88 – RIGNANO FLAMINIO

RIGNANO FLAMINIO (250 m slm – 6857 ab., detti rignanesi) è a 39 km da Roma, alle falde del Monte Soratte, sulla via Flaminia, nella regione collinare tra i rilievi vulcanici cimini e sabatini da una parte e il Tevere dall’altra.
 
IL DIALETTO DI RIGNANO FLAMINIO:
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
Dal vocabolario nel volume Rignano Flaminio, Percorso fotografico tra storia e arte dal quale estraiamo i seguenti termini :
aritrattasse (tirarsi indietro), ausulare (ascoltare, spiare), bolladrone (dispregiativo: buon ladrone), callaffreddato (colpito da bronchite), capistero (arnese di legno che serviva per scegliere i legumi), carte ’rrotolate (rotolo di soldi), cascante (arnese grande circolare con tre piedi di legno ed una corda in mezzo ed un gancio al centro che serviva per conciare fagioli, fave, ceci), cavallatico (parte del grano – la quarta, la quinta, ecc. – spettante al Comune per il godimento che questo dava del terreno per la semina del grano), ciamorro (raffreddore), ciorcinata (povera disgraziata), (’e) ciuvere (gli occhiali), conciarello (arnese piccolo circolare con fondo di rete che serviva a conciare, cioè pulire legumi), cuicchia (posto dove vengono lasciate le uova fatte), cuje (uova marce, cattive), dannarola (persona che combina guai), dicamella (tegame), focatico (tassa comunale sui beni posseduti), furà (passare, nun se fura: non si passa, per troppa gente), giallonaccia (pallidona), incetronito (intronato, mezzo rotto), lavatora (arnese di legno dove si metteva ad asciugare la conserva), luffo (anca), mecolicchie (lenticchie), (a) muta (cambio di persone durante la trebbiatura con orario 4-8, 8-12, 12-16, 16-20. L’ultimo turno delle ore 20 dormiva all’ara, perché doveva riprendere il lavoro alle 4 del mattino. Il personale: uno alla meta di grano, due gregnaroli, uno all’imboccatura, con roncetta per tagliare la gregna, uno camone fino, uno camone più grosso, uno ai sacchi, quando usciva il grano dalla bocchetta), marraccia (arnese di ferro, quasi a mezzaluna, per tagliare legna od altro), ’ncecali’ (avere meno luce),’nchiccherasse (agghindarsi, farsi bello), paijarozza (cumulo di fieno o paglia; oppure piatto troppo pieno), pastocchia (favola), piana’ (salire), pianeta (destino), provenna (qualcosa da mangiare), puccio (persona poco seria o affidabile; bambolotto), quane (di qua), quinta zecca (cinquina secca), rada (fatta da due pezzi di legna, legati l’una all’altra dove si mettevano ad asciugare i carozzi, cioè i fichi secchi), rinciappulo (rammendo o cucitura di stoffa, arrotolando il tessuto se più lungo), ranco (crampo), ricorgo (operazione agricola in cui si prende un tralcio lungo di una vite, lasciato di proposito e lo si mette a terra e ricopre. Quando ha germogliato, viene tagliato dalla vite madre e va avanti da sé, avendo fatto le radici), roncio (arnese di ferro a mezzaluna, che da una parte fa da marraccia e sopra ha due ferri per tagliare), ruciole (bollicine che si formano in bocca), sarrecchio (attrezzo da campagna, formato da una lama e manico di legno che serve per tagliare il grano), sartapicchio (cavalletta), scarrarola (cancelletto), sciamerga (donna poco affidabile), scinicato (sgranato; la scinicatura consisteva nello sfregare a mano due pannocchie di granturco l’una con l’altra oppure facendo scorrere lungo una pannocchia un grosso chiodo che scalzava i grani; l’operazione si faceva per strada, nelle piazzette, nei vicoli), scorzo (recipiente in cui si preparava il pastone dei maiali; si metteva in testa ed era fatto di legno con due manici. Veniva utilizzato anche come strumento di misura equivalente a 15 kg), sdemugno (sciogliere), sgargamella (schiaffo), sgubbia (attrezzo agricolo per togliere il seccume dalle olive), sivala (recipiente di coccio dove si lavano i piatti), strappino (uomo senza un mestiere, poveraccio), stronchioni (malattia che prende ai piedi, principalmente ai maiali e alle galline), tresemarino (rosmarino), trillica’ (fare il solletico), verte (bisacce), visavì (armadio), zeppolo (pezzo di legno con punta affilata che si usava in campagna come forchetta), zezzitore (sedile).
 
2. I proverbi e i modi di dire
Modi di dire e proverbi di RIGNANO FLAMINIO:
si ’n sinsilo (persona di animo cattivo; i sinsili: pezzetti di vetri), a zuga’ (quando si rivoltano i panni), a scoppa’ (quando si sbattono i panni nel fare il bucato), sì na munnolona (sei disordinata, malvestita), te ne vane in ciampanelle (quando qualcuno prende le cose alla leggera o si perde in chiacchiere e non lavora), filo mulino (via vai, avanti e indietro per fare qualcosa), mozzicare a senna de ’a madre (essere perseguitato dalla sfortuna fin dalla nascita), feste aricordatore (che si ricordano, ad es.: Santi Vincenzo e Anastasio, patroni di Rignano, Natale, Pentecoste, Pasqua, ecc.), un vino ch’è ’n peccato aripisciallo (così buono che è un peccato ripisciarlo), cerca’ u latte de ’a formica (una cosa rarissima), ’n te ne cèchi (non ti togli la vista, per la vergogna), mammita de latte (balia), fa’ ’u sordino (sottile fischio di ammirazione rivolto alle ragazze), butta’ a bava come un guerro (sbavare come un maiale), fa’ ’na cotta de pane (fare un cattivo affare), mettese all’imbraga (non fare niente, oziare), fa’ ’a bocca a riso (sorridere), n’ è bono né fritto né allesso (non vale niente), fasse porta’ a scola (farsi prendere in giro), da’ de piccio (dar fastidio) occhi infucinati (iniettati di sangue), manna’ fora strascinato (andare a lavorare nei campi fino all’esaurimento delle forze). E ancora: Nun tu lu do, manco si te fai nero come u porchetto che cià Sant’Antonio e do’ nun te ’rrivi t’hai da mozzica’; Mu lu diceva sempre nonna Tota / fja mia, vale più omo che podere, / e, fja, vale più femmena che dota. / E ’u proverbio, Giuvà, è ’n gran consijere. (“’A moje” di O. Genovesi). Proprio così i proverbi offrivano un orientamento solido per la vita dei nostri avi, perché “’U proverbio nu’ sbaja”, Lella mia: / “Ogni vòrta che vié, ’a stella cumèta / o a guerra, o ’u taramoto o ’a carestia / se porta appresso; è come ’na pianeta!” (O. Genovesi “’A cumèta”).
 
3. I toponimi e i soprannomi
Molto ricca di toponimi del territorio di RIGNANO FLAMINIO è l’opera poetica di Orlando Genovesi: ’a ripa e ’a cascata de Cognonte (dirupo abbastanza profondo nei pressi di Rignano e cascatella nei pressi della chiesa di Sant’Abbondio), Monte Francese, Monte Canepina, Vignaccia, Materno, Molaccia, ’e catacombe de Santa Chiodora (Santa Teodora), Casino, Campo de a Fiera, Montepozzo, Valerano.
Orlando Genovesi, detto Paladino, era temuto per l’abilità di esprimere sartre (satire), giudizi ironici e scherzosi, di affibbiare nomignoli. Lo si arguisce dal suo autoritratto in “’U sciapo de Rignano” (Sciapo sta per sciocco, stupido e così lo etichettavano le risentite ragazze di Rignano):
È arivienuto ’u sciapo de Rignano / che ce fa ’e satre a tutte, brutte e belle (…) Co’ quellu lì, nun c’è gnente da fa’ / benché batti a la larga. Rosa mia, / tu lu fa l’aritratto là per là, / che je scoppiassi un ramo de pazzia! // Io, che so’ bella ma un po’ piccoletta / e camminanno sgrullo ’n po’ ’u sedere, / mò me chiamino tutti “’a paperetta”, / tutto pe’ grazia de ’stu sentenziere. / Pe’ tutte taja, squadra co’ l’ accetta, / ’ndo tocca tegne peggio d’ un carbone / ’sta lengua puzzolente e maledetta, / gni pijasse ’n gorpaccio a comunione! …
Alcuni soprannomi “antichi” di Rignano: Peppaccione de Germonna, Giggetto Bruciaferro, Gnegna fritta, Tota de Pistola, Tajolino, Pepello, Pippetto Boccanera, Marietta ’Mbriachella, Marcuccio ’e Rapagnetta, Ceralacca.
Dai paesi vicini i rignanesi sono detti Stradaroli giacché il paese è attraversato dalla via Flaminia, e Bammocciari perché dall’antico torso di Giano Bifronte.
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Feste e sagre. Festa di S. Antonio Abate (domenica dopo il 17 gennaio). Festa dei Santi patroni Vincenzo e Anastasio (22-23 gennaio). Festa di Pasquetta: a Vallelunga giornata all’aria aperta con giochi e degustazioni. Sagra della Porchetta (prima domenica di giugno).
 
4.1 Canti
In Rignano Flaminio, Percorso fotografico tra storia e arte c’è il testo della popolare canzone “La Velocissima” che si cantava sin dal 1920; gli autori sono Noè Fontana (ciabattino) e Isaia Moriconi (contadino, clarinettista e capobanda).
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
Qualche imprecazione di RIGNANO FLAMINIO:
Gni pjàssi ’na quaresima de gorpi;
che potessi morì morto bruciato;
gni pijasse ’n gorpaccio ’mmezzo ar core.
 
4.3 I giochi
Da Orlando Genovesi uno squarcio di lite in un gioco a sassetto nella poesia “Fra munelli”:
“… Io so’primo e tu l’urtimo, là, ’mucchia …” / “No, no, porcoddinzaccia, ce misuro! …” / “Te misuro ’u sassetto là n’ ’a scucchia! …” / “… Io c’ un cazzotto ’n bocca ta l’ atturo!” // “Se ’n te ne vai c’ un carcio là i c… ordoni / ti li fo’ come du’ balle de lana…” / “E che te credi, da ’cchiappà i minchioni, / fijaccio d’ una celebre ruffiana?!…” // “’A ciambracca de mammita! … te pja…” / “…te pja ’n gorpo là ’a croce dell’occhi. / Si è che da litiga’ ciai fantasia, / là, fatte sotto, abbasta che me tocchi!” // “Ma piantala, facciaccia d’ una spia… / ciài ragione che stai qui ’o vicinato, / che si stevi li ’ccosto casa mia / a quest’ ora già t’evo scinicato!”
(ciambracca: volg. Per indicare organo sessuale femminile
 
4.4 La gastronomia
Tra le numerose specialità della cucina rignanese: le pizzancotte (o crespelle salate ripiene di pecorino), i ciciaroli, panpolenta, le pizze fritte (dolci o salate), le ciammellette a corre, le frappe, i lumini (dolce antico per la ricorrenza dei morti, a base di mandorle, nocciole, acqua mielata).
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
Inaugurato nel 1997, nel 1998 il teatro comunale di Rignano è stato intitolato al poeta dialettale Orlando Genovesi detto Paladino (“per aver tramandato in versi la cultura, i costumi e le tradizioni popolari del paese”, si legge nella motivazione). La locale Compagnia dialettale “La Velocissima” vi ha rappresentato diverse opere tra le quali una imperniata sulle migliori poesie di O. Genovesi e “O medico’mbrojone”.
Nel teatro si sono esibite importanti compagnie e si sono sviluppate scuole teatrali per adulti, giovani e bambini quale, ad esempio, quella diretta dalla giovanissima Cinzia Conti, autrice, tra l’altro, di una piccola opera teatrale “Fantasia di
Rignano”. Gli attori protagonisti sono alunni della locale scuola elementare ed il lavoro è in programma per maggio 2009. Abbiamo, grazie all’autrice, potuto assistere ad una delle prove ed ottenere un copione dell’opera, in cui figurano anche testi del poeta rignanese Luigi Capotondi. I
n essa si racconta di una bimba, Simona, che viene ad abitare a Rignano Flaminio con la sua famiglia e cerca di inserirsi e familiarizzare con i nuovi compagni di scuola rignanesi, piuttosto dispettosi, in particolare lo scorbutico Matteo. In un’altra scena entrano i bambini vestiti da monumenti di Rignano. Sfilano così davanti alla piccola Simona, sempre più sorpresa e sconcertata, i suoi beffardi compagni di scuola travestiti da monumenti della storia locale: dapprima i Santi protettori Vincenzo ed Anastasio, la Pietra del Diavolo, lo Zoccolo (cioè le tre impronte, una a Rignano, una a Prima Porta ed una a Roma, dell’asino di Frate Silvestro che guarì l’imperatore. E infatti il sonetto recita:
a la mula je presero le creste / e co gnente de più che de tre passi / lassanno le pedate su tre sassi / se ne venne sin qui da Sant’Oreste”.
Irrompe in scena la Rocca dei Savelli col suo orologio e la Bombarda dell’epoca della strage dei Lanzichenecchi.
Ed infine due anziani rignanesi che parlano delle loro fatiche e del più e del meno.
Riportiamo qui di seguito il finale dell’opera:
Orologio – Tic tac io segno il tempo… tic tac… le ore che passano.
Simona – Scusami, non mi ero accorta di te.
Orologio – Tranquilla, non tutti mi notano, ma io sono un pezzo molto importante della storia di Rignano! Ho meno anni della Torre ma, pensa che posso essere la nonna di tutte le nonne… Io segno con il rintocco le ore, e sono testimone di tutte le storie. Quanti ragazzi dietro di me appartati, si sono baciati. Quante feste ho visto in silenzio mentre festeggiavano su un trapezio. Non sanno i giovani che veglio su di loro con grandi occhioni (…)
Simona – Quante cose… quanta storia!!!
(Esce la Rocca)
Commare 1 – E non è finita!!!
Commare 2 – (Legge poesia di Luigi Capotondi)
Simona – E voi… chi siete?
Commare 3 – Noi semo le commari de Rignano!
Simona – Cosa siete voi?
Commare 1 – Voi sape’ che succede in paese? Domanna pure, noi te sapemo risponne!
Commare 2 – Noi te sapemo di’: chi nasce e chi more.
Commare 3 – Te sapemo fa’ tutto l’arbero ginialoggico de tizio e de caio!
Commare 2 – E se voi sape’ tutti li ggiri strani…
Commare 1 – (Fa il gesto delle corna)
Commare 3 – (Fa il gesto dei soldi)
Commare 2 – Noi te lo sapemo di’!
Simona – Che significa?
Commare 1 – Che nulla ce scappa!
Commare 2 – Nun ce segreto che tenga!
Commare 3 – E nulla ce tenemo pe noi! Semo come il Gazzettino!
Simona – Allora è bene stare alla larga da voi!
Commare 2 – Rignano non è solo storia e pettegolezzi, c’è molto de più! Ce so’ i giardini per i bambini, te poi fa un giro in bicicletta o passa’ sotto il tunnel del Castello, anna’ sull’altalena o scivola’ dalla Torre… Poi annà a pesca’ al laghetto di Vallelunga, fa’ una passeggiata per il verde che circonna il paese, poi vede’ le stella dall’acquedotto su a Monte Norio…
Commare 1 – ACarnevale tra pizzancotte, ceciaroli, frappe e pure vino bono, poi sfila’ in allegria.
Commare 3 – Ogni giorno è festa grande, l’estate è tutto un canticchia’ e la gente, sì è vero, è chiacchierona, ma è pure tanto bona!
Commare 2 – E allora dicce: è vero che non voi vive’ a Rignano?
Simona – Un po’ l’idea l’ho cambiata, e sì, ancora so’ forestiera, ma damme un anno e te divento na commare vera!!!
Commare 2 – E allora musica maestro!|
(Viene tolto un telo e dietro al telo un ragazzo con il pianoforte suona lo stornello della Velocissima. Cala il sipario).
 
6. I testi di poesia
Orlando Genovesi, detto Paladino. Scriveva negli anni ’60 il prof. Giuseppe Orlandi, in un articolo intitolato: “Rignano di cinquant’anni fa rivive nella poesia del Genovesi”, apparso su “Il Tempo” di Roma, e riportato in Poesie in dialetto rignanese, raccolte ed annotate da Luciano Grasselli:
“Dai compaesani viene chiamato Orlando Paladino (si chiama Orlando Genovesi), come per un richiamo all’Orlando, eroe di quella poesia cavalleresca che nelle campagne è tutt’ora assai popolare. Non vorremmo tuttavia che si pensasse al solito poetuccio di provincia, buzzurro e commovente imitatore del Tasso e dell’Ariosto. Si tratta di un contadino che in forma dialettale crea un quadro vivissimo di un piccolo popolo. Rignano di cinquant’anni fa rivive nella sua poesia con verità stupefacente. Leggendolo non sappiamo quale tenerezza ci prende per questi cittadini non privi invero di una certa fierezza intrepida di fronte alla fatica, al dolore e alla morte. L’enorme ingiustizia di una vita perennemente grigia, di una fatica senza scampo, viene accettata come un elemento della natura. E solo provoca qualche lamento che non è rivolta ma solo sfogo di animi che nella sofferenza guardano a un po’ di riposo con umile desiderio. Il piccolo mondo di Paladino è gremito di suggestioni comiche o pietose o cariche di silenziosa disperazione; e di figure dal profilo nitidissimo, evocate con una facilità che rivela la partecipazione umana del poeta contadino, che ritrae il mondo della sua giovinezza senza permettersi una espressione retorica o una riflessione personale, con quel rispetto della verità che è rispetto per una umanità alla quale appartiene. La “Ruffiana” di una incomparabile verità; i furbissimi monelli che giocano a sassetto; il signorotto che sotto il tono burbero cela una certa pietà; le madri, ora ardite, ora dolenti; il vecchietto che si dispera per il raccolto rovinato dalle intemperie; tutta una umanità dai limitati orizzonti, dalle rustiche movenze e dalle ardite virtù contadine, si muove in questa originalissima poesia dialettale, e ci parla con un timbro che ha conservato tutte le sfumature della vita. Si direbbe che il poeta, con curiosità, ora divertita, ora grave, ha osservato la gentarella che lo circondava, cogliendola nei momenti più rivelatori, fissandone
gli atteggiamenti in questa poesia di un autentico verismo. Il suo modo di introdurre i personaggi è di una spontaneità piacevolissima”.
Un’altra testimonianza sul valore del Paladino si ricava da un periodico, citato sempre dal curatore L. Grasselli che lo attribuisce verosimilmente al “Radiocorriere”. Si tratta di un resoconto dedicato alla prova radiofonica cui il poeta partecipò con successo nel 1939 nella popolare trasmissione “Seconda ora del dilettante” indetta dall’Eiar10. In essa Genovesi recitò la poesia “’A madre de Donato”:
So’ mammita, so’ vecchia e ciò esperienza, / e te parlo perché te vojo bene, / e pe’ ’n ave’ un rimorso de cuscenza, / p’u sangue che te scurre drento ’e vene! // Dunque, fallo pe’ quelle cinque piaghe, / Donà, lasciala pèrde ’lla ndrondrona, / più ’a matina che ’a sera so’ ’mbriaghe / de quella razza, apposta gni va bona! // Me sa che t’hanno mezzo infinocchiato, / però fai ancora a tempo a libberatte, / si no sarissi un pòro disgraziato, / si adè ch’ ariuscissino a ’ngaggiatte!… // Quella adè tutta boria e tutta cacca, / la vedi sempre in chicchere e piattini, / mo’co’un guarnello, mo’c’una pulacca, / e mo’ c’ un par de stuvaletti fini! // Ma i buffi, puh!, ce n’ hanno che ’n se sa! / Poretto, ’u padre! Troppo se smucina, / ma cià ’ste du’ posteme e ’n pò ’rriva’, / gni vortino ’u granaro co’ ’a cantina! // ’Na vòrta quelli stevino benone, / ma, fijo, ’u gargallozzo è tanto stretto / e pure liscia liscia ce va jone / ’a casa assiemi a tutto quanto ’u tetto! // Pe tine ce vorrebbe ’na donnetta / de casa, che fa tutto e che sta accorta, / ’ngni fa gnente si adè più poveretta, / ma si’ sicuro quanno hai chiuso ’a porta! // Chi fa bon letto ce se corga, fijo, / e chi è che te fa ride, te vò male, / e piagne chi vò datte un bon consijo, / ma er core d’ una madre è sempre uguale! // So’ mammita, so’ vecchia e ciò esperienza, / e te parlo perché te vojo bene / e pe ’n ave’ un rimorso de cuscenza, / pe’ ’u sangue che te scurre drento ’e vene!
(ndrondrona: donna girandolona, fannullona, scansafatiche; gni va bona: a loro va bene; a ’ngaggiatte: a farti sposare la ragazza; guarnello: gonna; pulacca: sopravveste di panno ricamato, corsetto; se smucina: si dà da fare; posteme: bubboni, in senso figurato: disgrazie; tine: per te; corga:
corica)
Aparti invertite, queste le “dritte” di una madre alla figlia in “I consiji de ’a madre”:
Co ’sti lumi de luna, fija cara, / nun se po’ guarda’ più tanto ’a bellezza, / mo’ ’a vita è diventata così cara / e tristo chi se trova in ristrettezza! // Giggetto n’ adè brutto, ma ’a ricchezza / l’ha fatta curre tutta lì ’a pianara / e, si gna cià rimasti ’che sciocchezza, / lì pure ciài da fa’ tanto de tara! // Tu pijte Pasquale; ’n sarrà bello, / ma cià ’a casa, cià ’a vigna, ’e vacche e i bovi, / e nun gioca, nun fuma e cià u cervello! // Doppo, ’chiduno bello, uh si’ fregata, / si nun lo vòi trovane nun lu trovi, / sai da quanti sarrissi litigata!
(sarrissi litigata: saresti ricercata da uomini che, per ottenere i tuoi favori, litigheranno tra loro).
 
Sempre in tema di matrimonio, la ruffiana (“’A ruffiana”) vende la sua merce:
Per mi, fregala, sa!, ma quella line / cià ’e mano d’oro, vale quanto pesa! / È ’a femmina che fa propio pe’ tine / e t’anaccorgerai quanno l’hai presa… // Oh, lì se tratta che tutt ’e matine / se rizza presto e lu fa ’u beverone / pe’ ’u porco e lu fa ’u ’mbratto pe’ ’e galline, / poi lava i piatti e scopa, e ’llu casone / te mette a posto poi c’un batter d’occhio, (…) E poi t’è bona pe’ casa e pe’ fora, / te scacchia, munna, t’aricama e cuce, / e poi adè ’na moretta che ’nnamora, / c’è ’a carne sopra l’ osso che ariluce! // E nun ciàvuto mai un dolor de testa / ’n s’è purgata mai e nun s’arimmuta / ’gni sempre come l’antre quanno è festa, / se tié tutto de conto perch’è ’stuta! // E n’è da di’ ch’adè ’na chiacchierona / e manco come tante ’na ciuvetta, / e nemmeno è de razza ’mbriacona / ché gni basta tre giorni ’na fujetta! // Quanno fa ’a stesa, adè ’na macchinetta, / e fa certe stellette e tajolini / che te parino fatti c’a stampetta. Non resta quindi che presentarsi a chiederla in sposa: così, si se commina, a primavera, / la faremo ’na bella sconfettata! (sconfettata: lancio di confetti, quindi matrimonio).
 
Genovesi sa cogliere al volo i disperati “I sospiri de ’a sposetta”:
Commatti co’ ’e galline e co’ ’u porchetto, / fà da magna’, fa’ ’u pane, fa’a bugata, / e ave’ a le coste un fijo piccoletto… / Quant’era mejo si nun ero nata! (…) Si adè che arivenissi giuvinotta / mo’ che conoscio com’è fatto ’u monno, / prima da fa’ de pane ’n’ antra cotta / me varrebbe a butta’ jò a Sant’Abbonno!
Si scaglia contro l’inflessibile usuraio che riduce in miseria con le sue pretese i poveri contadini debitori:
Che nun pozza ave’ più ’n’ora de bene! / Cià mannato pe’ l’ aria cento scudi! // Come a ’na serpa ’ciaccàgni ’a capoccia / bisogneria a ’stu ladro, che la tiene / ’mmano ’a corona e ’u diavolo ’n saccoccia!!!
Basta una forte grandinata per vanificare la fatica di un anno e precipitare nella miseria più nera i contadini. A questo tema dedica due coinvolgenti poesie. Nella prima “’A grandinata” tragedia e sarcasmo si fondono:
Ce facevo l’amore, ce facevo, / Giuvanni mio co’ quella vignarella (…) Quest’anno l’uva ce steva a bracciate, / si tu vedevi adèra ’na bellezza / tramezzo a tutte quelle cordonate, / e te pòi figurà che contentezza! // Dicevo sempre: “Aringraziemo Dio / che ce manna ’sta bella providenza”, / e invece co’ un momento, Gigi mio, / cià ’nginocchiato pe’fà penitenza! Segue una descrizione efficacissima della grandinata: Cominciorno a casca’ certi goccioni / grossi come ’na chirica de prete, / e appresso, poi, daje che so’ mattoni!… / e a riccontallo, fijo, nun ce se crede! // Tunche, tanche, spezzava, sfettucciava, / e a riparlanne me ce trema ’a voce. / Co’ un batter d’occhi tutto massacrava / ’a grandinaccia grossa come noce! // E doppo, a rimira’ tanto sfraggello, / me se messe qua ’n petto ’na pizzetta, / ’ntese ’na mancazione de cervello / e ’e cianche me facevino trinchetta! (…) Amarissima la conclusione: Se lavora pe’ l’anima der diavolo! / doppo che uno se ’mazza tutto l’anno / poi quann’è ar dunque, n’ariccoje un cavolo. (…).
 
Nella seconda “I lamenti de ’u villano” (è nella nostra Antologia) l’interlocutore della lamentazione è direttamente il Padreterno che viene duramente rampognato dal disperato contadino:
Come vòi che uno crede ar Padreterno?! / Co’ ’ste belle staggioni che ce manna… / Credessi d’i jò ’u sprofonno dell’inferno, / che tanto, vè, manco si me se scanna, // io mo’ ce credo piùne! E fresca, Cristo, / così se tratta un pòro disgraziato? / S’ha da trattane peggio d’uno tristo / doppo che tutto l’anno ha faticato?
Non mancano tuttavia episodi che suscitano il sorriso (i nuovi amori dei vedovi; i giochi dei monelli, l’autobiografica “’U sciapo de Rignano” (è nel capitolo dedicato ai Soprannomi), il dialogo “Tra ’na rignanese e ’na faleriana”, l’omaggio a “’E regazze de Rignano”:
So’ ’nteressate e so’ lavoratore, / e fòra ’n fanno come ’e falerian / che pe’ paura da cambia’ colore / se ’ccappino su peggio de ’e Befane.
Nell’Antologia riportiamo “Ciavattino e ’u porchetto”, singolare, dolcissima invocazione di un ciabattino al suo adorato maialino, perché non lo deluda. Sulla sua crescita ha riposto tutte le speranze per proseguire la sua attività e sostentare la famiglia.
“Paladino” sa essere pure autoironico, come nella poesia in cui sorpreso da un inciampo (in rignanese si dice “cipolla”) che l’ha fatto traballare, riflette:
’Sta cipolla che ha preso Paladino / vo’di’ che a la partenza sta vecino;/ a la partenza, che nun ha ritorno, / do’ nun se ’ncontra più notte né giorno, / ma ’a scurinea dell’immensità / dove ognuno de noi sprofonnerà. // E Paladino co’ rassegnazione / aspetta l’ora de la concrusione; / però, benché fra mezzo a un mar de guai / vorria che ’st’ora nun venisse mai!
“Per il mio trapasso – è stata la sua volontà, pienamente rispettata – non voglio fiori, né Messa cantata, ma bassa, e che sopra la mia tomba siano scritti i seguenti versi”:
– Tutto sopra ’sta terra è passiggero / e niente hai fatto quanno hai fatto tanto, / perché ognuno de noi diventa zero / qui, ner silenzio eterno, ar camposanto. – Genovesi Orlando, poeta dialettale.
Poveta contadino, / condannato a mori’ povero e stracco, come si autodefinisce in un sonetto dedicato ad una certa Nerina Ponti, Genovesi oltre alla sua forza ed ispirazione poetica, manifesta nelle sue poesie grande abilità compositiva ed una profonda conoscenza della lingua locale che sa rendere nell’intera gamma delle espressioni, nei proverbi e modi di dire, nella appropriata scelta dei termini che descrivono le attività lavorative, gli usi e le consuetudini di una Rignano, molto lontana da quella odierna. Egli è un archivio memoriale al quale chiunque è desideroso di riscoprire le radici può con affidabilità fare ricorso.
Segnaliamo Luigi Capotondi, vigile urbano, popolare come “poeta di Rignano” che da episodi della vita locale quotidiana o da riflessioni trae spunti che trasforma in poesie estemporanee in italiano e in dialetto.
 
Antologia
 
 

ORLANDO GENOVESI

I lamenti de ’u villano
Come vòi che uno crede ar Padreterno?!
Co’ ’ste belle staggioni che ce manna…
Credessi d’ i’ jò ’u sprofonno dell’inferno,
che tanto, vè, manco si me se scanna,
            io mo’ ce credo piùne! E fresca, Cristo,
            così se tratta un pòro disgraziato?
            S’ha da trattane peggio d’uno tristo
            doppo che tutto l’anno ha faticato?
Evo fatto tre rubbia de siminta
e ’n c’era un parmo che ’n era stabbiato!
E co’ quelli munelli e co’ Giacinta
a lagrime de sangue émo sudato!
            Si tu vedevi, s’era fatto un grano,
            compare mio, ch’adera ’na bellezza,
            nun ce l’eva gniciuno qui a Rignano
            e te pòi figurà che contentezza!
Speravo da levamme i buffarelli
che ho fatto lì da Peppe Formiconi
pe’ pote’ tira’ ’nnanzi ’sti munelli…
lèvite, ’nvece, ’n paro de minchioni!…
            Ché manco co’ mezz’ora ’u Padreterno
            ma l’ha mannata jò ’na sgrandinata,
            che, fijo, si tu vedevi era ’n inferno
            sopra ’a siminta mia e ma l’ha spianata!
E de su a l’ara c’u sacco pe’ collo
so’ vienuto quest’anno! ’Na mazzata
accussì forte su a l’osso d’u collo,
no, nun ma la sarrio proprio ’spettata!
            Armeno, poi, me l’éssi fatta sarva
            ’a vignarella… Pure lì ha sbattuto…
            ce purgheremo co’ l’acqua de marva…
            ché nun s’è velignato e ’n s’è metuto!
Si, dineguardi, ’u prete Luiggione
me dice “Nun te vienghi a confessa’”,
gni li ’ntosto a manpiana u’ sganassone
che fin che campa s’ha da ricorda’.
 
(ce purgheremo…: ironico, la malva sostituirà le bevute di vino; gni li’ntosto…u’ sganassone: gli mollo a mano aperta uno schiaffone).
 
Ciavattino e ’u porchetto
Io e Lollo d’Ascanio, ieri sera,
stessimo corghi su drento ’u Casino,
propio lì accosto a ’u Campo de a Fiera,
quanno ’rrivò c’u scòrso Ciavattino
            ch’era vienuto a guverna’ ’u porchetto
            propio lì sotto a noi; scatenacciò,
            poi disse: “Ciucarello… cià, ciuchetto,
            su, scappa fòra, vie’ a magna’ ’u bobbò…”
Poi, quanno ’u porco s’era ’ssatollato,
lu cominciò a gratta’; de lì a un momento
quanno, da porco, gni s’era sdrajato,
fece con esso ’stu ragionamento:
            “Ciacce, tu m’hai da fa’ bona figura,
            pe’ i’ bene ’gna che ’u grasso a ti te cola,
            sinnò, ciò ’n po’ de buci, e chi li ’ttura?
            E poi vorrio compracce ’n po’ de sòla. (…)
Co’ fratitu che c’éo l’anno passato,
Ciacce ciarimediai ’u bene da Dio:
quarantotto dicine m’ ha pesato!
Tu n’ hai da fa’ cinquanta, Ciaccio mio!…
            Però, nun seguita’ a famme ’u puzzone
            da i’ sempre a danno là da mastro Gianni,
            perché quello cià un còre da Nerone
            e t’arindoppia cento vòrte i danni!
Quinici lire già me s’è fregato,
e l’ha levate propio su a l’ artare!
L’occhi, pe’ piagne, me ce so’ lograto,
ma potevo sciuttallo pure ’u mare
            ché nun c’ era pietà p’u peccatore…
            gni pozzino da’ quinici chiodate
            a sangue callo là a’ parte d’u core!…
            perché ’n se fanno certe birbonate!…
Basta, Ciaccè, bisogna che vo via…
la’ su, arientra… si tardo ’n pochetto
stasera arifò a bòtte co’ Maria
e me tocca a buttalla da ’u parchetto!”
 
(scòrso: secchio di legno usato sia per contenere liquidi, granaglie, frutta, sia per preparare pastoni o brodaglie per animali domestici; scatenacciò: aprì il catenaccio della grotticella; ciuchetto: piccolino; bobbò: brodaglia; buci… ’ttura: ho un po’ di debiti e chi li paga?; lograto: logorato, consumato; parchetto: ballatoio, pianerottolo, anche balconcino)
 
Cenni biobibliografici
Conti Cinzia (Rignano 1985) è autrice e regista teatrale, ha scritto e rappresentato l’opera in due atti “Messaggio”
Genovesi Orlando (Rignano Flaminio 1885-1969), più conosciuto come Paladino, ha studiato dapprima a Velletri, poi a Sant’Oreste con il vecchio parroco come precettore. Da giovane visita Parigi, serve la patria nella prima guerra mondiale per tornare, a pace conclusa, al suo lavoro di agricoltore che ha amato tanto quanto la poesia. Negli anni Venti ha collaborato con il settimanale umoristico “L’amico Cerasa” e nel 1939 ha partecipato alla “Seconda ora del dilettante”. Dopo una lunga vita dedicata alla poesia è morto ad ottantaquattro anni.
 
Bibliografia
Capotondi, Luigi, “Poesie inedite di Rignano Flaminio”, (manoscritto su fogli), 2009.
Luciani, Vincenzo e Faiella, Riccardo, Le parole salvate: Dialetto e poesia nella provincia di Roma; Litorale Nord, Tuscia romana, Valle del Tevere, Roma, Ed. Cofine, 2009
 
Webgrafia