A la mnuda di Francesco Gabellini

La prefazione al libro di Edoardo Zuccato
A grandi linee, si può dire che esistano nella tradizione letteraria romagnola due filoni portanti: da un lato una teatralità logorroica e surreale, che ottiene i suoi effetti tramite la sovrabbondanza espressiva, dall’altro il frammento lirico e l’epigramma, che cercano la poesia per sottrazione, scarnificando il discorso in poche immagini essenziali. Se il primo filone ha il suo classico canonizzato in Raffaello Baldini e il suo interprete odierno più originale in Giovanni Nadiani, il secondo, in parallelo, può vantare uno squisito poeta lirico come Tolmino Baldassari e oggi una figura di punta, a mio parere, in Francesco Gabellini. È ovvio che si tratta di una classificazione semplificatoria, poiché si trovano facilmente elementi lirici in Baldini o Nadiani, così come frammenti di teatralità e molto senso del surreale anche fra i lirici, ma queste osservazioni introduttive mirano solo a delineare un quadro di fondo su cui operare delle precisazioni.
 
In effetti, occorre subito rilevare che Gabellini è nato come poeta di liriche brevi e rarefatte, secondo uno sperimentato modello novecentesco che in Romagna ha trovato una declinazione originale in poeti come Pedretti e Baldassari (a cui è infatti rivolto un affettuoso testo di ricordo). Questa vena è ben presente anche in A la mnuda, ma non più in modo esclusivo come nelle raccolte precedenti. Fin dal primo testo, infatti, si nota la presenza rilevante di elementi ironici, surreali e onirici. La misura è sempre quella breve, ma il frammento lirico si trasforma spesso in epigramma, mescolando di volta in volta, con infinite sfumature, arguzie satiriche, paradossi, stranezze surreali e afflati sentimentali. Colpisce anche, in un poeta che aveva parlato in prevalenza attraverso l’io lirico, l’utilizzo disinvolto del monologo e del dialogo, di personaggi descritti o che prendono la parola direttamente, tanto che molti testi si presentano come mini drammi, secondo una modalità tipica della tradizione dialettale. A mio parere, anzi, l’originalità forse maggiore della raccolta sta proprio nel modo, riuscito e continuamente variato, in cui vengono mescolate componenti espressive eterogenee come lirismo e ironia, sentimento e paradosso, empatia e distacco.
 
Il mondo che descrive Gabellini, e il sentimento che ne hanno i suoi personaggi, richiede per sua natura la coesistenza di tali opposti. Si tratta di un mondo in cui anche ciò che è vicino e familiare è sempre sull’orlo di scivolare nell’estraneo e nel surreale. I personaggi di Gabellini sono arguti e se la cavano egregiamente, ma le loro riflessioni e i loro sentimenti nascono sempre dalla consapevolezza dei limiti delle proprie capacità di comprensione e comunicazione. La solitudine e l’isolamento sono, pertanto, i dati di partenza e il terreno comune su cui tutti si muovono e da cui non riescono a evadere. Il contrasto primario a cui devono far fronte è quello fra gli umani e il resto della natura, la quale si manifesta in modo insieme chiarissimo e incomprensibile. Esemplare in questo senso il testo di apertura, Ad chésa, in cui uno dei tanti eccentrici che popolano queste pagine (altro topos romagnolo e dialettale) esce di casa dopo dieci anni una domenica mezzogiorno e, nel silenzio, l’unica voce che sente è quella di un’allodola invisibile. Atterrito, torna allora di corsa a richiudersi a chiave in casa. I personaggi di Gabellini non sono certo degli intellettuali, ma il contesto in cui si muovono è quello post darwiniano, in cui devono fare i conti con l’idea che agli umani non sia riservato nessun ruolo speciale nel mondo (Al furmìghe). Il ribaltamento delle illusioni antropocentriche si avverte nella costante discrasia fra tempo della natura e tempo umano. Chi cerca, almeno qualche volta, di adeguarsi ai ritmi della natura viene subito etichettato dagli altri come “invurnìd”, ovvero idiota (La lumèga). L’arroganza umana trova tanto difficile accettare questa condizione di minorità che i personaggi di Gabellini paiono a volte leopardianamente svantaggiati rispetto agli animali (E’ lat, E’ mapamônd). Cancellare la memoria, aprirsi all’onirico e all’irrazionale, regredire all’inconsapevolezza delle cose inanimate (si veda la splendida E’ cafè) sono tre vie per sfuggire dalle angosce generate dalla visione razionale, vie che infatti molti testi percorrono in varia misura. E tuttavia la visione surreale raggiunge i suoi risultati più suggestivi quando si presenta come l’esito di un’osservazione lucida spinta all’estremo, ad esempio in La pôlvra o La lèsta (La lista): “Ò fat una lèsta / dal ròbe ch’l’im pìs. / Tótt i dè a n scancél òuna. // L’arvanzarà una galèina / daparlìa, a la fine, / ch’la raspa te svùid.” (“Ho fatto una lista / delle cose che mi piacciono. / Ogni giorno ne cancello una. // Resterà solo / una gallina, alla fine, / che razzola nel vuoto.) Fra parentesi, c’è qualcosa di curiosamente orientale nel sereno senso del vuoto e nella sospensione metafisica dei migliori di questi epigrammi. Siamo agli antipodi di qualunque horror vacui da barocco cristiano, forme novecentesche comprese.
 
In sintesi, si può affermare che in A la mnuda Gabellini, pur restando sul versante della misura breve, sia riuscito a sintetizzare i due filoni della tradizione di cui si parlava all’inizio di questa nota critica, ovvero teatralità ironico-surreale ed epigrammatismo lirico, operazione compiuta anche da chi ha reso la tradizione romagnola famosa nel mondo, ovvero il duo Fellini-Guerra (non a caso dedicatario di un testo della silloge). Basti vedere testi come L’estate o Un bitter, che hanno il sapore inconfondibile di episodi felliniani. Questi prestigiosi referenti, come quelli citati in precedenza, non devono far pensare a sudditanze epigonistiche; sono, piuttosto, il quadro di riferimento entro cui collocare Gabellini rilevando le componenti essenziali del suo lavoro. Gli ingredienti che usano i pasticceri sono su per giù sempre quelli, ma ciò non significa che tutte le pasticcerie siano equivalenti. Solo in alcune ritorniamo volentieri, come volentieri ritornerà a questa silloge chi avrà la ventura di entrarvi una prima volta.
 
Edoardo Zuccato 
 
Un pas
 
Dal nòte a m svégg ad bòt,
a’ sént la c-vèta ch’la chénta.
Um pèr da fè un pas céch,
cumè da mèt un pì
te svùid ch’ avém datònda.
 
Un passo – Certe notti mi sveglio di colpo, / sento la civetta cantare. // Mi sembra di fare un passo falso, / come se mettessi un piede / in quel vuoto che ci circonda.
 
 
La Stèla
 
La Stèla ch’l’avèva una scaràna
sòta un figh e una biciclèta
che l’a n la duvrèva.
La Stèla ch’l’a n ridèva mai,
ch’l’a m sbusìva e’ palòun sla falcèta.
L’è arvènza tla mì memoria
‘na facia sculpìda te lègn,
una nôvla ad cavél biénch.
 
Adés ch’l’è mòrta
da piò ‘d quarànt’an,
adés che nisòun piò
i s’arcòrda ad lìa,
a’ la vègh ch’la rìd te sônn
drèinta t’un’ômbra granda
ch’la n’à piò cunfèin
 
La Stella – La Stella che aveva una sedia / sotto a un fico e una bicicletta / che non la usava. / La Stella che non rideva mai, / che mi bucava il pallone con la falcetta. / E’ rimasta nella mia memoria / una faccia scolpita nel legno, / una nuvola di capelli bianchi. // Adesso che è morta / da più di quarant’anni / adesso che nessuno più / si ricorda di lei, / la vedo che ride nel sonno / dentro a un’ombra grande / che non ha più confini.
 
 
Daparmé
 
Stè iché daparmé?!
Sa vlìv ch’ava paura
ormai a’ so pas òlta,
ò bèla nuvènt’an!
 
Aspét che òuna ad stal nòte
la vaga a fnì t’un’ènta nòta.
 
Da solo – Star qui da solo?! / Cosa volete che abbia paura! / Ormai sono andato oltre, / ho quasi novant’anni! // Aspetto che una di queste notti / vada a finire in un’altra notte
 
 
I dè
 
La matèina aspét
ch’l’arìva mizdé.
 
Dòp mizdé
aspét ch’e’ vènga nòta.
 
E la nòta
a guèrd i bus dla taparèla:
a n vègh l’ora
ch’e’ fàcia e’ dè.
 
I giorni – La mattina aspetto / che arrivi mezzogiorno. // Al pomeriggio / aspetto che venga notte. // E la notte / guardo i buchi della tapparella: / non vedo l’ora / che faccia giorno.
 
 
Un bitter
 
L’è un lavuràc, al sò!
Però s’ta i fè e’ cal…
e pò us ciàpa bèn, cò?!
Cent euro, lavèd e vistìd.
De lavòr ui n’è a stóff,
um tòca dèi sèmpra ad cursa,
a n gnì stagh drì
ch’u’ n mòr dla gènta tótt i dè!
 
Trè cla matèina a n duvèva lavè
e lò u n mulèva!
 
“A’ m’avì ciamè tròp prèst!”
 
A’ l’ò lavè listèss, a’ l’ò vistì,
e’ stèva piò bèn, un vistìd blò!
Chi è ch’và a pansè ch’u’ s’arciapèva!
 
L’è andè giò ad sòta me bar.
Dasdè m’un tavulèin a’ daparlò,
chi èlt il guardèva da dalòngh.
L’à fat un sègn s’na mèna: “un bitter!”
 
Isè bèl u’ n’era mai stè!
 
Un bitter – E’ un lavoraccio, lo so! / Però se ci fai il callo / e poi si prende bene, scherzi? / Cento euro, lavati e vestiti. / Lavoro ce n’è da stancarsi, / mi tocca sempre andar di corsa, / non riesco a starci dietro / che ne muore della gente ogni giorno! // Tre quella mattina ne dovevo lavare / e lui non mollava! // M’avete chiamato troppo presto! – // L’ho lavato lo stesso, l’ho vestito, / stava così bene, un vestito blu! / Chi poteva pensare che si riprendeva! // E’ sceso giù al bar. / Seduto da solo a un tavolino, / gli altri lo guardavano distanti. / Ha fatto un cenno con la mano: – un bitter! – // Così bello non era mai stato!
 
 L’alma
 
  A Tonino Guerra in occasione
  del suo novantesimo  compleanno                 
 
          Cla volta quèla l’è andè sò anche l’alma!
          Cus èla nòna st’alma ca gì vò?
 
Dòp u s’è fat un zètt che ancora e’ luta,
cumè la dmènga tla cisa una biastìma.
 
L’è la pòmsa cla pèr isé ch’la pesa
mò sla prima bèva già la vola via.
 
E pò una nòta sènza sònn ò vèst un òm
cl’andèva sò a pìd tra la spagnèra.
 
O a sèra mé e lò um guardèva?
 
 
L’anima –  Quella volta lì è andata su anche l’anima! –/ Che cos’è nonna quest’anima che dite? // Dopo si è fatto un silenzio che ancora dura, / come di domenica in chiesa una bestemmia. // È la pietra pomice che sembra così pesante / ma con il primo soffio già vola via. // Poi una notte senza sonno ho visto un uomo / che andava su a piedi tra l’erba medica. // O ero io e lui mi guardava?