64 – MAZZANO ROMANO

MAZZANO ROMANO (200 m slm – 2542 ab., detti mazzanesi) sorge sul versante orientale dei Monti Sabatini, a 42 km da Roma in posizione elevata, a picco sulle gole del torrente Treja, affluente del Tevere, all’interno dell’area del Parco Suburbano Valle del Treja.
IL DIALETTO DI MAZZANO ROMANO:
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
Ecco una scelta di vocaboli tratti dal Piccolo dizionario mazzanese di Giuseppe Canzonetta e Danello Potenzi:
aqquaricciàro (recipiente di peperino, rettangolare e scavato all’interno, con al centro un buco che corrispondeva al secchio degli avanzi per il maiale, dove finiva l’acqua della pasta e quella usata per lavare i piatti), arciprèsso (cipresso), areccùjo (pianta di aglio o cipolla cresciuta male sottoterra e mal sviluppata; fig.: persona), arenciappolà (racconciare alla meglio), aribbelà, arebbelà (sotterrare), attèntete (stai attento, bada a te), azzicà (scartare come un cavallo), batìnzo (battesimo), bbezzàsse (abituarsi), bboccà (entrare), bbòfo (persona sgarbata e scostante), bbossìga, bboscìga (vescica del maiale, gonfiata e usata come contenitore dello strutto), capécchio (la massa della lana, del cotone, della canapa prima della filatura), cavargatore (rialzo per agevolare l’atto del montare e scendere da cavallo), ccappellà (far cadere qualcosa di liquido sulla testa di qualcuno), cchìra (voce di richiamo per le galline: “cchìre, cchìre”…), ccipollà (uccidere, specie animali, all’improvviso); ccorà (disturbare ripetutamente), cécca (cilecca, colpo a vuoto), cechétta (umore degli occhi rappreso), chiòcchia (poltiglia di fango), ciafrèlla (ciabatta sformata), cirubbèca (cornamusa, cirubbecàro: suonatore di cornamusa), ciùccica, ciùcciche (ascella-e), ciùtta (lucertola), coderìzzo (osso sacro), cordèllo (covone, insieme di grégne, a loro volta, insieme di mannèlle), covatìccio (odore di chiuso), cumèra (vòmere), écco ricòtta! (adesso capisco come stanno le cose!), facciarèlla (capolino), fintìa (finzione), fochessacchéggio (grossa sfuriata), forzedestòmmico (conati di vomito), frajà (l’azione del seme che si apre ma non attecchisce, per poca acqua), frate (dolore improvviso al costato), fùgo (profondo), funerùja (la parte torbida di un liquido, specialmente dell’olio. Quella dell’aceto è detta anche matra), gattafùria (entità immaginaria, adatta ad impaurire i bambini), gavétta (gruppo generico di lavoratori, carosìni, metitori, ecc., legati o meno da un accordo sulla spartizione del guadagno), ggèlacòre (grosso spavento), jèmpo, gghièmpo (pieno, sazio), lànca, lànga (la lena con cui un poppante zzénna), lavabbàrba (fettuccine di pasta più strette del normale cucinate in brodo), llappeqquéllo (in quel luogo, ma in un punto indefinito; anche: llappessopre, llappessotto ecc.), llazziménto (noia profonda), llazzìto (prostrato, ma non da stanchezza fisica), llìro (l’atto del dondolare), lococòmmido (cesso di una volta), lordonìzzia (sporcizia, lerciume. Esplorazione infantile delle parti intime del corpo), mancanzadefiàto (spiegazione sommaria di tante morti improvvise: “dech’è mmòrto, nònno?” “Demancànzadefiàto”), manciolélla (manina), mbruzzolì (il crepuscolo, l’imbrunire), merijà (meriggiare; a merìjo: riferito ai bovini, è l’azione del trascorrere all’ombra la prima parte della giornata e le ore più calde), mmècela (merda), mmerzàta, a (è un modo delle bestie vaccine di trascorrere la notte all’aperto), mòghela (lenticchia. Anche: nèo, efelide), morghettà (muggire, di un vitello), mpizzartétto (fàlla), mpùni, mpùne (un po’, una piccola quantità), nciaffà (mangiare di tutto disordinatamente), nénneli (lèndini, uova di pidocchio), nfrascàssesù (mettersi a vivere insieme, o sposarsi, detto di vedovo o vedova), nnaqquarìto (pianta annaffiata in modo eccessivo; fig.“Te s’è nnaqquarìto lo cervèllo?), nòre (scherzoso per nòne. L’aggiunta di re al “no” sta a indicare impazienza da parte di chi pronuncia la negazione, perché ritiene inutile la domanda), nunù (zufolo che si ottiene togliendo da un pezzo di canna verde una scaglia, senza intaccare una pellicina che è all’interno), pettobbeàto (a petto scoperto), piscorélla (l’organo sessuale delle piccine), pizzipirò (ghiaccioli), pommanàro (lupo mannaro), Pòppo, lo (essere immaginario per spaventare i piccoli), ppallinà (l’ammuffire del pane stantìo), prote! (a tuo favore! ti giovi!), pupàzzela (fiore ancora chiuso del papavero), rrampavùja (arraffare), rrazzàto (rosso in volto e sudato), sbirellàto (persona deforme, o che cammina male e a fatica), scarpadefèrro (attrezzo del calzolaio che serve da sostegno alla calzatura da riparare), sciorno (scemo, bonariamente), scòjo (non ‘grosso masso’ ma grosso pezzo di sasso’. “Ciànno preso a scojàte”. I grandi massi sono detti ‘sassi’: Sassopiàtto), sfemminà (togliere dalla canepìna, canapaia, le piante femmine, che non danno un prodotto utile), siénico (detto di persona insistente), smastà (togliere il basto), spegurìto (stravolto), starmà (disgelare) strabbanzo’, a (camminare barcollando), strammarìndo (rosmarino), ussa (stormire di foglie, rumore d’acqua corrente o di vento nel camino), vàghelo (non sufficientemente pieno, poco compatto all’interno), vènta (cavità naturale sotterranea), vèrzibbrùtti (urla scomposte), vortamùnno (capogiro).
 
2. I proverbi e i modi di dire
Da Piaggne lo pecoraro quanno fiocca… proverbi, modi di dire di MAZZANO ROMANO.
Chi d’abbéto, chi dde noce / c’émo tutti la sua croce; nun c’è sàbbito senza sole, / nun c’è fémmena senz’amore / nun c’è pprato senza erba / ’n c’è ccamìcia senza mmèrda; Li provèrbij sò pprìma der Vangèlo; Quànno Santorèsto se ccappèlla (si copre di nuvole) / cùrri Mazzanese co’ll’ombrèlla; Chi è ggiovine po’ morì, a li vècchij nné tòcca; Fin’a la mòrte ’gni cojo’ ce rrìva; Nun te vorrèbbe mànco pé ccompaggnìa de mòrto; Sèi ora ddòrme ’n còrpo, òtt’ora ddòrme ’n pòrco; Rosci, prèti e ccàni pezzati mmàzzeli appena che ssò nnàti; Chi ccià fàccia (tosta) se marìta / e cchi nnò aremàne zzita; Strada facènno se ssèsta la sòma (diamo tempo al tempo). A bboccasotto (bocconi, proni, vinti), a le dù a le tré (ogni tanto, all’improvviso), appuntopréso (con la certezza di avere partita vinta), sale e acqua (sparire; la locuzione ricorda i viaggiatori antichi, che prima di partire si rifornivano di questi due elementi essenziali), spòsa de Santorèsto (la sposa di Sant’Oreste che indossò un vestito tanto sfarzoso che per farla di uscire da casa si dovette allargare la porta).
Sul sito https:////mazzanoromano.blogolandia.it Giuseppe De Santis, ha pubblicato alcuni articoli con informazioni e spiritosi commenti su proverbi e modi di dire.
 Tra i proverbi e modi di dire inerenti l’acqua: “Va a la marinara, tanta acqua e poco pesce!”; Acqua e gelo n’ aremaneno ’n celo ; Acqua a li muri e vino a li muratori (l’espressione era una scanzonata richiesta al datore di lavoro di offrire vino agli operai e non acqua che invece era destinata ad annaffiare i muri fatti con blocchi di tufo, una roccia molto porosa e igrovora, che doveva essere mantenuta umida per evitare che la malta che li teneva uniti asciugasse troppo rapidamente); Acqua e chiacchiere nun fanno frittelle (acqua passata nun macina più, come sopra, anche in senso figurato); Acqua e foco er Signore je dia loco (chissà se era un’implorazione o una rassegnata constatazione); L’acqua fracica li ponti (tipica espressione dei vecchi bevitori di vino, che, in mancanza di vino e di fronte alla prospettiva di dover bere acqua, magari preferivano restare a bocca asciutta); Chi magna (quello che si stava mangiando: ad esempio, la polenta) e beve l’acqua è miracolo de Dio si la scappa, cioè scampa, a conferma della pericolosità del bere acqua).
L’acqua currente la beve ’r serpente, la beve zio, la bevo anch’io (era questa una breve filastrocca recitata in risposta a chi di fronte a qualche sorgente, o ai margini del fosso, chiedeva dubbioso se si potesse bere. Oggi che i dubbi non ci sono più e prevalgono certezze sull’inquinamento più o meno palese, l’acqua corrente, per esempio quella del Treja, non la berrebbe più nessuno; Giovine come l’acqua (essere semplicemente belli); Annà l’acqua pe l’orto (gran bella cosa l’orto annaffiato!); Li sòrdi (li quatrini) manneno l’acqua pe lo su (questo lo sanno pure i sassi). Nella inevitabile – causa maltempo – partita a carte tra amici è d’obbligo: “Quanno lo tempo piove chi sta bè nun se move”; e dopo una mano a briscola vinta per 61 a 59, può uscir fuori il simpatico sfottò “È mejio a i’ a culo de fòra quanno piove che a perde a briscola a cinquantanove”.
 
3. I toponimi e i soprannomi
Settecento soprannomi mazzanesi di G. Canzonetta e D. Potenzi, è nel suo genere un libro esemplare. L’intento dichiarato degli autori: è un atto di opposizione all’abbattimento del linguaggio e delle memorie collegati ai soprannomi. L’idea della ricerca sui soprannomi di MAZZANO è nata quando, fra le poesie scritte dal padre Eraldo (che aveva raccolto anche altri 69 soprannomi) G. Canzonetta ne trovò una che ne conteneva 43 di persone vissute tra fine ’800 e prima metà del ’900:
Nun zò chi ha conosciuto Pajarétto / Capànna, Peppebbèllo e Miccarèlla / Cacalapèggio, Mànico e Sassétto / Canipo’, Sigoro’ e la Fatarèlla. // Un tale che sse chiama lo Pichétto / un artro che sse chiama Pietraccio’ / Ntònio Picòtto, Copparo’ e Lapèlla / lo Gnào, la Cchirétta e Caprarèlla. // La Scimmia, la Carrétta e lo Micchétto / Pasciasciùtta, lo Stùto e Lampatóre / Midièlla, Bibbì, Codo’ e Farghétto, / Magnacàcio, Sciaràppa e Raffatore, // Rumo’, Bellolomàre e la Benzìna, / lo Paìno, lo Gnòcco e Pecoraro / Pecheramàtta, l’Oca e Pietruccèlla / Scrocchiamerlùzzo, l’Omo e Giachimèlla.
Nel libro citato, di ogni soprannome è indicato: cognome del titolare, appartenenza familiare, significato, l’ideatore e le circostanze dell’attribuzione.Molta attenzione è dedicata alle famiglie e alla genesi dei cognomi (in Cenni inediti di storia minore). Nel volume i soprannomi vengono contrassegnati con la lettera A (quelli Antichi) risalenti al periodo dal 1850 al 1900, con V ( i Vecchi) dal 1900 al 1950, N (i Nuovi) dal 1950 al 1998. La ricerca è avvenuta nei colloqui con compaesani, alternati dalla consultazione delle lapidi del cimitero.
Una scelta minima:
Agnelusdèi: Lucia Mariani, moglie di Gustavo Soldatelli (Pocacìccia). Detta così per celebrarne la bella voce, in chiesa;
Aspide: Marco Bronzi, figlio di Gino (La Vipera), il soprannome pare suggerito da quello del padre. Una credenza vuole che l’aspide sia il settimo figlio della vipera, il più velenoso;
Becaùse: Gianfranco Canzonetta (a lezione di inglese, pronunciò come è scritto il termine. I compagni di classe non si fecero sfuggire l’occasione);
Blénghete: Francesco Agostinelli, padre di Giovanni (Brilli). Sembra un suono onomatopeico, ha un paio di soprannomi compari, Bònfete e Flòcchete;
Buccétto: Danello Potenzi, coautore di G. Canzonetta del libro sui soprannomi e di altri. Alla madre il nome Danello scelto dal marito non piaceva e cominciò a chiamarlo Goffredo. Nacque poi un altro figlio maschio, Pietro, che invece di chiamare “Lèllo” il fratello maggiore, cominciò a chiamarlo Buccétto. Oggi chi non vuol chiamare Danello col soprannome ripiega su Goffredo. Danello è anche detto Alfio;
Canzonétta (Salvatore Canzonetta, 1882-1971), capostipite del cognome a Mazzano. Un giorno mentre cercava di vendere un suo somaro, che aveva chiamato Pasprecàto, si trovò a contrattarne il prezzo con un tale di Caprarola. Salvatore vantava la forza dell’animale, grosso e imponente; l’altro ne rimarcava la magrezza toccandolo qua e là mentre cantilenava in caprolatto un insistente: “Ma è tutt’ossa”. La cosa andò avanti fino a quando Canzonétta prese una mano del compratore svogliato, la portò a contatto con i genitali dell’asino e imitando la cantilena sbottò: “Pe’ fforza te pare tutt’ossa; tu le mano do’ stà la ciccia nun ce le metti!”
Salvatore aveva due o tre vacche e una l’aveva chiamata “Coscènza”; da lì il detto: coscènza, ce l’éva Canzonétta, ma jè mmòrta.
 
G. Canzonetta tratta dei toponimi in Brevi note sulla toponomastica mazzanese.
200 toponimi sono nel Piccolo dizionario mazzanese con spiegazione; ad es:
l’Antisà, il piazzale della chiesa di S. Nicola; l’Arco, è il passaggio obbligato per raggiungere il paese vecchio; li Casalétti, contrada fra la Strada Romana e li Monticèlli (l’attuale via Trento); lo Casalo’, case alle spalle del bar di mezzo; la Commùna, il vecchio edificio del Comune; li Croci, dietro alla chiesa nuova; lo Smerdàro, grotta di Cavelozzòppo, che serviva da gabinetto per gli alunni delle elementari, quando la scuola era in piazza Marconi; Tinéllo, Tinèllo, la zona fra piazza Umberto I e l’Ortaccio
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Feste e sagre. S. Antonio Abate (gennaio). S.S. Filippo e Giacomo (1 maggio). Sagra della Fava e del Pecorino (maggio). Sagra della Salsiccia e della Bruschetta (settembre).
 
4.1 Canti

 

La trascrizione di una “canzone a la rivèrza” di Pietro Mecucci:
Conoscio ’na canzona a la rivèrza / e a la rivèrza la vojo cantare: / Mme arzo la matìna doppo ’r vèspro / pijo la sùbbia e me ne vò a vangare; / un cèco avanti mme mostra la vìa / e u’ zzòppo me ’nzéggna a camminàre / un zordo mme spiegava le paròle / e u’ mmuto disse che cosa sentiva. // Pe’ strada ’ncontro un arbero de vèspera; / nun ze sà le ceràsa che mangiài! / Ma ’rrivò lo padro’ de le cucozze: / Che ffine hanno fatto le pèrzica mie? / Queste sò ccose da scrive su la carta: / U’ mmuto, un cèco, un zordo, u’ stròppio e uno senza bbraccia.
G. Canzonetta e D. Potenzi informano dell’esistenza della registrazione sonora di canti popolari eseguiti da Marietta, Santina Pizzuti e Elena Izzi, la moglie di Giuseppe Allegretti (Lo Loccaro)3 e della canzone che segue, intorno al 1965, cantata da Santa Pizzuti Mancinelli (Santina de Cecilia):
E ssò vvienùta a mmète e vvòjo mète / nun zò vvienùta a ppiànta le caròte. / Sott’a ll’arco d’amore mme féce ’n zòggno / pò mme svejài e cce trovài l’impeggno. / Credévo caro amico der (…) / e vvénne la morte e mmi guastò ’r diseggno. / Credévo caro amico der (…) / e vvénne la morte e ssi fece padrona. / Amore mio dàmmeli li bbaci / e ppé ’n compènzo ti dono ’r mio còre. / O Ccapofàrcia senti ’na parola / mannàtemela qquà ’na cantarìna / mannàtemela qquà ’na cantarìna / Ché mme la tiengherò pé bbarzaròla. / A ttàjo a ttàjo sentivo gridare / credènno che ttajàssino ’r limone / poi mme n’accòrzi ch’èra ’r caporàle / che li mettéva a ttajo li metitori. / Che tte credevi de famme de léggno / e ccome ’na ròta de famme ggiràre; / sopr’a la vita mia nun c’è ddiséggno / e ll’amore io lo fò co’ cchì mme pàre. / Quànno lèva lo sole li prati indòra / e vvoi sìte la stellùzza de la sera / voi sìte la stellùzza de la sera / e dder mattino sèi la lauròra. / Oddìo quanto me còce questo sole / e viècci a ccoprìre e ccòprelo co’ ll’ale / viècci a ccoprìre e ccòprelo co’ ll’ale / e sse no’ llo fai pé mmé fallo pé amore.
 
La parente femmina più prossima svolgeva davanti alla salma del defunto una lamentazione a voce alta. In essa erano inseriti riferimenti personali (“Ed’èri ggiovine come ll’àqqua, nu’ mmévi da morì ccossì”) ed altri, più generici (“Come farrò io, come farrò io!”- “Spètteme, che ttànto mo’ che nun ce stài ppiù ttu mòro pure io; spètteme èh Nicò!”) in una cornice di urla acute, prolungate e modulate in un modo molto caratteristico. Esiste la registrazione sonora di una di queste lamentazioni, che Elena Izzi (Lenùccia) – moglie di Giuseppe Allegretti (Lo Loccàro) – si prestò a fare, richiesta da un tizio che raccoglieva documenti di questo genere per la radio, più di trent’anni fa. L’enfasi di tutta la recitazione appare piuttosto adatta alla morte di un figlio, ma Elena di figlio ne aveva uno in Australia e per scaramanzia non volle nemmeno pronunciare la parola, sostituendola con “nonno”(In Piaggne lo pecoraro quanno fiocca di G. Canzonetta).
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
Alcune filastrocche:
Bròcchelo (strofetta che i ragazzini cantavano tenendosi per mano come nel girotondo, per deridere qualcuno lasciato da solo in mezzo al cerchio): I’ mmèzz’ar nostro cìrchelo / ce stà ppiantàto ’n bròcchelo / bbròcchelo, bbròcchelo / bbròcchelo fiorìto!
Filastrocca da recitare prendendo fra due dita il naso di un bambino e dondolandolo quà e là: Zzannanà ch’è mmòrto ’n frate / all’infèrno nun ce càpe / ’n paradìso ’n ce lo volémo / zzannanà, che nne farémo?
 Filastrocca della Credènza (dispensa): Uno, due, tre, cadènza! / Paolùccio co’ Vvincènza! / Jé s’è rrotta la credènza / nu’ la pònno ccommidà! Filastrocca della Mònica (monaca, suora): Le mòniche de Castello / ciànno la gabbia e nun ciànno l’uccèllo. / Li frati ’nvéce màggneno la rràbbia / perchè ciànno l’uccèllo e nun ciànno la gabbia.
Filastrocca dello Stracciaròlo (straccivendolo): Bburràccicci bburràccicci / Dì a mmàmmita che sse ffàccicci / e bbuttàssi ggiù li stràccicci / Bburràccicci bburràccicci.
 Filastrocca: Cargata Cargata la bbèlla città / mmèrda de qquà e mmèrda de llà / oggni cantùccio un bèllo stronzùccio / oggni contrada ’na bbèlla cacàta / su la piazza principale / c’è la mmèrda artificiàle.
Vecchissima strofa, attribuita ai Calcatesi, ma scritta da questa parte del fosso: Dimà ch’edè lo primo de ggennàro / Madònna méa fa èsse tèmpo bbòno; / a la fèsta vierrà tutto Mazzàno / da Roma parterà Ppapapionòno. / Capomazziéri è lo fìo de Ggermàno: / ha ffàtto ’n botticèllo de ciambrone (cattiva qualità di vino) / Madònna méa, ll’òmmini / che cce s’hanno da mbriacàne!
 
G. Canzonetta riporta questa Lamentazione funebre:
Nonno mio nonno mio! / Chi nne le dirrà a qquella pòra nonna! Io nun ce vò davéro a ddìnnele! / Poréttaaa! Nnàte a ffànne compaggnìa! / Lasciàteme ì’ lasciàteme i’ / che vvòjo piàggne perdavéro! / Oddìo, oddìo / Pòro nònno mio / a ffà ’na fine bbrùtta ccossì, a ffàsse cciaccà da ’n càmio!
 
4.3 I giochi
Termini di gioco e giochi di bimbe dal Piccolo Dizionario Mazzanese.
Buttà lo conto – fare la conta. In cerchio si abbassava tre volte di seguito verso il centro la mano chiusa e alla quarta si aprivano le dita in numero corrispondente a quanto si voleva buttare. L’operazione era accompagnata dalla formula: “Per tì (a partire da te), per tì, per tì, hì!”. Spesso la si ripeteva, perché qualche spiritoso diceva: “Per tì, per tì, per tì, màmmita ccosì” e apriva le braccia per raffigurare qualcuno messo in croce.
Ciro cironte – era l’inizio di una filastrocca che accompagnava i rimbalzi di una palla addosso al muro. Il gioco consisteva nel recitarla senza errori, nel non commetterne nei movimenti da fare dopo aver lanciato la palla (battere le mani, girare su sé stessi,
passare la palla sotto a una gamba, ecc.) e nel riprenderla prima che cadesse in terra; se si sbagliava il gioco passava di mano.
Giochi delle femminucce. Campana – Consiste in percorsi successivi da effettuare lungo uno schema disegnato sul terreno, complicati da difficoltà in ordine crescente: su un piede solo con un piccolo sasso piatto in equilibrio sull’altro, muovendosi all’indietro, con gli occhi chiusi senza pestare (bbrucià) le linee dello schema ecc.
Commàre – (madrina. Titolo attribuito qualche volta anche solo per rispetto): Commà, e lo gallétto? / Stà sopr’a lo tétto. / Che mmàggna? / La conciatura. / Che bbéve? / Ll’aqqua der màre. / Occiccì la mia commàre! (Due bambine si mettevano l’una di fronte all’altra, ognuna sopra a un rialzo; le domande erano fatte da una delle due e le risposte le dava l’altra; pronunciando l’ultima frase esse si scambiavano il posto, e ricominciavano, a ruoli invertiti).
Popolìna – solo nella formula: Si la mòla nu’mmacìna / bbiànc’o rrossa la popolina? È un gioco con i fiori di papavero non ancora sbocciati; consisteva nell’indovinare il colore del fiore che, prima di diventare completamente rosso e aprirsi, passa attraverso tonalità più chiare, cominciando dal rosa pallido.
 
4.4 La gastronomia
Dal Piccolo Dizionario mazzanese: Arrostomòrto: modo per cuocere carne grossa nel tegame, condita con aglio, sale, rosmarino e poco olio. Tajatora (a la): alla maniera dei tagliatori (di macchie). Un modo di preparare la polenta, un po’ più dura di quella normale, che si versa sulla spianatora senza spanderla; quando si è raffreddata un po’ si taglia a pezzetti per mezzo di uno spago teso, si sistemano i pezzetti nello stesso callaro in strati da condire con pecorino e grasso di maiale e si rimette sul fuoco per qualche minuto. Quando il grasso ha ’ntrippettato la polenta, si fanno i piatti.
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
 
6. I testi di poesia
Esiste una composizione poetica mazzanese di quasi cent’anni fa per deridere i Calcatesi che occuparono le terre dei loro padroni per ragioni di pascolo; purtroppo di essa sono ricordati solo alcuni passi:
La canzona arennomàta / de lo sciòpro de Cargàta (…) Zzittizzìtti come li sorgi / nnètteno a ffà sciòpro joppe Mmorgi: / Quànno vìddeno li fantòcci / dìsseno: regàzzi, sémo còtti. / Quànno vìddeno le gamèlle / ìnno tutti ggiù Ssèttecannèlle; / tuttiquànti cùrzeno via, / ciaremàse solo Settimio de Lelè / perch’èra stupido e nun capiva. (…) Apprèsso jàva Bbenedétto / disse “ho ttròvo u’ mmorzellétto”; / nné dètte u’mmozzico come ‘na tìghera, / èra la pìzza su la ratìchela.
(fantòcci: soldati; gamèlle: giberne dei carabinieri; mmorzellétto: pizza di farina)
Settecento soprannomi mazzanesi è una miniera di notizie sui poeti mazzanesi di cui vengono ricordati: Luigi Franco Mariani, Giuseppe De Santis, Eraldo Canzonetta, Otilio Manoni, Edoardo Sestili, Vincenzo Litta, Pier Maria Virgilio.
Luigi Franco Mariani, soprannome Còzza, detto anche Cotico’ e Comèta ha scritto poesie, tra cui una di ispirazione pacifista. Giuseppe De Santis (detto Fardacciòlo) è autore di questa quartina: Ormai li preti l’émo conosciuti: / sarrànno bbòni pé ccantà ner coro / mapperò a ffà der bene all’operai / lo dìcheno sempre e nu’ lo fanno mmai.
Eraldo Canzonetta (1910-1995, detto Erardo), padre di Giuseppe è stato autore di poesie. Riportiamo un brano di “Mazzano”: Un paese de poveri innocenti. / Ce se nasceva co’ la zzappa ’mmàno, / fino a la morte sacrifici e sténti. / Se riusciva a rimette poco grano; / se stava male e nun c’era progresso / ma mmanco l’ira e l’odio che c’è adesso. // L’Antisànti era ’r centro der paese; / c’era ’na cchiésa che valeva ’n monno. / Le feste, le domeniche comprese / se ’nnàva llì, ce se ggiràva attorno / solo a mòve le labbra e a guardà fisso / un Zanto, ’na Madònna o un Crocefisso. (…) Le ricorrènze co’ la processione / fatta quer giorno, all’ora stabbilita / se faceva ccosì, pe’ ttradizzione, / pe’ mantenésse l’anima pulita. / S’annava per paese o a Camposànto / p’onorà deggnamente quarche Ssanto. // Pe’ quelli vicolétti, vie strettine / (oggnuno sa come se passa male) / vecchiétti, ggiovinòtti e regazzine / seguìveno lo Sànto, tutti uguàle. / Potevi mancà ssolo, giustamente, / stànno a llètto, mmalàto seriamente. (…)
Otilio Manoni (1909-1976), è stato uno dei più gagliardi cantanti a braccio. C’è la registrazione sonora di una sfida tra lui e Edoardo Sestili (Dovardìno), nella quale Otilio difende le qualità dell’Estate, e Edoardo quelle della Primavera; di essa in Settecento soprannomi mazzanesi sono riportate le aperture.
Vincenzo Litta, detto Lo Poeta, è un famoso cantante e rimatore. Pier Maria Virgilio, detto Raschiamàttere, approdato a Mazzano dopo una vita di viaggi, era dotato di un estro poetico in servizio permanente effettivo ed abile improvvisatore. Le sue raccolte Un atomo di speranza (Gesualdi, Roma 1981) e Un’isola per vivere (Gesualdi, Roma 1992) ebbero critiche positive.
 
Simonelli a p. 39 del suo romanzo rievoca: “L’osteria di Ludovico Piergiovanni nel Vicinato di Mezzo era il ritrovo dei poeti a braccio che si davano battaglia tra un bicchiere e l’altro per l’intero pomeriggio nelle fredde domeniche di inverno. I versi fra i fumi del vino e dei sigari venivano fuori improvvisati con quartine e rime baciate e con temi di innamorati cavalieri e di vita dei campi. Solo Adriano Gentili, con la filastrocca di Luca Cava, di tanto in tanto rompeva quell’atmosfera epica con equivoci episodi boccacceschi. (…) Luigi Biscioni invece le sue poesie non le improvvisava ma le leggeva cantando con un leggero sorriso che affiorava negli occhi e sulle labbra, perché soddisfatto della sua bravura. Anche Umberto Cicinelli, sensale senza altro mestiere, cercava di intromettersi nella gara ma era il primo a cadere perché, forse per il troppo vino bevuto, le rime non lo baciavano più.”
 
Ed infine due sonetti inediti di Giuseppe Canzonetta.
La cacciata dar Paradiso (1): Senza bbagàji, dolo co’ ddu fòje / ‘remmediate da ‘n fico lli vvecino / la prima còppia scappa dar giardino / – avanti ‘r padr’Adamo e ppo’ la moje. // Appena Ddio sbattètte lo cancèllo / che ‘’mmumenti spallava la colonna / se trovànno a lo scuro llappeqquéllo / – e non ce se vedeva ‘na madònna! // Adamo – che da mo che rrosicava / nun parènnoje pròprio corpasùa – se dèca ggirà ll’elica all’istante // e “Jotta” face “li mortaccitùa; / rrubbà le ,élla d’antri – tra le tante / è ‘na vertù che ppròpio te mancava”. (lappeqquéllo: in un luogo indefinito e sconosciuto)
La cacciata da Paradiso (2): Eva bbozza, ma cce rrotàva, e llèsta / la sera stessa che dentr’a lo letto / Adamo se ‘nfrifà come ‘n furetto / je se ‘nventà lo primo mardetèsta // e lo fèce durà du’ ggiorni o tre / penzanno “Intanto spètta ‘n artr’e ‘n po’, / che ssi ppòi mme dicido e tte la dò / nun ciaremétto: piace pure a mme!” // Quanno poi je se vòrze fa’ capi’ / ch’era forze dispòsta ‘n po’ a rruzzà / Adamo ‘n pérzetèmpo, e sse ‘ffiarà. // E ddòpo nove mesi se vverà / la profezzia dei libbro de Noè: / “Pe’ ffa Caino arrai da fà cai”*. (*dovrai guire come un cane – partorirai con dolore)
 
Antologia
 
Cenni biobibliografici
 
Bibliografia
Canzonetta, G.-Potenzi, D., Piccolo Dizionario Mazzanese, Mazzano Romano, Ass. sportiva e culturale Sannô Kai, 1999.
Canzonetta, G.-Potenzi, D. Cenni inediti di storia minore. La variante mazzanese di due secoli d’esperienza comune, Mazzano Romano, Ass. Sportiva e Culturale Sannô Kai, 1999.
Canzonetta, G.-Potenzi, D., Settecento soprannomi mazzanesi, Mazzano Romano, Ass. Sportiva e Culturale Sannô Kai, 1999.
Canzonetta, G., Brevi note sulla toponomastica mazzanese, s. l., s. e., 2002.
Canzonetta, G., Piaggne lo pecoraro quanno fiocca nun piagne quanno magna la ricotta. Proverbi, modi di dire e altri “moduli fissi” della parlata mazzanese, a. l., s. e., 2005.
Luciani, Vincenzo e Faiella, Riccardo, Le parole salvate: Dialetto e poesia nella provincia di Roma; Litorale Nord, Tuscia romana, Valle del Tevere, Roma, Ed. Cofine, 2009
 
Webgrafia

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