmétte mai un pè in difettu,
perché co’ lu dialettu
vasta ‘na fesserìa
a lu fiume se trascina
via tutta la puisia.
 
Nell’ultima sezione, dedicata a Caproni, il verseggiare si fa più ricercato, “Caproniano” senza perdere di leggerezza: la caccia / poesia diviene pretesto per una ricerca di Dio, che tuttavia sfugge ancora, per farsi di nuovo cercare, con quell’inquietudine confessata da S. Agostino “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te”
 
Rivelazione
 
Lo vedi,
ora è in mezzo alla radura
e tu da fitte piante ben nascosto;
 
scrivesti “Dio” sul ramo più vicino
e Dio cambiò di posto.
 
 
 
La preda
 
Soli, di nuovo
soli
come siam sempre stati:
soli in questo armento di parole
divisi dalla prora di una rima;
 
ora,
per quello che non sei mi ti riveli,
per l’unica risorsa del mio credo:
quel Dio che ho pregato, negato
 
e s’è fatto negare;
 
prezioso come un sasso,
rapace come il vento,
un Dio
che dai miei versi
ha tratto ispirazione
 
per disegnar, paziente,
la nuda architettura
di questa mia scontata
e pittoresca morte.
 
 
Il cacciatore
 
…ed io son qui che faccio
il verso ad un poeta,
svelandomi poeta,
fingendomi non-io:
 
antitesi e parafrasi
di Dio.
 
 
“A pochi pensieri dalla riva” ci può sembrare un libro di stampo tradizionale e a tratti semplicistico; ma, frequentandolo e “masticandolo”, rivela la modernità e la complessità di un poetare accurato, aperto sul nostro tempo con gli occhi di un uomo che socraticamente “sa di non sapere”. Il dubbio, onesto, rivela un mondo poetico certo, anche se non assolutizzato.
 
Gianluca D’Annibali, A pochi pensieri dalla riva, Italic, Ancona, 2014
 
Maurizio Rossi
 
Pubblicato il 14/3/2017