92 – ROCCA DI PAPA

 

Rocca di Papa (680 m slm – 13014 ab., detti Rocchigiani – 40,18 kmq). A26 km da Roma, nell’area Tuscolana dei Colli Albani, e occupa un territorio che si estende dalla parte pianeggiante fino ad uno sperone del Maschio delle Faete, circoscritto dalla marana di Patatona.
 
IL DIALETTO DI ROCCA DI PAPA:
Nella premessa di Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle, Maria Pia Santangeli afferma che “l’idioma rocchigiano ha ormai perduto l’originario rustico vigore, inquinato e ammorbidito com’è dal romanesco e dalla stessa lingua italiana e perciò non è parlato né ricordato da tutti nella stessa maniera; varia addirittura da un rione all’altro, da una famiglia all’altra. E ognuno è convintissimo di essere nel giusto. Dovendo operare una scelta, mi sono attenuta a quello parlato dagli anziani dei quartieri più antichi, aiutata da molti amici e conoscenti…” Tenerelli in Il prossimo mio (1988) sostiene che: “sussiste nel paese la distinzione fra rocchegiani e bavaresi, questi ultimi dimoranti quasi tutti a ridosso della fortezza (dello ’n gima), in cui sono rimasti echi della lingua tedesca: zicchia (quando l’asino tira calci, dal verbo zecken); vàu spazzolènnu (vanno passeggiando; dal verbo spazieren); sié oh! (guarda, senti un po’; dall’imperativo sehen – vedere).
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
In appendice al suo Parlemo… tra noa. Vocabolario italiano-roccheggiano roccheggiano-italiano Marcello Gatta fornisce la declinazione di modi, tempi e persone della coniugazione del verbo avere. Secondo A. Tenerelli, contrariamente al frascatano e al romanesco che fanno finire rispettivamente in “enu” ed “eno” la desinenza del presente plurale, nel roccheggiano i verbi terminano in “anu” (màgnanu invece del romanesco màgneno), come in frascatano i verbi che finiscono in “isco” e “osco” diventano “iscio”: capiscio, conoscio. Dal latino “amus” si ha nel romanesco e nel frascatano “amo” mentre nel roccheggiano e nel genzanese si ha “emo”(facémo, digémo, sbrighémo). Qualche volta rimane però “amo” (ci ne jamo) che però si può dire anche cià cojemo.
Gli avverbi i più caratteristici, per Tenerelli sono quelli di luogo: ècco (qui, qua), lòco (lì e là, costì e costà), d’ècco (di qua), d’èllo (di là). Si può rafforzare con dellonellà e dellondellane. Cinque ragazzi giocavano ai “quattro cantoni” e il capo nel distribuire i posti disse: “tu va d’ècco, tu vai d’èllo, tu sti d’essu, e tu va lòco, io stongo écco”.
 
Dal vocabolario di M. Gatta, selezioniamo, tra circa 1000 vocaboli:
areché: altroché; caputu: entrato; carta pisa: carta copiativa; castagne d’a freve: ippocastano; ciarase marine: corbezzoli; cionna: trasandata; coratì: chissà perché; cosa capita: ovvio!; cquacquara: sterco di vacca; cuozzule: croste di sporcizia; cursa au giudiu: corsa affannosa per rincorrere un’eredità; damante: appariscente, vistoso; doncifusse: bellimbusto; esca nonna: accidenti; farzamentu: annullamento; dare u f.: soverchiare; fratticciu: recinto per animali; fratuzzu: neonato; gallinelle: faville; llaccà: camminare con affanno; luccicarelle: lucciole; mambrucca: ragazza abissina; manganaccia: accoppiamento di cani; me ne calo: desidero ardentemente; mignottara (alla): senza freni; nuccu de cella, muccu de fregna: testa di cazzo; nculasse: accovacciarsi; ngazzettammazza: un bel niente!; intistu: eretto; otrica, otricale: otre, cornamusa; panfrascatu: pane di polenta; parte e co’ la parte!: voglio la mia parte!; parte e senza parte!: non divido il mio ricavato!; pece funace: calzolaio; pentima: burrone; prellessà; prellessatu: buggerare; fortemente riscaldato; puche: germogli; ransolischia: nevischio; reusca: perquisizione; rufulà: russare; ruschiu: agrifoglio; sarnaru: poveraccio; scaggià: pavoneggiarsi; scelasse: svenire; scopia: ginestra; sfunaia: vescica al tallone; sgaratu’nculu: amorale; smerontu: più che unto; sordatinu: quattro di denari; spucchià: assaggiare i cibi di malavoglia; straccacanasse: mostaccioli; taccata: pedata; Tico ticò: altalena; tienti: denti; trucchià: urtare; ucerda: lucertola; vacantà: svuotare, travasare; vandollamba: vai a quel paese; zicchià: scalciare; zinzaru: colpo apoplettico; zurariellu: trottola; zurli: capelli incolti; zzeccà: salire; zzilimatu: impomatato.
 
Da Rocca di Papa nostra di Alberto Tenerelli, preleviamo i seguenti termini:
cannafienna: cantilena; codì: perché; cóla: un goccetto, uno schizzetto (na cóla de vinu); culu spilatu (stare a): crogiolarsi beatamente; diàna (voce arcaica): pentola; fèrge: legamento di un animale ribelle o di una persona pericolosa; feròle: tarli dei legumi secchi o avariati; ffóciate: rimboccati le maniche (in marinese: fócite, a Rocca Priora: fùcite); fìcore (sing. fìcora): fichi (a Frascati: fìchera e a Marino fìchere); gòrgia: gola (dal francese gorge); gnura (me): mi rimprovera; jòtticajotticà: saliva, sbavare nel vedere un buon cibo; lópe penaru: lupo mannaro; mmastu: basto; mmidia: invidia; ’nzipà,’nzipatu: infilzare, infilzato; oramente: oppure; pàrtone: cappotto (dal francese paletot); pàsu: quattro metri cubi di legna, mezzu pasu: due metri cubi, quartino: un metro cubo; pennàzze: le ciglia; pòzzo, puòzzu: posso; la seconda è una forma più arcaica (che i puòzza morì u somaru! che te puòzza escì lu fiatu de fora!); precóiu: azienda per l’allevamento del bestiame. Significa anche grosso e truogolo; recalàta: cadenza, intonazione di voce; recapolitrommolà: scapicollarsi; rosumarinu o trusmarinu: rosmarino; rùcia (alla): slancio dei ragazzi nell’andare a raccogliere i confetti che si lanciavano un tempo all’uscita della chiesa; scentò: sottoveste (in marinese: scentone); sinànta: fino a, insino, fino al punto; spappuóli: pop corn, in uso a Rocca di Papa anche prima dell’arrivo degli americani; spalloccà: slargare i fiocchi di lana; stàiu: conto finale, saldo; stoppìcciu: il pezzetto della camicia che usciva dai calzoncini dei bambini, che recavano in mezzo uno spacco per consentire rapidità nel soddisfare i bisognini; topinàle: talpa; tricà: attardarsi (anche in frascatano e marinese); tuóstu:
tosto, duro, cocciuto; zèzze (méttite a): mettiti a sedere.
 
La Santangeli nel suo libro Rocca di Papa… elenca alcuni degli svariati lavori campestri eseguiti dalle donne negli anni ’20-’30: saramentà, legà ’e vite, scacchià, fa’ ’u fienu, ’nzorvà, fa’ ’a fronna ’e canna, velegnà, coje ’a liva, rampazzà. Maria Pia Santangeli è autrice di Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani, libro fondamentale per riappropriarsi di antiche tradizioni e lavorazioni dei boschi di questo territorio. A questi antichi mestieri ha dedicato interessanti capitoli nei suoi libri anche A. Tenerelli. Da entrambi, abbiamo selezionato vocaboli che rischiano di estinguersi e un elenco di mestieri e di quanto ad essi è connesso:
tajatori o spedicatori: abbattevano gli alberi cercando di farli cadere allineati per facilitare il lavoro agli altri e sderaméanu (privavano dei rami gli alberi); stuccatori: intervenivano sui tronchi a terra con gli aiutanti apprendisti detti tirasegó; pezzutatore: addetto a fare le punta ai pali (pezzutà); scorzatore: addetto a scorzà (tagliare la corteccia) del legname; rabbinatore: incaricato a togliere il legname, a selezionarlo e a formare delle masse, cioè delle cataste che poi u ppàsatore riuniva a sua volta in misure di quattro metri cubi detti pasi; sfruiatore: doveva tagliare i nodi al legname con la roncola; segatore: segava la legna con u stronghinu (sega rustica); facciatore: squadrava il legname per le travi che i tettaroli avrebbero usato per costruire le case; fascettaru: legava i fasci delle frasche pei fornai; recacciatore: trasportava il legname all’impòstu (deposito) dopo averlo regnoccolàtu a u mmastu (legato al basto) con gli jaccoli (corde lunghe con anelli di legno); rammozzatore: incaricato di togliere i rami alle pertiche con l’accetta, il quale appunto rammozzéa.
Due erano i tipi di accette, quella pe’ spedicà (tagliare) e quella pe’ faccià (squadrare). Dalle fonti prima citate, alcuni prodotti del lavoro dei boscaioli:
bòmme: pertiche di tre metri di altezza che servivano per la testa (i capi) dei filari di vite; palombelle: passoni per staccionate; filagne: rami lunghi circa 4 m per vari usi: marinesi: rami della lunghezza di due metri e mezzo circa, inventati dagli abitanti di Marino; rocchi: legno che serviva per le doghe delle botti; mondandi: (montanti, per uso di falegnameria, della misura di tre metri; varatelle: rami per le vigne a tendoni.
Dal libro della Santangeli, riprendiamo la significativa testimonianza di Adolfo Gatta, detto ’U Rosciu di Rocca di Papa, che fa intendere eloquentemente quale fosse il rapporto tra animali e uomini di fatica di un tempo: “Al cavallo, al mulo non si danno botte, si accarezza, si parla. L’animale si confida col padrone, si affiata, ti si mette vicino, ti sente all’odore: l’animale sa chi sei… C’è sempre una mula che fa da capoccia: c’erano delle mule che sapevano legge’ e scrive’…”.
 
2. I proverbi e i modi di dire
Modi di dire tratti da Svrìnguli svrànguli di Rita Gatta:
A fa’ de n’arte (non state un attimo fermi /una ne pensate e cento ne fate); all’ammente (a memoria); da massera a maddomà (da sera a mattina); de fame se puzzéa (moriva di fame); j speréa (era trasparente); nde so’ bboni (quanto sono buoni!); u capu me va ’n predissio’ (mi gira la testa); va’ a cojona’ a fiera (vai a prendere in giro).
Altri modi di dire:
’N sordu de caciu e fronna (di persona piccola, come piccola era la porzione che il pastore vendeva a un soldo su una foglia); stéste, stéste, vedèste che nun menèste a via e m’ha cojèste (stetti, stetti, vidi che non veniva e me ne andai); chi tè ’a spina s’a leva.
Ed ecco un nutrito elenco di proverbi tratti dalle opere già citate di Maria Pia Santangeli, Alberto Tenerelli e Marcello Gatta:
Quannu Monte Cava mette u cappiéllu, vénnite e crape e fatte u mantiellu, quannu Monte Cava se mette e brache vénnite u mantiellu e recrompa ’e crape; chi cammina ’n gima a u gnaffu, dapuó sciula; chi moje nun te’, moje governa; edè na femmina senza difettu, nun te’ né panza né culu né piéttu; stétei attenti, uommini, ché e femmine ’i rampanu! (Attenti, uomini, che le donne cercano di afferrarvi!); le bavarese, so le ppiù bboja, latre, moccelose che sse trovanu drento a ’stu paese!; chi giovane se procura, viécchiu more; o vinu de cacchio’ un sordu a u bocalo’; e chi de ’n sordatinu se nnamora, ’na botta de tammuru addio madama; chi n’edè buono pe sé, mancu pe’ l’ari; Rocchicianu edè securu / quannu tè ’a ronca ’u culu; se li cornuti portassero ’lume, o Dio del cielo che gran bagliume; li paìni che vau pe ’u corsu pe’ a fame reccoienu u torzu; nù le vedi che scarpe lustrate vàrdale sotto ché so sfonnate; ’a femmina no’ se sposa ’n somaru pe’ paura che iè strappa ’e lenzola; chi te’ li sordi e se li magna e beve resparagna u piantu de l’erede; la robba male repòsta è d’i cani e di jatti; stémo tutti ’n galera pe’ ’n debbitu; ’a vocca è piccirèlla: ’i cape ’u bove e l’asinella; ’a pecora che fa bèe, perde ’a vocconata; ’o pa’ dell’ari tè sette scorze, ma se ’e conti, ne tè quattordici; quatrini e léna se fa sùbbitu cena; donna da pocu se ’n sa ’ccenne ’u fuócu; uómminu da pocu mettilu a ’ccenne ’u fuócu; reponi i zéppi, ché l’immerno so’ confiétti; l’arcu (arcobaleno) de ’a matina, acqua a caravina, l’arcu de ’a sera bon tiémpu ména; da ’u capu ne vè ’a tigna; ’e fratte n’ tèu ’e ’recchie, ma sta chi j’e mette.
Infine un detto popolare, illustrato da A. Tenerelli in Vetusta Tellus.
Poiché era nu zappu (un po’ bruttina e tracagnotta), tutti i cappellini che provava le stavano male. Se ne metteva uno e domandava al padre: “O ta’ (papà), m’atatta?” (mi si adatta?)” “No” rispondeva il genitore. E così per un bel pezzo. Arrivato all’ultimo cappellino del negozio, ripeté la domanda: “O ta’, m’atatta?”. E il padre spazientito: “Se t’atatta, t’atatta; se non t’atatta t’adatattà” E il commesso divertito: “Bum!” (Perché, spiegò, dopo il mitragliamento ci vuole il bombardamento). Nacque così il detto popolare “Se t’atatta, t’atatta; se non t’atatta t’adatattà”.
 
3. I toponimi e i soprannomi
Toponimi da Parlemo… tra noa… di Marcello Gatta:
Peccorsu, Monte Pennulu, Rappellicciu, Pocecca, Piscari, Pentimastalla, Rott’e Cave, Pantanella, Palla, Orcatura, Muraccia, Peschi, Ribelli, Rotta Ellacqua, Rottò, Rtufo, Scalaru, Spinaccetu, Colle Stree, U Pratò, U Rumenu, Riccardinu, Moniche tedesche,
A neve, Assespada, Battiferu, Calecara, Catorzu, Facce, Moniche giù, Moniche ngima, Frati, Fontanammonte, Facicchia, Faeta, Marpassu, Ormi, Cappell’e prete, Barattulu, Arcioni, Meruolu, Matonella, Barbaroscia, Bancacci, Sereola, Pantaniellu, Quattrostrade, Pratu Fabbio, Valle scura, Valle Miesu, Tirassegnu, Sarapulletu, Ruccia, Pentimicchia, E Capanne, Pratu Mancinu, Rott’e Peschetta.
In Il prossimo mio Tenerelli ricorda le contrade del centro storico: Piazza Vecchia, Crocifisso, Carpino, Baviera, Binzu, Ortacia, Caprari, Mola, Fosso Martino, A Via ’e Matònne. E in Rocca di Papa nostra dedica un capitolo alla famigerata macchia della Faiola, terrore dei viandanti di un tempo (“Gira a largu, che si tu si ladru e boja, io so de ’a Faiòla” dicevano in paese. La macchia, tutta in territorio di Rocca di Papa sfociando verso Velletri, appare anche nei sonetti del Belli: Ma che Fajòla, Cristo, è diventata / ’sta Roma porca, Iddio me lo perdoni // (…) Tutto se scola sta Fajòla indegna // … infine: E nun te dubbità: sei ’n bone mano, / ch’è tutta ’na Fajòla d’assassini). Era il dominio di Francesco Gasperoni da Sonnino detto “Gasperone”, rievocato nelle nenie popolari: “Gasparò / co u fucile / a trommò / cortiellu / e ronca / te pija a burza / e a vita te cionca!
In Vetusta Tellus Tenerelli elenca boschi dai nomi suggestivi e dalle storie dimenticate: Faete, Fajola, Barbaroscia, Folegara, Rottecave, Facce, Riguardate, Valle Perona, Malpasso, Colle Vescovo.
Una curiosità: ’A palla simpatica. Racconta M. Pia Santangeli in Rocca di Papa…:
(…) l’illuminazione elettrica terminava dopo il Belvedere con una lampada più grande delle altre delle altre, denominata ’a palla simpatica. Più oltre l’oscurità che vi regnava dava adito alle malelingue per criticare le ragazze che la oltrepassavano: “A’ vistu chélla, à trapassatu ’a palla simpatica!”.
In U paese miu Salvatore Giovanetti cita diversi toponimi locali.
 
Da un capitolo di Vetusta Tellus di Tenerelli dedicato a “E nòmere” scegliamo i seguenti soprannomi:
U Papa, u Principino, u Re, u Duce, u Ducettu, u Principe, Cannò, Pistola, Mortalò, Bomma, Lanciabomma, Rigatò, Pulentò, Maccarò, Patana, Mezzapatana, Patanella, Tlé, Ciò, Là, Chichì, Sosò, Sciscì, Titì, Do, Popò, Muciò, Chiulì, Buciò, Ngé, Stronzulino, Smerdella, Ciafregna, . egna, Stronzulicchiu, Cacarella, Chiappa, Occhiò,
 

4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro

 
4.1 Canti
In Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle, parole, detti, aneddoti, usanze e tradizioni locali sono stati scrupolosamente raccolti nel corso degli anni da Maria Pia Santangeli, componendo un interessante affresco della vita quotidiana dei primi anni del Novecento. Tra i canti, una dolce ninna nanna:
Ninna nanna, nanna oh! / che pacienza che ce vò! / Co’ ’sti fìi nun c’è pace, / la pappetta nun je piace. / Gliela diamo a Nicolò; / Nicolò la butta via, / gnao, gnao, frusta via. // Ninna nanna, nanna oh! / che pacienza che ce vò! / Co’ ’sti fìi nun c’è pace, / la pappetta nun je piace. / Vonno solo che sisè / ninna oh, ninna eh. // Ninna nanna, nanna oh! / che pacienza che ce vò! / Co’ ’sti fìi nun c’è pace, / la pappetta nun je piace. / Glielo diamo alla befana / se lo tie’ ’na settimana, / glielo diamo all’omo nero / se lo tiene un anno intero (oppure) Glielo diamo all’omo blu / se lo tiene un anno e più.
E poi stornelli:
Me vojo comprà ’n sordo de sapone / me vojo ’nsaponà lo mio zinale / e quattro fazzoletti a’lo mio amore. // La piazza de’la Rocca fa tre giri / chi la copre de rose e chi de fiori / lo mio amore la copre de sospiri. // Lo mio amore è Marinese, / quanno cammina fa tremà le case / se te dà ’na zampata te fa core ’n mese.
Nelle serenate a sdegnu: Amore viecce / prima non dormivo pe’ pensàcce, / adesso pagherìa pe’ non vedette. // Te credevi d’arivà a’le cime / e se’ rimasta ne’le basse rame, / a far l’amor co’ me che ce speravi / la canzonella quanta ne volevi.
Tra i canti e stornelli d’osteria: Bella regazza che cammini a zompi / attenta che non caschi a faccia avanti / quelle che porti ’n petto te le rompi. // Lu pecuraru le pecore mogne / primo le pecore e po’ la moje. / Dije de no, / no, no. / Lu segatore che sega, che sega / più ne guadagna e più se ne frega; / Dije de sì, / sì, sì.
E stornelli di donne durante i lavori: Lo mi’ amore è Marinese, / a’ lo cappello porta le rose, / al corpettuccio le viole accese. – Lo mio amore m’à mannato a dice / che me provvedo ché me vo’ lasciane. / Che se provveda lui, ché io sto bene. – Tengo ’na fame che me magnaria / lo fritto del mio amore cotto coll’ova / e la coratella della socera mia. – Mamma nun me vò da’ chi vojo io; / me faccio ’l fagottello e vado Arbano / me pìo ’n Arbanese a ggenio mio.
 
Da Tenerelli, in Rocca di Papa nostra, una tiritera:
“è la fravola dell’immè / tantu dura e tantu edè, / te la dicio / te la dirò, / sì o no?” / “Sì!” / “Gnommaru, n’agu e na cazetta / te ridicio sempre chesta: / è la fravola dell’immè / tantu dura e tantu edè, ecc. (fravola: favola, immè: da jamais francese, quindi la favola del mai). Suri / Surè / Tambucè / Tappó / Suretappó / con un piè / l’otre pié / con un mèn / l’otre mèn / oili /oimè (cantilena che si diceva giocando con la palla sul muro).
 
Riferisce in Rocca di Papa… la Santangeli che le cantasilene (filastrocche), gradite a bambini e non solo, prendevano spunto dalle variazioni metereologiche:
Tira, tira tramontana / alle donne glie dà pena / glie reùsca la sottana / tira tira tramontana; Fiocca, fiocca Marie pallocca / tre quadrini e ’na pagnotta / se lu sa lu pecoraru (o ’u Cecinaru) / se ne magna ’n centinaru; piove, piove / la gallina fa le ove / e le fa per Gesù / e domani non piove più; Santa Barbara jéa pe’ lu campu / accompagnata da ’u Spiritu Santu, / co’ Santa Elisabetta scampaci de lampi / de troni e de saetta, / mandali a quella valle scura / dove non c’è po’ nessuna creatura.
Questa cantilena accompagnava il dondolio del tico-ticó (altalena a bilanciere):
Tico-ticó, tico-ticó / me so’ persa ’u maccaró / tico-tichèlla / me so’ persa ’a tamburèlla. Altre cantasilene: ’U pecoraru che magna ricotta / va a’la chiesa e ’n se ’nzinocchia, / n’ se leva lu cappellettu: / pecoraru maledettu!; Coccia pelata / magna ’a rapa / bevi lu vinu / spazzacaminu.
Filastrocca per bambini in attesa della mamma al lavoro in campagna:
Pecora bèe / mamma nun c’è, / è ita a’la vigna. / Quandu revè / te porta ’a sisè. // Pecora bèe / mamma nun c’è. / ’Nd’è ita? / È ita a’ la vigna. / Quandu revè? / Revè stasera. / ’Mmannisci ’a cena. / Che cosa c’è? / C’è ’a ’nzalata. / Chi l’ha portata? / Coccia pelata. // Ari, ari, totto / ’u cavallu é zoppu, / chi l’à zoppatu / travu de casa / andov’ello ’u travu, / l’alemo bruciatu, / andov’ello ’u fuocu / l’alemo mmorzatu, / andov’ella l’acqua / se l’à beta la vacca, / andov’ella la vacca / l’alemo magnata / andov’ella la pelle / l’alemo fatta a ciucciurummelle, / ciucciurummelle, chicchirichì: / ’na ficora ’n mócca / a chi sta a sentì!
 
Alcuni indovinelli:
Biancolina và volénno, senza culu se va posènno (la neve). Io tengo ’na cosa che ’ddora de rosa, ma rosa nun è: ’ndovina po’ che tè? (la saponetta). Derètu a ’n monticellu ’i sta ’n fraticellu, se ’i levi ’u mantellu ’i sse vede tuttu ’u ciéllu (il granturco)
 
Da Rocca di Papa… della Santangeli scegliamo due tra le orazioni delle nonne:
Da capo al letto mio / c’è l’angelo di Dio, / in mezzo alla casa, / c’è santa Nunziata, (o santa Elisabetta) / accosto al fuoco / c’è l’angelo che gioca, / vicino alla porta / c’è l’angelo che bussa, / in mezzo a’la via / ci sta Gesù, Giuseppe e Maria. Me so’ dormita io e me so’ svejata, / la Passione di Cristo me l’ho sognata. / Me so’ sognata che zecchéa (saliva) monte Calvario, / lo sangue gli sverzava da ogni vena, / l’angelo con bacile lo riccogliéa, / a quello santo altare lo mettéa / dove la santa Messa se dicéa. / Passa Maria davanti a ’na ferrarìa (fucina) / e va dicendo: “Madre de’cortesia, / trova lu mastro che fa li chiodi”. / Dice lu mastru: “Di chi so’ sti chiodi?”. / “So’di uno che si chiama Cristo, / figlio ’e Vergine Maria. / Fateli più fini e più ’nquadrelli (appuntiti) / che s’hanno da batté co’ li martelli, / fateli più fini e più sottili, / ché hanno da passà carne gentili”: / Rispose Erode e Pilato: “Fateli più grossi e più ’nquadrati / che a uno a uno sarete pagati”: / La Madonna sentì così, / cascò ’n terra e se tramortì. / La Maddalena la riccogliò e la riconsolò. / Le disse: “O madre, quanto sei dolente!” / “Da nove mesi che t’ho portato al ventre, / mó che ti vedo co’ sta croce pennente, / queste rose che t’hanno levato, / queste spine che t’hanno ’ppuntato; / è stata una cosa così dolente”! / S. Elena di Roma imperatrice / madre di Costantino imperatore / al mare andasti, al mare ritornasti, / la croce di Gesù la ritrovasti, / trentatré palmi la scavasti, / al fiume di Giordano la lavasti, / co’ na bianca tovaglia l’asciuttasti, / all’altare di Pietro la mettesti, / sette lumi gli appiccesti (accendesti).
Questa preghiera veniva recitata dopo la visita ai defunti: Vi saluto cocce sante / vi saluto tutte quante / pregate Gesù per noi / che presto saremo come voi.
In Rocca di Papa nostra Tenerelli riporta una preghiera recitata dalle vecchiette: Zecca, zecca / ssu scalinu / pe’ trova Gesù Bambinu, / Gesù Bambinu / vorìa trovà / pe’potemme communicà. / Passio, dominu nostru, / Sangue de Gesù / recoprece tu! / Dominu nun zo dignu, / Dominu nun zo dignu.
 In Vetusta tellus lo stesso autore riporta quest’altra: Passio, domino nostro, / sangue de Gesù, / recóprece tu!.
 
Per le imprecazioni, in Rocca di Papa… la Santangeli riferisce di questa offesa di uomini alle donne: Muccu de caldarrosta reppezzata, manicu de paletta ’rruzzunita!
Acui le donne rispondevano magari: scartu de leva (riformati): Chi nn’è bbuónu pe’ ’u re, mancu pe’ ’a reggina.
In Vetusta tellus Tenerelli ripropone un simpatico scambio: “E va mmoriammazzatu! Co’ ’ssa nnòja che tié, me sposarìo pròpo a tì!” con il quale le rocchegiane respingevano le profferte dei corteggiatori. Nnòja è un concetto complesso, col quale si intende tristezza, abulia, introversione, poca gioia di vivere. Infine due battute di un litigio tra donne: “Tu si ’a l’utima de tuttu u monnu!”. “Non tiè da parlà… arfabèta!”
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
 
4.3 I giochi
Maria Pia Santangeli, che dedica un interessante capitolo del suo Rocca di Papa... ai lavori e giochi dei bambini, annota:
Bambini e ragazzi naturalmente giocavano; e per la strada perché le case erano piccole e le cucine, dai grandi camini, ingombre di utensili domestici e di sacchi di provviste, legumi, patate, farina di granturco… Ma nell’infanzia cominciavano anche a lavorare per guadagnarsi in parte il pane che mangiavano. Iniziavano a lavorare nei campi, raccogliendo i sarmenti e “mettevano a dimora” i fagioli, spesso con un po’ di cenere, o altre sementi in buchette preventivamente aperte dai genitori; zappettavano, strappavano
erbacce; ascoltavano e imparavano norme generali e accorgimenti…
Tra i giochi Barba Girolamo era una variante dell’acchiapparèlla. Un ragazzo, saltellando su un piede doveva avvertire che iniziava la caccia: “Esce Barba Girolamo!” – cercava di afferrare i compagni che invece correvano e camminavano normalmente e spesso schernivano: ’U zuóppu ’ncora no’ mmè / èssolu, èssolu che mo vè.
Nel gioco moréssi, moréssi, il conduttore teneva in mano un fazzoletto e faceva l’atto di picchiare i compagni che scappavano gridando: moréssi, moréssi, p’a via te sfrocessi (che tu muoia e cada rovinosamente).
Tra i girotondi citiamo: Casca ’n melu fràcicu, / casca ’n groppa ’e l’asinu; / l’asinu strilléa: / Ahio, ahio ’a groppa
méa!
Fa’ a pàppari, un esercizio di abilità, consisteva nel far saltare sulle dita 3 o 5 pietruzze rotonde, era tipico delle bimbe che sui gradini di casa lo eseguivano accompagnandolo con queste filastrocche: Leru, leru, / ’u carciofulu à messu lu pelu / e l’à messu de vantaggiu: / fore aprile e drento maggiu. Oppure: Zécca, zécca, se vuó zeccà / ché marìtimu no’ mmi sta, / ce cocemo ’na pila ’e facioli / e ce jamo a colecà.
Il luogo prediletto di lancio degli aquiloni(’e commedie) era ai Campi d’Annibale nelle ventose giornate di primavera. I bambini li costruivano con pezzetti di canna e carta velina di vari colori, mentre le sorelle aiutavano, preparando colla con acqua e farina. E rubavano il filo di rocchetto o la matassa di cotone alle madri.
Quelle stesse bimbe con le madri andavano spesso a raccogliere erbe selvatiche:
il ‘primo fiore’ (una pianta primaverile che invece viene colta senza fiori) ’a pisciacàna (tarassaco), i mazzocchi, ’e ramoracce (ravanello selvatico), i raponzoli (campanula), i cappucci, ’e punte ’e vitabbiu (clamatis vitalba), i lópoli, ’a crespigna (grespino)
e ’a porcacchia (portulaca), che servivano generalmente per insalate e per frittate.
Alle bambine piacevano molto i primi teneri fiori dell’olmo: ’e madonnelle, amavano succhiare i sugamèle (succhiamele) e ’e zàzzule (piante raccolte nei prati, con foglioline tenere e saporite che lasciavano bocca e lingua verdi).
Il gioco d’u caciu: si svolgeva ai Campi d’Annibale, a Valle Pantano, ma anche ai Pratoni del Vivaro. I caciatóri si mettevano d’accordo con i rispettivi partaróli (sostenitori) che contribuivano ad acquistare una bella forma di pecorino e fissavano la data dell’incontro. I caciatóri erano armati di una robusta cordicella, ’a stroppa, munita di una specie di fermo, un bastoncino lungo sette centimetri chiamato mazzàngulu. Al via – il punto di partenza veniva detto pallu – il primo caciatóre avvolgeva la forma di cacio co’ ’a stroppa e dopo essersi assicurato ’u mazzàngulu al polso, la lanciava il più lontano possibile, dicendo, se ne aveva voglia: Gente de ’stu monnu e gente de chill’aru, / venéte a vedé ’ndo ’riva ’sta form’ ’e caciu. Poi lanciava l’altro caciatóre e così via fino al traguardo, posto a circa mille metri. Al vincitore spettava la forma di pecorino, che divideva equamente con i suoi sostenitori.
 
In Vetusta tellus Alberto Tenerelli rievoca i giochi di un tempo e descrive la Corsa de ’u giudiu: “…scherzo che i roccheggiani facevano agli ingenui, dando loro a intendere che bisogna inseguire un ladro e facendoli correre appresso a un tipo svelto che si dava il cambio con altri non appena si sentiva stanco”.
 
4.4 La gastronomia
“Freddo e fame” – è il titolo della poesia di Gianfranco Botti – sono stati a lungo uniti per rendere drammatica la sopravvivenza dei nostri genitori e nonni, soprattutto quando a questi si aggiungeva la neve che impediva il lavoro:
Fiocca – refiocca / è na sera brutta assai / io co fratimi sto a casa / co mamma e co papà / a cenà s’è messu poco / ngni stea tantu da scialà / più fume che callu / u fuocu facea / come Dio la mannea / fore fiocchea / papà aa finestra ccostalu / u vetru spanna / u vetru se reppanna / opre – de neve ne stea na canna / regghiusu – se gira ngrumatu / remane mpalatu / se ratta u costatu / e fa – vardenno noa riazzi – / “se seguita sosì / ci magnemo cazzi”.
Compagna assidua della fame atavica è stata “’A Castagna” della quale tesse l’elogio in Rocca di Papa nostra Alberto Tenerelli: Rèsce fore ’a castagna / che u porillu / po’ se magna / cotta a u fuòcu / scrocchiariéllu. / Callarosta / o callalléssu, / edè po’sempre l’istessu / pe’ remmèddiu / de ’a micragna, / ’a castagna.
La ricotta era l’unico cibo dei pecorai. A sentirsela riproporre in un ristorante (Rita Gatta “‘A ricotta”, in Vrìnguli vrànguli): ’n pecoraro d’a Rocca / fece po’ la occa storta… – Co’tutta chella / che m’ajo magnatu / tutti li giorni / da che so’ natu / caru compa’ / dào che domanne! / Senza menu… tenaràjo / e budella tutte bianche!
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
La “Strana Compagnia” opera dal 1993 ed è composta di soli uomini. Ha iniziato con la parodia in dialetto di alcune fiabe: “La vera storia di Cappuccetto Rosso, “Pinocchio”, “Guasi Cenerentola”, “Biancaneve e i sette racchi”, per poi passare a testi sempre più impegnativi: “Trentum”, “Chi è tè l’utimu”, “I Promessi guasi sposi”, “’A crascia e ’a carestia”, “’Gni scuci ’na lira mancu s’ù mmazzi”, “Com’etera… è tè”, “Chi è tè l’utimu”. Molti di questi lavori hanno riscosso notevole successo di pubblico rocchegiano e sono stati rappresentati anche a Nemi alla “Rassegna di teatro dialettale”, spettacoli in vernacolo per mantenere vive le antiche tradizioni di Nemi e dei Castelli Romani.
L’autore/regista Mario Giovanetti si avvale della collaborazione dei fratelli Salvatore e Giancarlo. L’ultima commedia
di Mario Giovanetti “Marescià… quando ci vò… ci vò” è stata messa in scena con successo a marzo 2010. Due atti, in cui lo stesso Giovanetti veste i panni del maresciallo dei Carabinieri. Un maresciallo galante, che dispensa complimenti nei confronti di Nannina, moglie di Remo il macellaio, e della figlia Menicuccia, ma si dimentica sempre di pagare il conto. Tuttavia la sua costosa presenza in macelleria è una fortuna per Remo e famiglia. Infatti è il maresciallo a smascherare un ben più esoso raggiro ai loro danni, da parte del sedicente Marchese Adalberto e della Marchesa sua madre. Alla fine però, gli affari sono affari. La carne, il maresciallo, la deve pagare! Quandu ci vò, ci vò.
Ecco una scena del primo atto:
Peppe: Pecchè? ’npotario stà io a rescote?
Pasquina: Che te pare! E quando llignarianu i sordi loco trento a llu cassettu! Che ci voria a fa tuttu der Santo.
Peppe: Ma che stì a dice linguacciuta. Io n’haio mai robbatu ’nsordu!
Pasquina: Oggi! ’ncora ’nte freghi gnente.
Nannina: Pasquì! Vedi che tè raggiò stu riazzu. Mica è itu mai a robbà è!
Remo: Gni tocchete u coccu siu è! Sete ’na coppia e ’nparu. Ma dimme po’ Nannì, ma tu ho sapei de fietu?
Nannina: Pecchè, ch’è successu? C’ha fattu fiemu?
Remo: Che tè da ine a fa u provinu au grande fratellu?
Nannina: Oh! M’ha fattu pià ’ncorpu. Ho sapeo sì. Hiaio dettu io de ine.
Remo: Tune?! Ma che te si reincoionita?
Nannina: Vedi che fietu… tè ’nsaccu de talentu. Po’ sfonnà. Po’ rivà n’ardu che te credi?
Pasquina: Tocca vedè quante so e scale pe’ rivà n’ardu! Più so arde e più farà u buottu ruossu quando casca.
Nannina: Ma pecchè chilli c’hau sfonnatu che teu più de fiemu?
Menicuccia: Hiaio dettu pure io mà… gni da retta Pè! Sfonna tuttu.
Remo: Detei ’na mazzetta. Ma te rienni contu de chello che stete a dice?
Nannina: Pecchè che stongo a dice?
Remo: Ma ha vistu bè fietu?
Peppe: Pecchè, che tengo che non và?
Nannina: Che tè che non va fiemu?
Menicuccia: Che tè che non va fratimu?
Remo: Allora, secondu oa… tu saristi ’ngradu de ì loco ’ntelevisiò a ssà trasmissiò e fa i sordi?
Peppe: ’Nbeh? Pecchè?
Remo: Quandu te vedenu tutte lle ragazze cominciano a lluccà, ih… ih… ih… e se strappanu i capelli pe tì? E chilli so ardi tutti do metri, tutti palestrati. Ma te si vistu mai au specchiu?
Nannina: E i spiecchi n’i tenemo più trento a stà casa. Ha rotti tutti tu pè specchiatte ’ssa sorte bellezza. E curi. Sbrigate ni! Gni dà retta a paritu. Parla solu pè ’nvidia.
Peppe: Oh mà, ma però loco tengo da parlà ciovile, mica pozzo parlà rocchiscianu è?
Menicuccia: E che ci vò? Che ’nzà parlà italianu?
Pasquina: Sieo! Ha parlatu a nepote de Dante Lighieri.
Nannina: Chi è tè mò chissu? U giudice de Forumme? Gni da retta ni. Tiè da parlà rocchiscianu che così remani più simpaticu. Ha vistu loco chi parla toscanu, chi parla sicilianu e tu parli rocchiscianu. Sbrigate. Và! E reporta ’nsaccu de sordi.
 
6. I testi di poesia
Diversi sono stati e sono i cultori della poesia. Di Rita Gatta abbiamo potuto leggere testi apparsi su “Controluce” e altri nella raccolta Svrìnguli Svrànguli, poesie in rocchegiano e in romanesco, pubblicata a giugno 2010. Il titolo prende nome da piccoli “cappelletti” rosa rigonfi e penduli: scuotendoli su un ramo assomigliano a tanti campanellini e questa immagine è stata associata “ai versi scritti nel vernacolo a volte un po’ aspro, ma sempre musicale e coinvolgente”. Le poesie dal tono bonario e ironico traggono spunto da aneddoti raccontati dal padre, dai nonni, da parenti e amici o frutto di esperienze personali. Il libro è corredato da un piccolo glossario. Segnaliamo la simpatica “U gallettu ’ffezzionatu”:
’N Rocchicianu d’ari tempi / ’ffezzionatu etera ’ssai / a ’n gallettu e stea ’ttenti / a ’n lasciallu solu mmai. / S’o portea pur’au liettu / come ’n fiu s’u ’mbbraccea / po’ j dea qua bacettu / e co’ issu se ’ddormea. / ’Na matina, pe’ j a Roma / trent’u tranve s’u ’nguatteste / e sott’a cinta d’i cazo’ / lestu lestu, s’u ’nfileste. (…)
In “Sorici ’ndiggesti” c’è una gatta sciancata, inabile, schizzinosa, insofferente:
’Na pore jatta sderenata / che de fame se scelea / sottu ’na pergulata / do’ sorici ’ncontrea… // Do’ zoccule refatte / che ’n sapeanu parla’ / né stasse zitte // reesceanu a tene’ / co’ e recchie ritte / damante pipinara / ’e soricicchie. // Diceste ’a jatta / a senti’ tante frescacce: / – Puru si morta scelata / ’n me magnanario ’ste bestiacce / c’u stommacu miu delicatu / ’n potaria digerisce ’n pelu / mancu co’ ’na cofana / de bicarbonatu!
Di Marco Rapo è la sarcastica Tiburzio (in “Controluce”, giugno 2009): I capelli luonghi / Je cappanu l’uocchi / Edè ciucu, ciucu co do cianghette e i pedalini bassati / N’dovina chi edè? / Tiburzio! Che quando cure pare n’lampu / Che quando te passa denanzi / l’uocchi te sceli pè quantu edè ciucu.
Mario Giovanetti, commediografo, è autore anche di interessanti poesie in dialetto che hanno come tema soprattutto le bellezze e le tradizioni di Rocca di Papa (“A’ Rocca”, “La sagra” e “’A Pretissiò”).
Di Salvatore Giovanetti riportiamo nella sezione dedicata ai toponimi (capitolo III) una poesia dedicata all’esaltazione di Rocca di Papa e delle sue contrade.
Gianfranco Botti è profondo conoscitore di storia e storie locali, in passato anche impegnato nella vita politica di Rocca di Papa, non ha pubblicato finora raccolte di poesie, anche se scrive da lunghissimi anni testi poetici e dimostra buone qualità e talento. Oltre ai testi apparsi su “Controluce” abbiamo esaminato altre sue composizioni inedite. Ecco alcune sue poesie degne di nota, percorse da una vena ironicamente bonaria, in cui la malinconia che le pervade non si trasforma mai in disperata tristezza. Come ad esempio in “Chi etè su viecchiu” (“Controluce”, dicembre 2000):
Chi etè su viecchiu / che ranca a zeccà corsu / nnazzica a scegnelu / straccu ruzzunitu llogratu? / So io? / che cazzu dici / ma io ieri, proprio ieri / curreo zompeo giocheo / ngima a l’arbori me rampicheo / decco e dello schizzeo. (…) Come passa u tiempu / come te scuia, come te prellessa. (…) quandu si giovine / e a cresta è ngrillata / nte pò capacità / che a viecchiaia è ngomingiata.
In “Tempacciu” (“Controluce”, dicembre 2001) ecco l’irruzione della guerra in una parte del mondo nella vita quotidiana, in casa mentre fuori piove, e subito il ricordo vivido di un’altra guerra, indimenticata:
A televisiò dice / che a n puostu che non saccio scrive / stau a bombardà / e fa vedè unu muortu mpelatu / da sotto au spallatu spalatu / come u beatu Paulo tuttu sbiancatu, / poveracciu. / E a mi me revè mmocca o cacinacciu, / chello der 44.
Di ispirazione leopardiana il bel dialogo con la luna di “A mi nomme ’ncanti” (“Controluce”, aprile 2003):
A luna, / starà chi te fa suoni e canti / ma a mi nomme ’ncanti / a mi nomme freghi: / tu pe noa ’nte sprechi / a ti de a gente / ’nte frega gnente, / l’umanu carosiellu / ’nte scuce ’nguarniellu / pe tribulaziò e patimentu / ’ntiè niciun sentimentu / niciuna consideraziò / mancu ’n’moziò, / ’nso cosa tei, so cazzi nostri, / chello che ci succede ’nte revarda / tu sti fore, sti arda. (…) Tu ’npo mette proprio gnente / ’npo fa gnente / ’npo iutà a gente, / no pecché si stracca o vijacca / ma pecché ’ntié umore / si de biacca / ’mpastorata ’mpalta ’llestrata / come ’nbrenciu, comme na rama stoccata / … come noa.
In “Sera spolica” (Controluce” febbraio 2004) la serata spoglia, povera (spolica), stanca, sfiorita (scapucciata) in cui una casalinga fa il bilancio di una giornata fallimentare e mezzo addormentata (ccampicata), in preda alle sue frustrazioni, vorrebbe non rassegnarsi…:
Sera spolica stracca scapucciata / ndo na femmina de casa / se smove nciavattata / quandu a giornata / pure stavota mmerdosa / è passata. / Femmina che non scopa non balla / non va npalestra / ar più va aa finestra, / che pure voria volà / voria esse / ma ngn’a fa, n’o sa fa / ngni reesce, / cresce annoia / e de scappà pe cambià / te vé a voia, / ccènni a televisiò / te rescuopri ccampicata… / ntié de ì a specchiatte / pe sapette ressegnata.
Infine, la bella stagione splende in “Esso primavera” (“Controluce”, aprile 2004) che abbiamo inserito nella nostra sezione antologica.
Molti versi e racconti di Alberto Tenerelli sono raccolti in Rocca di Papa nostra e in Vetusta tellus. Il capitolo del primo libro dedicato alle poesie è intitolato “Versetti rocchegiani”, con la precisazione che “non sono versi satanici e nemmeno divini ma soltanto casarecci per non dimenticare la vita rustica”. Ed è proprio la civiltà contadina che affiora un po’ ovunque nelle sue composizioni a partire da “’A Ballata dell’Ortaciàru” che descrive la dura fatica del contadino del rione Ortacìa nella vigna insieme con l’inseparabile compagno l’asino dall’alba al tramonto, quando “tutti ddoa co’ l’ossa po’ rotte” uno, l’uomo, russa e sogna di essere un pascià, mentre drent’ a’a stalla u somaru dorméa / e a somara se stéa ’nzogna’. Seguono fotogrammi di vita di paese: con “’A partita” (U tiempu cure lestu. / Ieri riazzu ciucu / e maddomà già viécchiu. / Me metto pò da parte / chètu giochènno / coll’amici a carte, / e attuórno attuórno scèrno / ’a neve dell’immèrno / calàne sopre a ’a vita); “’A panzanella”, “O vino rocchiciano”, i luoghi dell’amato paese “’U Binzu” (una contrada) e “A Loggetta” che “odora di basilico e di rose”, il “Natale di un tempo”:
Vinnòtte è vegija / dapuó vè Natale / ’na musica doce / sonéa l’otricale / co’ a viécchia zampogna, / e zoffiénnu rejea / a ’llu tiémpu londanu…).
“A pulenta de tata”: Te recuórdi quannu tata / ce cocéa ’a pulenta? / Da u callaru caléa lenta / ci faciéa refiatà. // E fuméa a spianatora, / tra lo fume se ’nguattéa / ogni muccu che vardéa / jottonitu pe’ magnà. // Era bellu ’llu momentu / e Gesù se rengraziéa, / ’a pulenta se gnottéa / se tiréa sosì a campà.
Ma Tenerelli sa essere avvincente e coinvolgente in poesie come in “A Vesta” (“Controlouce” nel 2008, decennale della sua morte) sui preparativi di uno sposalizio di una “viecchiariélla”: Se remmuta ’a viecchiariélla / e rennaccia ’vestarella, / che denanzi a l’arciprete / maddomà sposa ’a nepote, / E starau bbone ciammélle / balli, soni e tammurelle, / e fenitu u sposalizziu / revarà lèsta a l’ospizziu e in quella, delicata e naïve, dedicata alla “Primavera”: tuttu ’ddora, / canta u vallu / de bbonóra. / Èssu! u sole / rèsce fora, / e a natura / se colora / co ’na vèsta / da sartora. / ’Ntorno u l’ape / ggià lavora, / a riàzza / se ’nnamora / e u riàzzu / ce se ccòra. / Puru u viècchiu / piènza ’ngòra / che quà mora / ’u puòzza occhià.
Delizioso e garbato è il “Lamento per una zitella”:
Pe’ ’lla pore fija méa / che se chiama Dorotea / stracciu d’uomminu ’gni stane / che se pozza maritane. // Tenarà si qua’ difettu / cianghe storte e pocu piéttu, / ma pe’casa edé ’ssai brava, / cuce, coce, spiccia e lava. // E ’u corèdu po’ che tè / faria ’mmidia puru a u re! / Zécca quantu tè de dota? // Centu scudi de ’na vòta, / quattru vigne, l’orticiellu, / uva, ranu e pizzutiellu! // Ma ’gni sta gnente da fane / e zitella restarane…
 
Antologia
GIANFRANCO BOTTI
 
Esso primavera
Esso u tiempu
che a ginestra scagliosa
rischiara u sfonnu
deu monnu tonnu,
a ssu chiarore
l’erba tenerella
se bbovera come a na fontanella,
fote e mpettine pe e prata
spontanu e margherite,
dau gelu liberata
a merla rifiata,
u giornu se llonga
u celu se schiarisce
l’aria se ddorcisce
o vestì se alleggerisce
a pelliccia be be se repone
npo d’allegrezza ncomincia a repià e persone,
pe chello che s’è vistu finu a mo
è facile che sarà llisiò.
Sotto all’uocchi d’ogni regazza
fiorisce na speranza
come nbocciolu de rose,
e a ssa scaietta morosa
nsole ncora fiacchettu
i mette npo de roscettu.
(aprile 2004)
 
ALBERTO TENERELLI
 
Rocca di Papa
Come pucìni sotto a la jòcca
stàu i rocchiciani sotto a la Rocca,
derèto a la schìna pòrtanu ’a rónca,
sopre a ’a coròja pòrtanu ’a cónca.
 
Rocca de Papa, bellu paése
tuttu salite, tuttu discese;
da lòco ’n gima a d’èllo a balle
so’ scale, tetti, béttule e stalle.
 
Ràja ’u somaru magnènno ’a ramiccia,
’na viécchia sgnùmmara e ’n’àra spiccia,
chi còje ’e fìgore, chi còje ’e prunga,
chàcchiara ’ssài chi tè a léngua lònga.
 
Rèsce ’a callina da ’a buciaròla
e vàu, ’llucchènno, i riàzzi a la scola:
chi sciùla pe’ u gnàffu e se panógne
e chi se ratta ’n capu co’ l’ógne.
 
Chi va pe’ fógni, chi va pe’ léna
vita ’e paése, vita serena,
chi mógne a vacca, chi mógne a cràpa,
vita’e paése, vita da papa.
(1987)
pucini: pulcini; jòcca: chioccia; stàu: stanno; coròja: cèrcine; da lòco ’n gima: da lassù; d’èllo a balle: laggiù a valle; ramiccia: gramigna; sgnùmmara: sgomitola; spiccia: sfaccenda; prunga: susine; buciaròla: pertugio; ’llucchènno: gridando; vàu: vanno; sciùla: scìvola; gnàffu: fango; se panógne: si sporca.
 
Cenni biobibliografici
Botti Gianfranco, poeta di Rocca di Papa, è profondo conoscitore di storia e storie locali; non ha pubblicato raccolte di poesie, anche se scrive da anni apprezzabili testi poetici su riviste locali.
Gatta Marcello, (1920-2009) ha pubblicato nel 1997 Parlemo… tra noa. Vocabolario italiano-roccheggiano roccheggiano-italiano.
Gatta Rita, nata a Rocca di Papa (Rm), insegna nella scuola primaria da trent’anni. Laureata in Sociologia, lavora volentieri con i bambini e con loro nel 2004 ha pubblicato Avventure nel Castello dello spazio. Ha pubblicato poesie in vernacolo e brevi articoli di attualità e cronaca su giornali locali e nel giugno del 2010 la silloge in dialetto rocchegiano e romanesco Svrìnguli Svrànguli.
Giovanetti Mario è autore delle opere teatrali: “La vera storia di Cappuccetto rosso”, “Guasi Cenerentola”, “Pinocchio”, “I Promessi quasi sposi”, “Biancaneve e i sette racchi”, “Trentun”, “A crascia e a carestia”, “Gni scuci ’na lira mancu s’ù mazzi”, “Com’etera… è tè”, “Chi è te u l’utimu?”, che hanno riscosso notevole successo e sono state rappresentate anche alla rassegna di Nemi.
Giovanetti Salvatore, poeta di Rocca di Papa.
Rapo Marco, di Rocca di Papa, ha pubblicato sue prose e poesie sulla rivista “Controluce”.
Santangeli Maria Pia, toscana di nascita, vive dal 1973 a Rocca di Papa. Ha pubblicato Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle. Usanze, lavori, racconti del focolare, canti, proverbi, medicamenti popolari degli anni ’20 (Lerel, 1994; II edizione Edilazio, 2003) Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani, (Edilazio, 2005), le storie-fiabe Il principe degli specchi (Sovera, 2000), e Arbin bambinoalbero, Fiaba ecologica avventurosa (Ragazzi Editors, Rocca di Papa, 2008).
Tenerelli Alberto (Roma 1927-1998). Cultore delle tradizioni romane, ha collaborato a: “Castelli Romani”, Lazio ieri e oggi”, Strenna ciociara”, Lunario Romano”, all’Apollo Buogustaio e a Paese mio di Mario dell’Arco. Autore di: La domenica di un uomo qualunque, Vetusta Tellus e Il Prossimo mio, è stato poeta in rocchegiano e valente pittore.
 
Bibliografia
Basili, Tito,“Appunti sul dialetto di Rocca di Papa” in Castelli Romani: vicende, uomini, folklore, a. 1968. Vol. 13, fasc. n.7, pp. 67
Basili, Tito, Dal Santuario di Giove Laziale alla Madonna del Tufo, Rocca di Papa, Edizioni Castelli Romani, 1972
Basili, Tito, Rocca di Papa. Albalonga, Edizioni Castelli Romani, 1976
Basili, Tito, Rocca di Papa. Passeggiate sui Colli d’Alba, s.e., 1962
Gatta, Marcello, Parlemo… tra noa. Vocabolario italiano-roccheggiano roccheggiano-italiano, Ed. La Spiga, 1997, Rocca di Papa, 1997.
Luciani, Vincenzo e Faiella, Riccardo, Castelli Romani e Litorale sud. Dialetto e poesia nella provincia di Roma, Roma, Ed. Cofine, 2010
Peppoloni Anna, Le mie poesie, Rocca di Papa, Tipografia Rocca di Papa
Santangeli, Maria Pia, Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamele: usanze, lavori …, Roma, LEREL, 2003
Santangeli, Maria Pia, Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani, Roma, 2005
Tenerelli, Alberto, Rocca di Papa nostra, Rocca di Papa, Editrice La Spiga, 1996
 
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