74 – NAZZANO

 

NAZZANO (202 m slm – 1251 ab., detti nazzanesi). A 47 km da Roma, Nazzano è situata nel territorio delimitato dal Tevere ad est e dai Monti Cimini e Volsini ad ovest.
 
IL DIALETTO DI NAZZANO:
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
Dal volume di Di Giacinto Marina,Per una ricerca sulla cultura materiale a Nazzano (1998) preleviamo i termini dialettali di oggetti in uso nelle lavorazioni agricole, molte delle quali non più in uso.
Calzo (bietta: legni di forma trapezoidale incavati; usati per rincalzare la botte posta in orizzontale), fonnavinacce (ammostatoio: bastone con estremità provvista di quattro brevi diramazioni; usato per spingere le vinacce, che emergono in superficie durante la fermentazione, all’interno della botte), giucu (giogo del tipo doppio a garrese con cinghia e anello centrali, due asticelle forate laterali, due cinghie laterali; usato per l’attacco al traino degli animali; non più in uso), graticciu (separatore: grata di tondini metallici con bordo, sorretta da sei zampe degradanti, sul fondo della quale è una lamiera piegata ad arco; usato per mondare le olive da rami e foglie), perticara (aratro: attrezzo con stegola a doppia impugnatura, timone provvisto di anelli, bure, coltro, vomere con versoio; non più in uso), pirolu (attrezzo a forma di elle con estremità appuntita; usato per praticare i buchi in cui collocare le piantine), ristelletto (rastrello: attrezzo con estremità a sezione quadrata provvista di nove rebbi ricurvi; usato nella raccolta delle olive), ronciu, rongiu (pennato: attrezzo provvisto di lama doppia: concava da una parte, piana dall’altra, con impugnatura; usato per la potatura), sgubbia (malimpeggio: attrezzo provvisto di taglio ricurvo con occhiello per il manico; usato per dissotterrare le radici ed estirpare le parti malate delle piante), spezzatora (canestro: recipiente di forma ovale provvisto di un manico ad arco; usato per la vendemmia, la raccolta delle olive, ecc.).
 
In Verso un Ecomuseo, Nazzano-Casale Bussolini, a cura di Franca Fedeli Bernardini, sono, tra l’altro, indicate alcune parti di un aratro (a fianco del nome italiano sono indicati i termini in dialetto nazzanese): la bure/stanga; il vomere/cumera o comera; l’orecchio/recchia o ala; le stegole/manichi. Viene descritta il procedimento della mietitura tradizionale: avanti a tutti il legatore incaricato di preparare il barzu (poche piante di grano tagliate vicino alla radice e riunite assieme dalla parte delle spighe) che era poggiato a terra ed era utilizzato dal mietitore per riporvi le spighe che mano a mano falciava; raggiunta la quantità che era possibile contenere nel barzu, il legatore lo chiudeva a formare una gregna (covone). Le gregne, in gruppo di tre, erano poste in piedi con le spighe rivolte verso l’alto e su di esse erano poggiate altre due in posizione orizzontale. In tal modo si procedeva alla realizzazione delle casole disposte lungo una linea della misura del campo mietuto. Le casole erano poi smontate alla fine della mietitura ed in preparazione della trebbiatura e ciascuna gregna era portata sull’aia dove erano ordinate in barconi. Questi erano formati da varie gregne coricate sul suolo con le spighe rivolte all’interno e sormontate da altre gregne poste a formare uno spiovente con le parti fruttifere verso l’esterno. Nella parte del libro dedicata alla mostra sono indicati alcuni attrezzi esposti nella mostra tra i quali: la zappa/zappone, il rastrello/ristello, la pigiatrice/macchinetta, l’imbuto da vino/mbottatore, la falce/sarrecchia, la falce fienaia/farcia, il correggiato/ghiavellino. Dal glossario preleviamo: alaggio (rimorchio da terra per imbarcazioni lungo fiumi o canali per mezzo di uomini o animali), burchio di fascinacce (barcone per il trasporto di fascine di legna minuta da ardere), calamata (travaso di merci da una barca grande a una piccola per ovviare alla scarsa portata d’acqua del fiume), capopresa (trascinatore di cataste di fascine lungo il fiume, controcorrente, coordinatore del tiro), chiovello o chiovolo (chiodo o cavicchio assicurato al giogo in cui si adatta la testa del timone del carro o dell’aratro; chiodo per allungare la bure dell’aratro, in presenza di aratri a stanga corta), funicchio (fune tesa da un capo all’altro del fiume a cui è ancorata la barca-traghetto, per persone e merci), mandrella , passonata (palizzata di passoni, cioè costruzione di pali di legno impiegati soprattutto nelle opere di costipamento dei terreni di fondazione o di bonifica), pilorciatore (colui che conduce il traino delle barche), refezioncelle (refezione, consumazione, consumazione di un pasto per lo più sobrio e modesto per rimettersi in forze e per estensione cibo rituale dei confratelli durante le processioni), trita (trita mento dei foraggi per ridurli in minutissime particelle; battitura di cereali per cavarne il seme).
 
Da Anfibi e rettili della Riserva Natura Tevere-Farfa, Riserva naturale regionale Nazzano Tevere-Farfa di Massimo Capula e Romano Paggetti: ciota (tartaruga), carbonara (lucertola muraiola), ciucertola (lucertola campestre), tarantola (geco comune, anche salamandra), cecilia, (orbettino), luscengola (fienarola), frustone (biacco), pasturavacche (cervone), rospara (natrice dal collare, anche biscia o serpe d’acqua), vipera acquaiola (natrice tassellata, anche biscia o serpe d’acqua), aspisurdo (vipera).
 
2. I proverbi e i modi di dire
 
3. I toponimi e i soprannomi
Un’esaustiva trattazione sui toponimi nazzanesi è in Nazzano e il suo territorio, un libro a cura della Regione Lazio, edito nel 2002 daRubbettino Editore che vi dedica un intero capitolo (pp. 27-33).
I Toponimi sono suddivisi tra: quelli indicanti alture (Monte Macino, Piccolo, Oliveto, Ripone), depressioni (Bucone, Gorla), spianate (Campo Farina, Longo, del Pero, del Pozzo), peculiarità geomorfologiche (Ripa Bianca); quelli relativi a caratteristiche idrogeologiche: fossi (Fosso dell’Inferno, dei Tre Monti, Pileggi), pozzi, sorgenti, fontanili (Piscarello, Quarto Fontanile); quelli vegetazionali o fitonimi (I Boschetti, Lecceto, Monte Oliveto); quelli indicanti resti archeologici, insediamenti umani e situazioni storiche del territorio (Casaletto, Casella, Fosso di Prato Casella, Fosso dei Quattro Confini, Palombara); quelli prediali (Fosso di Marisano, Fosso di Prosciano, Marcogliano, Nazzano, Pracagnano, Monte Carafa); gli agionimi o ieronimi (Monte S. Pietro, S. Antimo, S. Francesco.
Infine sono riportati i toponimi rilevati dal Brogliardo del Catasto Gregoriano sia nell’abitato, 20 (Arco del Forno, Avanti la Chiesa, Avanti al Forno, Borgo, Le Campe, ossia il Fosso, Capo Croce, Castello, La Fontana Pubblica, Fonte Lavatore, Fosso, Monte, ossia Porta Santa Maria, Monticello, Piazza, Piazza del Fosso, Piazza dei Pozzi, Porta, Ripa, Sant’Antimo, Sotto le Mura; sia fuori dell’abitato, 61 in totale.
 

4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro

Feste e sagre. Festa Patronale di Sant’Antimo (10-12 maggio): la statua che raffigura il Santo viene portata in processione nella Chiesa a lui dedicata, fuori dall’abitato, mentre nel paese addobbato a festa hanno luogo vari eventi sacri e profani. Il giorno seguente, la statua è riportata in paese dove percorre tutte le stradine perché venga benedetto il territorio
 
Il Testamento di Carnevale ovvero la confessione pubblica dei peccati a Nazzano
Nel volume Nazzano e il suo territorio, Luciano Blasco riporta gli esiti di una rilevazione da lui effettuata nel 1987 insieme alla ricercatrice Susi Osti, in attuazione del Piano di Censimento, varato dal Centro Regionale per i Beni culturali ed ambientali dell’assessorato alla Cultura della Regione Lazio.
I momenti salienti, a partire dalla festa di Sant’Antonio Abate 18 gennaio fino ai primi giorni di marzo, sono stati: 1) i veglioni danzanti, ogni settimana, con la presenza di mascheramenti individuali ed il consumo alimentare di dolci specifici; 2) la mascherata dei bambini, presso le scuole e quindi nel teatro comunale, un tempo, il granaio della comunità; 3) i giochi popolari; 4) il funerale del Carnevale, la lettura pubblica del testamento e la cremazione del fantoccio; 5) la legatura dei ‘festaroli’ e la pentolaccia.
“Il testamento di Carnevale – secondo Blasco – con la sua lettura è il momento culminante della festa. La composizione e la lettura del testamento sono stati ripristinati a Nazzano nei primi anni settanta. Secondo L. Blasco la struttura del testamento fu ripresa da un vecchio canovaccio romano.
Si tratta della lettura di versetti in rima resa pubblicamente in una delle piazze del paese da un uomo denominato ‘il notaio’ e vagamente abbigliato con abiti accademici, assistito da un finto ecclesiastico.
Il testamento descrive le vicissitudini quotidiane degli abitanti rese con toni sferzanti o più pacatamente ironici e riguarda la vita familiare, amorosa, economica, relazionale politica tra i vari membri della comunità. Il pubblico partecipa accompagnando la lettura con fragorose risate, applausi, urla, segni di scontento, vibrate proteste.
La redazione del documento contempla una procedura piuttosto complessa e simbolicamente rilevante. L’estensore del testamento deve rimanere anonimo, ma in effetti è noto a tutti, in un certo senso si può affermare che ne è noto il nome, ma nessuno può pronunciarlo perché l’unico vero estensore è ‘Carnevale’.
Chiunque può consegnare all’estensore materiale del documento uno scritto con la semplice annotazione di un fatto accaduto o di una situazione verificatasi e l’autore anonimo lo elaborerà rendendolo parte del testamento. In questo modo l’intera collettività è autrice di ciò che sarà poi letto ed ogni ‘suggeritore’ può essere a sua volta vittima. (…) Il testamento si configura quale vera e propria confessione pubblica dei ‘peccati’ della collettività. Un atto evidentemente di controllo generalizzato sull’operato dei singoli cittadini ed anche dei pubblici amministratori, ma anche un momento liberatorio in cui gli elementi negativi del vivere sociale, magari a lungo oggetto di comunicazione ‘segreta’ attraverso il pettegolezzo, la calunnia, la derisione, nel divenire pubblici non costituiscono più una minaccia per la collettività. L’elemento, quindi, dell’espulsione del male, caratteristico dei rituali carnevaleschi, è parte fondante di questo rito che, nell’anno della rilevazione, si concluse con la cremazione del Carnevale morto: ultimo, conclusivo atto liberatorio e salvifico al tempo stesso, che ci riconnette ai tanti carnevali italiani descritti nella letteratura etnografica.”
 
4.1 Canti
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
In La memoria del parco. Una ricerca nella riserva naturale regionale Nazzano, Tevere – Farfa e nei suoi comuni: Montopoli di Sabina, Nazzano e Torrita Tiberina di SergioPelliccioni, Rachela Evangelista ex pastora e contadina residente a Nazzano ecco come risponde all’intervistatore che gli chiede di spiegare come essa toglie l’occhiaccio (malocchio):
Rachele – … Allora mo’ sfascio l’occhiaccio a te! Scrivi:
Due occhi ti ha occhiato / in nome di Dio e di Maria / l’occhio cattivo se ne vada via!
No la fattura, no, tutto questo no, tutto quell’altro, non c’è niente, tutti questi che spendono per mettergli il ferro… un sacco di soldi, questa non è niente, questa è una fregatura, date retta a me. Invece a questa dovete stare attenti, se si va male, qualche cosa, anzi mi fa piacere che da dove stai hai conosciuto per venire a me, io non devo pigliare un filo di erba se no mi va tutto in malora a me. Questo è, quante ragazze vengono da me senza che nessuno gli dice niente, io faccio e dico e magari un vedovo… quella trova marito
D. – E funziona
Rachele – Arcifunziona! (…)
D. – Ma dimmi un po’ tu mi hai detto: … Due occhi ti ha occhiato…
Rachele – Lo devi dire per dodici volte la notte di Natale quando nasce il Bambino Gesù, ecco.
 
4.3 I giochi
4.4 La gastronomia
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
In Per una ricerca sulla cultura materiale a Nazzano, Marina Di Giacinto riporta un’intervista a Pasquale Paggetti, nato a Nazzano il 24 dicembre 1909, in cui egli racconta le lavorazioni in uso.
“Nella piana di Meana avevamo il diritto di semina. Chi aveva voglia di lavorare poteva metterci quello che voleva: grano, granturco, fagioli, la vigna. Anche di olivo ce n’era, per farci l’olio per casa. I terreni qui sono sempre stati scomodi, soldi ce n’erano pochi e molti lavori allora non si facevano, come dare l’acqua ramata ai piantoni (olivi). La potatura si faceva con la sega, ma non come adesso…
Prima dunque si potava l’olivo, in aprile; poi nel mese di agosto si levavano i sugoni (rami non fruttiferi). Poi si raccoglieva: le donne e i ragazzini per terra, gli uomini sulla scala che battevano con la canna. I balloni non li spandeva nessuno.
Prima di battere si raccoglieva bene per terra, almeno quattro o cinque volte si ripassava e così si finiva sempre dopo Natale. Usavano dei canestri fatti di canna o di vimini e ne dovevi raccogliere cinque canestri per fare un bigoncio di olive al giorno, e se ci riuscivi, se non c’era tanta erba, avevi fatto la giornata.
Allora si prendevano tre lire, tre lire e mezza al giorno e pure chi aveva l’olivo nella ‘cesa’, spesso andava pure a giornata da altri.
C’erano almeno quattro mole (frantoi) a Nazzano: erano quelle coi cavalli, che quando avevano fatto una stagione non le riconoscevi più, povere bestie. Giravano una macina di pietra che stava sopra una base di pietra e con l’acciarina, una palettina d’acciaio fatta apposta, si spingevano le olive dentro. La pasta poi si metteva con le mani sui friscoli, che erano fatti di corda, e poi nelle presse, che venivano strette da quattro o cinque cristiani, a braccia. Poi si prendeva l’olio dal pozzetto, lo tiravi su con un mastello di legno e lo mettevi a posare, ci buttavi l’acqua calda, si mischiava e lo lasciavi così per due o tre ore.
Per metterlo nel recipiente si usava la cucchiara, leggera leggera per non tirar su anche l’acqua. Per una molata di tre bigonci, ogni bigoncio faceva dieci, dodici litri, la mola si prendeva un boccale d’olio, due litri.
Dopo la raccolta, prima della molitura, le olive a volte si passavano a mano, la sera, per pulire un po’ dalle foglie; qualcuno le teneva a maturare sui graticci. Un po’ di olivo si faceva secco, al camino, per mangiarlo così.
(…)
Si seminava a lancio, a mano, poi passavi lo zappone e poi riseminavi. A gennaio si faceva la terra nera, con i rastrelli o con le mani per pulire le vecce (erbacce), poi ad aprile si toglieva di nuovo l’erba, ma con le mani, perché il grano era già piantina. A giugno si mieteva e allora vedevi se avevi mondato bene.
Si mettevano i cannelli nelle dita, almeno tre, ma anche due, e poi con la falcetta… Facevamo le casole (mucchi di covoni), quattro o cinque sul terreno e poi lo portavamo su per la trebbia.
Chi stava in pianura lo trasportava con la traia, tirata dalle vacche; noi con i somari, sulla ciuera*, e i viaggi si facevano sempre di notte, col fresco. Si arrivava all’aia, che si faceva in un punto che raccoglieva diversi posti: una per le piane e una per i monti. Lì si faceva il barcone (mucchio di covoni) e si aspettava il turno per trebbiare: poteva essere l’indomani o dopo due giorni.
Io mi ricordo la trebbia a fuoco, col fuochista sempre lì intorno, ma prima si trebbiava coi cavalli: mettevano il grano sull’aia, i covoni in piedi e belli asciutti e poi i cavalli cominciavano a girare sopra, prima a largo, poi sempre più stretto e lo tritavano tutto. Poi doveva venire il vento per pulirlo: prima una bella scopata, poi una rastrellata per tirare fuori la paglia più grossa e poi si alzava in aria con la forcina a tre corna, di legno. Ma se non veniva l’aria, passava lì dei giorni.
Poi la donna lo ripassava coi corbelletti (setacci). La mola** stava giù, al Farfa e si doveva sempre pulire la forma intorno, ché si riempiva quando il Tevere cresceva. Ci venivano a macinare da Ponzano, Civitella e da tutta la Sabina. Il mulino lo prendevano in affitto dall’ente ed era sempre un tribolare, perché se eri passato col Tevere basso e poi cresceva, non potevi tornare”.
 
* Un telaio di assi di legno, fissato al basto, sostiene un telo entro cui vengono posti i covoni di grano (gregne), con le spighe a testa in giù.
**Il mulino, prima di proprietà del Monastero di San Paolo, poi passato all’Università agraria, era posto alla confluenza del Tevere con il Farfa. Oggi è completamente sommerso, in seguito alla costruzione della diga e all’allagamento di parte dei terreni costieri.
 
6. I testi di poesia
Abbiamo preso in esame i testi del Testamento di Carnevale 1997, messici a disposizione dalla locale biblioteca, ed eccone degli stralci.
Nell’introduzione il notaio premette che: nun è che è molto facile / pijà de petto ’a gente / speciarmente si nell’anno / nun succede proprio njente. / Qui gira e te rigira / è sempre ’o stesso andazzo / si nun me date spunto / io nun ve lascio un cazzo… Poi prende a criticare la mala gestione delle case popolari e gli sprechi nelle manutenzioni: N’hanno aggiustate tre / le vedi linde e belle / mentre quelle rimaste / se regginu a stampelle e suggerisce: Cacciate tanti sordi / traetene profitto / ’ggiustate bene ’e case… / così cala l’affitto.
Segue la critica alla festa locale di Rifondazione comunista, dove c’era un’atmosfera di un bel tempo ormai lontano, ma er tempo nun se ferma / e nun po’ tornà er passato. (…) E a quelli de Rifondazione lascio / pe’ daje ’na svejata / la foto de Fidel Castro / a braccetto con il papa. Agli Uffici della Riserva da un po’ di tempo in qua – lamenta il notaio – tra la tanta gente che vi lavora, co’ dati alla mano / i nuovi assunti nun so’ / più de Torrita o Nazzano. // Nun vojo fa’ polemiche / e nun vojo ave’ pretese / però nei tempi addietro / vinceva er nazzanese (…) ’Sta cosa fa’ riflette / e ar nuovo Presidente / lascio ’sto dubbio in testa / speranno che me sente. Al Comune di Nazzano invece gli impiegati erinu ’na ventina / solo quarch’anno fa / mo so’ rimasti in nove / nun sanno do’ parà. // E all’amministratore / che intanto nun se move / tutti chiedino in coro / d’assume forze nuove.
Alla devota di Santa Rosa Maria, moglie di Giovanni (che ogni tanto je scappava) e vittima, quest’ultimo, di un terribile incidente al ritorno dal pellegrinaggio (che je l’ha mezzo sconocchiato // E’ così che mo Giovanni / c’ha bisogno de Maria / de sicuro pe’ sta volta / nun je scapperà più via.) questo il suggerimento: “Se sò questi i risultati… a Marì, prega de meno”.
Non mancano i consigli alla locale squadra di calcio che negli ultimi tempi si era distinta per meriti pugilistici, soprattutto i calciatori più anzianotti / che’n sanno usà più i piedi / allora so’ cazzotti. // Io a quest’ultimi lascio / un ring che è un quadrato / visto che je piace tanto / se daranno ar pugilato.
A Nazzano come fosse un monopolio / i bar so’ diventati / tutti quanti de Vittorio. // Se c’è un’attività / che zoppica e scianchija / lui arriva co’ l’assegno / e subbito la pija. (…) a Vittorio mo je lascio / de licenze ’nantru paru, / così nun se ricompra / quella d’u cassamortaru.
E dopo aver passato in rassegna altri casi ed altre situazioni del paese, al notaio non resta che salutare: quelli che so’ qui / e a chi non è venuto / io lascio a tutti quanti / un grossissimo saluto. // Se questo nun ve basta / lo scejo dentr’ar mazzo / ma artro ormai nun trovo / che ’sto pezzo de …
 
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