A passi di prosa* #2: Ogni cosa fuori posto di Andrea Accardi

a cura di Anna Maria Curci

 

A passi di prosa* #2: Andrea Accardi, Ogni cosa fuori posto, Edizioni Industria & Letteratura 2024

L’estraneità, il luogo e insieme la condizione di sentirsi esclusi dalla familiarità, dal senso di appartenenza, la consapevolezza di essere persistentemente fuori posto, tutto questo pervade il romanzo di Andrea Accardi, pubblicato nel 2024 con le Edizioni Industria & Letteratura nella collana di narrativa breve (ma non troppo) “L’invisibile”. 

I diciassette capitoli in cui è articolato il libro hanno titoli che spesso alludono a quella dimensione che la lingua tedesca contrappone a Heimat, vale a dire la Fremde. Il primo capitolo si intitola Perdersi, il sesto L’estraneo, l’ultimo Come fosse un buio ulteriore. A chi si addentra nella narrazione si fanno incontro richiami intertestuali – non può sfuggire, fin dalle prime pagine, il richiamo all’inizio del Castello di Kafka, all’arrivo dell’agrimensore K. nella città in cui è collocato il castello – e richiami intersemiotici, giacché le luci e le cose, rigorosamente «fuori posto», appaiono come compagne delle strade in penombra, dei fondali sghembi e delle apparizioni inquietanti di quel film di Robert Wiene che dal 1920, dunque due anni prima di Nosferatu di Murnau (di cui pure, soprattutto nel motivo dell’epidemia e nell’invasione dei ratti, sono presenti tracce qui), costituisce pietra miliare e punto di svolta con l’ingresso pervasivo del perturbante nel cinema: Il gabinetto del dottor Caligari. David Lynch, regista del quale sono rintracciabili spunti anche in Ogni cosa fuori posto, come nelle opere precedenti di Accardi, ebbe modo di dichiarare il suo debito di riconoscenza nei confronti del film di Wiene. 

Leggendo il primo capitolo di Ogni cosa fuori posto ci addentriamo, insieme al medico che si perde per le strade della località in cui si svolge gran parte delle vicende raccontate, nelle planimetrie di un mondo «delle cose ignote», quindi nell’universo narrativo di Andrea Accardi, così come lo abbiamo conosciuto, così come lo abbiamo conosciuto, qualche anno fa, in Frattura composta di un luogo e Frattura composta di un nome.

Le due citazioni poste in esergo sono senz’altro illuminanti a tale riguardo; mi sembra utile ricollegarle a ciò che ebbi modo di affermare qualche tempo fa a proposito delle due opere di Accardi sopra menzionate, opere che hanno costituito il suo esordio nella narrativa. Allora osservai che alla planimetria visibile si andava sovrapponendo quella non immediatamente percepibile da tutti. In ogni cosa fuori posto l’ingresso a questa doppia planimetria è segnato dai passaggi tratti rispettivamente da Sillabari di Goffredo Parise («Dal buco della serratura entrava il freddo delle cose ignote») e Suite etnapolis di Antonio Lanza («… e come se di questo mondo voleva che vedessimo qualcosa, qualcosa d’altro, attraverso di lui»).

Le vicende narrate sono viste dalla prospettiva di un medico che nella sera inoltrata non riesce a raggiungere il luogo dove dovrà effettuare il turno di guardia, di tre liceali, Claudio, Stefano, Davide, di uno studente universitario, Marco, che nei capitoli 10 e 14 si trova in una città estera (ritorna la situazione della Fremde, del trovarsi in una condizione di estraneità).

L’orrore irrompe già nel primo capitolo, come fatto del quale il medico sente parlare all’indomani della sua ‘notte di smarrimento’, nel corso della prima edizione del tg trasmessa dalla televisione in un bar del paese in cui si è perso la sera prima: la morte di una ragazza. Di lei, Roberta, amica di Marta (che è la ragazza di Davide), delle ragioni che l’hanno portata al suicidio, vengono rivelati dettagli attraverso le frammentarie tracce di opinioni e dichiarazioni altrui, così come attraverso dispositivi narrativi che lanciano indizi sulla dimensione ignota che sta oltre il visibile. 

La morte di Roberta apre uno squarcio nella planimetria e fa intuire l’invisibile: «C’è adesso come un vuoto nella planimetria, un buco da cui passa l’aria fredda e su quel niente di un interno al quinto piano converge e poi s’increspa tutta la pianta del condominio. Il corpo della ragazza (il salto, il volo) resta per aria come una parte che manca (nondimeno è lì in salotto, ricomposta, e l’appartamento intero lo costeggia).»: da quella morte, da quel corpo la narrazione procede e rivela antefatti, ramificazioni, conseguenze. 

Davide, Stefano, Claudio si confrontano con questo lutto e, allo stesso tempo, con le proprie vite di adolescenti tra lezioni da studiare, passioni, inquietudini e insofferenze. Tra le passioni di Stefano c’è la musica, che lo vede impacciato esecutore alla tastiera (p. 44) di Life on Mars di David Bowie nell’arrangiamento di Nick Wakeman. Life on Mars, con il suo testo e l’alone mitico che circonda la canzone, sarà affiancata da altri brani musicali che vanno a comporre una ideale colonna sonora di Ogni cosa fuori posto: Your pale blue eyes di Lou Reed con i Velvet Underground (p. 66), Sad-eyed Lady of the Lowlands di Bob Dylan. A conclusione del libro, si affaccia la citazione da Green Grass of Tunnel del gruppo islandese Múm: «Behind these two hills here/ There’s a pool». 

Di Davide, ragazzo di Marta, la migliore amica di Roberta, si apprende che è fortemente dimagrito, ma che il suo essere stato grasso resta come segno indelebile nella sua mente, un peso grave dalla parte delle paure e delle ossessioni.

Claudio ha una passione che lo rende il personaggio maggiormente in accordo con uno dei motivi conduttori della scrittura narrativa di Andrea Accardi. Come si legge nel capitolo undici, Claudio ricostruisce minuziosamente, con dettagli che fanno affiorare le cose segrete, la mappa della città in cui vive e in cui si svolge la maggior parte degli eventi raccontati. La città, malgrado sia possibile riconoscervi tratti di località dell’Italia settentrionale, conserva anche per i nativi del luogo un margine irriducibile di estraneità, la nebbia persistente e il lago pronto a nascondere più di un mistero. 

Estranea e straniera è la città universitaria in cui si reca Marco, di cui chi legge apprende che soffre per la morte della sorella, avvenuta anni prima, e che la ragazza che conosce all’estero, Sophie, ha il nome della sorella, solo con la grafia straniera. Città natale e città straniera hanno in comune un fondo infetto, un pericolo di epidemia che si manifesta nell’una con il cane macilento che si aggira per le strade, nell’altra con l’invasione dei ratti. 

Altre vie di conoscenza di Ogni cosa fuori posto passano per i personaggi del professore, dell’estraneo, per le figure genitoriali e per le loro contraddizioni, per i segreti che riguardano Marta e Roberta. Sta a chi legge, ora, completare la planimetria del visibile e dell’invisibile e, allo stesso tempo, addentrarsi nei meandri di pulsioni, delitti, vendette. È un itinerario che vale la pena di intraprendere e di percorrere.

Anna Maria Curci

* La rubrica A passi di prosa raccoglie recensioni a testi di narrativa, teatro e saggistica con cui ho avuto modo di percorrere un tratto di strada, vissuto dalla prospettiva di chi legge. Di questa avventura itinerante sono testimonianza le note, tappe di un viaggio che si rinnova, appunto, “a passi di prosa”. (Anna Maria Curci)