51. Guidonia Montecelio

Guidonia Montecelio (389 m s.l.m., 85.570 ab., detti guidoniani o monticellesi), sorge a Nord-Est della Capitale a partire da pochi chilometri oltre il Grande Raccordo Anulare; confina anche con Tivoli, Marcellina, Palombara Sabina, San Polo dei Cavalieri, Sant’Angelo Romano, Mentana e Fonte Nuova. E’ costituito da una zona pianeggiante, compresa tra le vie Nomentana e Tiburtina, dominata dalla prominenza collinare dell’antico centro abitato di Montecelio.Con le sue nove circoscrizioni (Albuccione Bivio Guidonia, Colle Fiorito, Colleverde, Guidonia, Marco Simone Setteville Nord, Montecelio, Setteville, Villalba, Villanova La Botte) è uno dei Comuni più grandi del Lazio.

IL DIALETTO
Nella presentazione a Usulate – Vita e sapere popolare a Montecelio il prof. Ugo Vignuzzi ricorda che “il dialetto monticellese era stato fra i primi nel Lazio – e più in generale nell’Italia centro-meridionale – a poter vantare una testimonianza e descrizione a livello scientifico”. Infatti già nel 1930, nell’illustre collana dei Dialetti di Roma e del Lazio della Società Filologica Romana, a cura e con il commento linguistico di Clemente Merlo, fra le versioni della novella boccacciana “La Dama di Guascogna e il Re di Cipro” (tratta da Decameron I, 9 e riproposta da noi nella sezione dedicata ai racconti) raccolte nella Valle dell’Aniene era apparsa proprio quella in monticellese e addirittura ottenuta in loco da uno studioso, per quanto all’epoca assai giovane, quale Bruno Migliorini.
“(…) Anche solo ad un primissimo sguardo – prosegue Vignuzzi – il dialetto monticellese ne risulta come veramente notevole, con un vivido e saldissimo fondo sabino, coincidente addirittura talora con quello aquilano (è paradigmatica la forma sòle con la vocale aperta) (…) ma non mancano poi gli elementi di sviluppo assolutamente idioisincratici, come u tallu (gallo), arbacchiu (abbacchio), serpontura (sepoltura), ecc.”
D’altro canto i curatori dell’opera nella prefazione, alla luce della loro ricerca anche sui dialetti circonvicini e non, sono dell’avviso che il dialetto monticelli ano “si iscriva nell’area linguistica sabina, che si estende a nord-est fino alla provincia dell’Aquila; nei rapporti commerciali con l’Abruzzo (vedi la transumanza, diffusa fino alla metà del novecento) hanno fatto da trait d’union la Valle dell’Aniene e soprattutto Tivoli, ‘città-strada’, che era il nostro punto di riferimento amministrativo”. I curatori rilevano anche numerose somiglianze con la tradizione orale marchigiana, dovuta alle frequenti immigrazioni soprattutto dalla provincia di Ascoli Piceno (contadini, braccianti. buttari, carbonai, scalpellini e artigiani, commercianti e funzionari che fin dal seicento si spostarono nell’Agro Romano prima per lavoro e poi anche per residenza). Ad essi si aggiunsero muratori provenienti dal settentrione e in misura maggiore “regnicoli” (attraverso l’Abruzzo che allora apparteneva al Regno di Napoli).
Intensissimi i rapporti con Roma, attraverso trasporti quotidiani di “vetturali” che rifornivano la Capitale di vino, olio, grano, frutta e ortaggi. A questi prodotti si aggiungevano il legname e soprattutto il travertino e la calce (prodotta nella zona di Caprine-Casal Bianco e Casacalla. A queste persone si deve l’importazione stornelli, proverbi e detti romani.
Oggi come nel resto dell’area metropolitana di Roma vi è una forte crescente diffusione del dialetto romanesco. A Montecelio tuttavia, è usato – soprattutto dalla popolazione più anziana – un dialetto simile al "Tiburtino" parlato a Tivoli e ai dialetti parlati nei confinanti comuni di Marcellina, Palombara Sabina e Sant’Angelo Romano. In tale zona a volte anche i giovani, tendono a mescolare il romano con il locale dialetto dei paesi confinanti. Un dialetto molto diverso rispetto al romanesco era quello usato da don Celestino Piccolini che nel sonetto “U poeta ‘mbarazzatu”, in Rustici accenti, così lo definisce: (…) ’Stu dialettu latinu ’n po’ bastardu / fa scorre a stentu e varecosa a vena: / così vecinu a Roma pare sardu. // Parole strocche, in u, jati, elisiuni… / ’a povera barchetta mea s’arrena, / se spira ventu va, però a tastuni.
Sulla discendenza del dialetto dal latino Piccolini ritorna nella poesia “’E lingue”: Quillu nostru, presempiu suppergiù / sa de latinu, comme: missu, muru, / magnusu,* locu… senza l’esse su. // Se mitti l’s e a voce a ’mmottaturu, / parli latinu en’te n’accorgi tu; / Franciscu, amicu meu, po’ sta securu**. (*magnus sus; ** Franciscus, amicus meus stas securus. Così: missus, murus, locus).
 
1. VOCABOLARI E GRAMMATICHE
 
Grammatica
 
Nelle Note di sintesi della sua grammatica monticellese, Maria Teresa Petrara e Maria Sperandio affermano: “Rispetto al romanesco con cui il nostro dialetto condivide moltissimi lemmi, si nota una forte presenza dell’aferesi (‘ppojà – appoggiare; ’rrivà – arrivare), mentre hanno in comune il troncamento dopo l’ultima sillaba accentata rilevabile nei verbi e nei nomi usati al vocativo e indicato dall’accento o dall’apostrofo nei monosillabi. Tra i fenomeni peculiari del monticellese, abbastanza frequente è la trasformazione in “r” di alcune consonanti (abbacchio: arbacchju; fanfaluche, fiabe: farfaluche; palato: palaru; cicala: cecara), in particolare della “l” prima di un’altra consonante: cavargà, carma, ’r diavolu (cavalcare, calma, il diavolo). Più raro il mutamento in “t”: tallu (gallo), tinocchhju (ginocchio), ’ffattasse (affacciarsi), tespa (vespa). Frequente l’assimilazione tra la consonante finale di parola e l’iniziale della successiva: Sammiasciu (San Biagio), Sagnuvanni (San Giovanni), ’a ’mmidia (l’invidia). Da notare anche la fusione dell’articolo con la parola che segue (u lapu: la radio; l’aradio: la radio; l’acchjésa (la chiesa; l’assogna: la sugna) e inversamente, la trasformazione in articolo della parte iniziale del nome (l’óru: l’alloro; ’a ’ddore: l’odore)”. Segue una trattazione relativa a: Articoli, Sostantivi,Aggettivi, Pronomi Personali, Verbi, Avverbi
 
Vocabolari
Rustici accenti di don Celestino Piccolini è un’autentica miniera di termini dialettali. Un suo sonetto “Parole scelte” ne allinea 46 tra quelle ritenute da lui più degne di essere selezionate. Le riportiamo in versi qui di seguito, corredandole con la traduzione, grazie al recente e completo Parolario Monticellese di Filippo Greggi, edito nel dicembre 2010: Sghiùvitu, jattu, mmastia, sonarellu, / patullu, cattaboscio, loretrusu, / troccu, cucciulapennula, magnusu, / povillu, nnecelitu, torcinellu. // Crezzona, petecone, mattavellu, / scortecchia, toppe, jommeru de fusu, / lotrecaturu, jacculu, jerdusu, / nocchiu, colubru, càpetu, sonellu. // Lura, loru, muscerta, morgio, rotte, / carozzu, corrïozzu, j’incu, vavu, / carrótula, cotturu, cinciacotte. // Ranciu, panciu, ppetecarellu, jovu, / ppiccia sòrda ch’è sórda…Pì, si bravu, / se già u significatu sì retrovu.
(Traduzione: Sversatoio, bambino, patema, pianerottolo, / asta dove vanno ad appollaiarsi le galline, passaggio, andito scuro sotto il livello della strada, al contrario, / pasto del maiale, lucciola, immondizia, / manciata, esile, legaccio vegetale per fasci di fieno o di erba. // quantità di grano contenuta in metà scifu (contenitore di legno rettangolare e bordo obliquo), tronco di pianta (anche pedecone), rebus, intrigo, / scheggetta o fig. persona gracile, canapa grezza, gomitolo di fuso / giaciglio (?), corda fissata al basto per legare la soma, sdolcinato, / matassa di canapa, ansa di fosso o ruscello, sarmento, mestolo di rame. // Scintilla, alloro, lucertola, sasso, grotta, / fico secco, laccio di cuoio per scarponi da lavoro, salice, varco nella fratta, / carrucola o raganella (attrezzo usato nella Settimana Santa), paiolo, frutta essiccata al sole (mele, albicocche, prugne), // Granchio di fosso o ragno, ragnatela, buchetta (anche pedecarellu),  chiodo, / dà una mano a tua sorella che è sorda… Pì, sei bravo, / se già hai trovato il significato delle parole (E don Piccolini commenta: “se dovessimo spiegare il significato di tutte le parole… di colore oscuro, dovremmo raddoppiare il libro, cosa inutile a coloro per i quali è scritto”. Noi abbiamo lasciato in neretto parole rimaste oscure anche dopo aver compulsato del vocabolario di Greggi.)
Filippo Greggi è autore di un Vocabolario essenziale monticellese-italiano pubblicato in appendice al suo libro di composizioni in dialetto Il tesoro della memoria e di Parolario monticellese, un ben più corposo dizionario pubblicato nel 2010. In quest’ultimo che si caratterizza come un dizionario enciclopedico riferito a Montecelio figurano ricche indicazioni sull’ambiente domestico e familiare (suppellettili, abiti, cucina, giochi), sulla cultura materiale, l’ambiente naturale, le tradizioni civili e religiose. A ciò si aggiungano l’esaustivo elenco dei toponimi del paese e delle sue campagne, accompagnate da informazioni sulla storia dei luoghi, oggi da pochi conosciuti).
Interessante anche il “Glossario per argomenti, destinato a lettori curiosi e studiosi di ogni tipo” (Agricoltura – Allevamento – Malattie e rimedi – Animali – Caccia – Mestieri -Piante – Religione e tradizioni collegate – Tempo – Luoghi del Territorio – Toponomastica Urbana – Tradizioni).
Dal Parolario monticellese abbiamo selezionato i seguenti vocaboli: bagarinu (chi compra frutta e verdura dai contadini e la rivende al mercato), bardasciu (ragazzino), bbàccara (parlantina, loquacità), blècche (asfalto, catrame, dall’inglese black), bobbò (personaggio della fantasia fiabesca, uomo nero, diavolo, orco, spesso invocato per incutere paura ai bambini – si dice anche di adulto un po’ “orso”), còrri (e sbòrri) (scarponi di cuoi in uso soprattutto ai contadini fossanti), caccióne (cagnolino), calecara (calcara, fornace rustica per cuocere il calcare e ricavarne calce), camarronaru (commerciante di bestiame), cannaula (festone o trofeo primaverile di ciliegie inserite in una canna spaccata, lunga circa cm. 50, abbellito con rose alla sommità), càntaru (vaso di terracotta con uno o due manici ad ansa, talvolta usato nelle case più signorili come contenitore di feci), capetonnà (capitombolare), carosinu (tosatore di pecore), càsula (mucchio di covoni), càtia (striscia di tessuto che viene inserita lungo la cucitura che va dall’ascella all’orlo inferiore, in un vestito da donna, una vestaglia, ecc. per renderlo più lungo), cèsa (radura creata con il disboscamento), ciammaca (chiocciola, lumaca), cicianèlla (cicatrice lasciata sul braccio procurate dalla vaccinazione), consoprinu (cugino di secondo grado), corame (parte speciale della pelle di bue e di bufalo, usata per fissare il battaglio delle campane e per fare l’attrezzo, detto coramella, sul quale i barbieri sfregano i rasoi per affilarli), estratto (varechina, un tempo venduta sfusa in piccole quantità), filippina (tramontana), jerda (effusione leziosa, smanceria), lescio (molle, lento nell’azione, mellifluo), ’llamasse (distaccarsi di una fetta di terreno che frana), ’llotrecasse (sdraiarsi scompostamente, stravaccarsi), macerante (operaio specialista nel fare macere, in genere originario dell’Ascolano e di Arquata del Tronto in particolare, emigrati in Montecelio), marcellinaru (di Marcellina; dire di una ragazza me pari na marcellinara non era un complimento), mazzamorellu (folletto benevolo delle case secondo la fantasia popolare), milu (mela, plurale: mela), miu miu (zitto zitto), ’nnabbuscà (nascondere), nuvacchju (nudo), ovanno (quest’anno), pallente (endice, uovo finto di pietra o legno inserito nella cesta dove le galline depongono), paraculu (telo, abito, camicione, indumento, messo pudicamente a protezione del fondoschiena dalle donne che andavano a raccogliere le olive), pedecone (tronco di pianta), rascia (brace), refóta (gora, pozza, vascone), raschiaraturu (la prima delle tre vasche del lavatoio pubblico (quella sotto a u pisciu dell’acqua), ove veniva effettuato l’ultimo risciacquo), rescotitòra (donna raccoglitrice di olive sparse in oliveti già lavorati dai padroni), rezzelà (pulire, rendere elegante), roscile (ventriglio, grecile), sacrapantofula (nomignolo per designare il partito della Democrazia Cristiana), scacarijà (sporcare con gli escrementi proprio delle mosche), scastagnata (ricerca veloce, furtiva), scecchenza (riverenza, ossequio), sciacquaturu (lavandino), scìscima (frenesia, affanno, ansia), sconcià (guastare, rompere, disfare, demolire), scurà (mettere la selvaggina a mollo nell’acqua corrente perché frolli e perda l’odore di selvatico), sguenciosa (leziosa), signorina (granturco scoppiato, tipo popcorn), somarina (rosmarino), sonellu (ramaiolo, mestolo di rame), sonne e senne (soltanto), soprammani (tipo di punto che si usa in sartoria per non far sfilacciare un tessuto tagliato con le forbici), sottotillu (ascella), spasciuta (pascolo breve e veloce), stampa (pianta del piede ovvero la sagoma che il calzolaio disegnava con un matita se non con il trincetto per avere la misura delle scarpe da confezionare), stoppacciusu (secco, non idatrato), storélla (ricovero in muratura per i maiali e galline costruito a volta), svinvarola (caccavella, putipù), tennina (striscia di carne di maiale conservata sotto sale), zarampógna (zampogna), zippunculu (libellula), zuccardu (termine arcaico, per indicare il colpo dato con il dito medio facendolo scattare dal pollice che lo trattiene, anche schiccara), zuzzulardone (persona trasandata, bisunta).

Molti vocaboli sono legati al costume tipico monticellese: la vunnella. Questo caratteristico abito femminile viene indossato in occasione della festa di San Michele nell’ultima domenica di settembre, quando una schiera di donne, alcune accompagnate da uomini in abito caratteristico “il buttero”, si recano alla celebrazione eucaristica. È così composto: Corpittu (Camiciola): ricca camicia molto scollata con ricami e merletti al collo ed ai polsi. È di raso o “granatina”, di colore bianco. Vustu il classico busto, a vivaci colori, stringe la vita e sostiene il seno. Esternamente è rivestito di passamaneria dorata. Fianchitti: Piccoli rotoli di stoffa con la funzione di valorizzare i fianchi. Curduale: Corta veste molto pesante e stessa funzione dei fianchitti. Sottanili: Costituiti da tre vesti indossate l’una sull’altra. Sono di cotone bianco, merlettate sull’orlo. Vunnella: Veste a larghe pieghe (’ncotìnata) legata in vita da una stringa. Il colore dà sul bianco o sul giallo o sull’azzurro. Pettìna: Rettangolo di cotone molto leggero, sostenuto eventualmente da un altro sottostante di stoffa più pesante. È ricamata in filo d’oro ed orlato di pizzi. Viene fissata alle spalline del busto ed ornata al centro da una spilla d’oro (’u brellocco). Puzzini: Polsini, anch’essi ricamati, fissati alle maniche del corpetto. Zinale (o parannanzi): fissato alla vita ha la funzione di arricchire la parte frontale della vunnella e si indossa arricciandolo un po’ sul davanti. Può essere di cotone molto leggero, ricamato in oro, o di tulle ricamato con motivi tradizionali. Centa: Fascia di seta che copre lo stacco della vunnella dal busto e viene fissata sul davanti con una spilla d’oro. Fazzolittu ’n collu. Indumento di forma triangolare, di cotone, leggero. È fissato alla vita con uno spillone nella parte posteriore, sulla cinta; sul davanti i pizzi vengono infilati dentro il busto, lasciando fuoriuscire i merletti. Cartonella (o cortonella): piccolo cerchio di cartone ricoperto dalla stessa stoffa (increspata) della “centa”, che forma, nella parte superiore un fiocco; tutt’intorno è ornato di fiori multicolori. Raccoglie all’interno i capelli che vengono fissati da un lungo spillone a testa mobile, di filigrana, riproducente un fiore, e viene chiamato a maula (fiore di malva). La cartonella va posta appoggiandola con la parte inferiore sul collo, all’attaccatura dei capelli. Fazzolittu ’n capu: rettangolo di cotone che viene inamidato più volte. Viene posto sulla testa e ricade all’indietro sino a toccare il fazzolittu ’n collu. Anch’esso è ricamato in oro ed orlato di larghi merletti. Viene fissato sul nodo del fiocco della cartonella tramite uno spillone impreziosito da una perla. Ori: gli ornamenti della vunnella sono costituiti da una catena d’oro a tortiglione più volte attorcigliata intorno al collo, da un collino con pendente (pandantiffe), orecchini lunghi, file di perle, anelli vari.
 
2. PROVERBI E MODI DI DIRE
 

InUsulate – Vita e sapere popolare a Montecelio è rappresentato un vasto campionario di detti proverbiali suddiviso in 14 sottocapitoli (Noi, noi e gli altri; La natura e il calendario; La campagna; Il lavoro; La roba; La famiglia; La vita sociale; Così va il mondo; Così si campa; Vizi e difetti; Ogni paese un’usanza; Campare cent’anni; La fede; Lengua viva) dai quali spigoleremo alcuni esemplari:
Palommarése, Marcellinése, Santagnelése … culu de pece, / mazzu calatu, culu ’mpeciatu(apostrofe dei Monticellesi nei confronti dei vicini paesi); Stagione d’erba, stagione’e mmèrda; Pióvi pióvi mo, casca l’acqua a Morrico’ / e quanno sì cascata, arevàttenn’a Palommara (la filastrocca era cantata per far spiovere, mandando la pioggia nei paesi vicini); oju e pótra, tuttu all’inférnu (non fare di ogni erba un fascio; nei vecchi frantoi l’olio non veniva separato con un piatto metallico; il residuo (pótra) conteneva ancora olio residuo e perciò si buttava in una vasca di decantazione sotterranea (l’inférnu) dove l’olio, venuto a galla, veniva recuperato a favore del padrone del frantoio); U lavuru se tròva pe’ amicizzia, parentela e puttanismo; A laorà non è vergògna; chi prèsta disèrta; Chi tè pórvere spara, chi tè quatrini mura; Pe’ ’rriccà ce vò: un trovà, un rubbà, un lassà (Per arricchirsi: o trovare un tesoro, o rubare o ereditare); Mèjo èsse ’a pucca (bambola) de u vecchju che ’a sèrva de u giovane; Padre, Fijòlo e Spirito Santo / so trovatu l’àsenu mentre campo (Ringraziamento a Dio per aver trovato il marito destinato a mantenerla vita natural durante); ’Na bèlla scarpa sarrà ’na bèlla ciavatta (Una donna bella da giovane, lo sarà anche da vecchia); I fiji se ’ccarìzzanu quanno dórmu; Quanno sóna l’óra ’e notte / tutte a casa ’e paciocche (ragazze); È più jerdusu (sdolcinato) de ’n fiju ùnicu; Acqua córre, sangue strégne. / ’O sangue non è acqua (i vincoli di parentela sono importanti); Fratéllu cortéllu, fiju stillu, marìtu stannacannitu (stillu: pugnale; stannacannitu: arnese di ferro per eliminare gli spuntoni delle canne); U Campu è ’na vacca / chi mógne e chi ’ratta (il Campo è quello di aviazione di Guidonia, la “città dell’aria); Pó ì a ’ppiccà ’e canasse a ’a Porta (Sai cantare così bene che ti puoi esibire alla Porta, dove si svolgevano le gare di poesia a braccio tra i molti “poeti” di Montecelio); È cómme u puzzittu dell’acqua santa (le persone concilianti vengono sfruttate da tutti); A chi ji feta u tallu, a chi ’a gallina, / a me me ss’è morta ’a jocca sopr’all’ova; Quanno tòneca (tuona), da qua’ parte piove; Non fa’ male ch’è peccatu, / non fa’ bene ch’è sprecatu; Tòcca volésse bène da vivi e no’ da mórti; Non tè né ócchi né léngua (persona discreta che non sparla e non si impiccia); Chi tè occhi e léngua ’rriva ’n Sardegna (chi sa guardare e chiede spiegazioni va lontano); Per la mia ’gnoranzità, io so fiju a Parlanfaccia (non mi si dia del maleducato se io dico la verità); Pésa più ’a pénna de ’a zappa; ’A via è de u papa, / chi ce piscia e chi ce caca (Quando la via pubblica…); Non te fidà de chi se revarda’e ponte’e i pédi (i “guardabassi” sono reputati traditori); Omo de caccia e òmo de cannuccia (fumatore, dalla cannuccia della pipa) / trista quélla casa ’ddo’ se ccuccia!; Non te ’nfónne (bagnare), ché non piòve (si dice a una persona permalosa); No’ ’o dì a chiélli / che ce sémo fatti i frascarélli (non far sapere in giro che ci siamo fatti i frascarelli, tipica pasta da poveracci, solo acqua e farina); Mpigni, palugni e magna (intingi, ungi e mangia: un buon boccone deve essere intinto nel sugo o unto con il grasso); Chi tè ’a sanità è riccu e no’ ’o sa; Dóppu ’a quarantina / ’n malannu pe’ mmatina; Pèttene e culu ’n se presta a gnisciunu (pettine e indumenti intimi non si prestano: questione di igiene); Sett’óra ’e dòrme ’n corpu, / ott’ora ’e dòrme ’n pórcu, / jèce óra dòrme ’n mórtu (invito a non poltrire a letto); Se Dio non protegge ’e puttane, / u Paradisu ji u tòcca a dà a piggióne (Se Dio non perdonasse le puttane dovrebbe dare in affitto il paradiso).
 
Alcuni modi di dire:
 

Acquantu me u so vistu ’nnanzi! (Improvvisamente me lo sono visto davanti); Sta ciùfula e rebbócca (come fischi, ti risponde); Va cutulu cutulu (cammina zitto zitto, di soppiatto); va cassa cassa (il lavoro procede lentamente ma in modo ordinato); va triciu triciu, muru muru (cammina rasente al muro); È pavoria! (è cosa da far paura); E che, sì de Regno? (Vieni forse dal Regno di Napoli? Espressione che si usava per beffeggiare chi non capiva con prontezza); Me ss’hau fatti i panci ’n mócca (Mi si sono formate le ragnatele in bocca); ’O so’ trantisu (l’ho mezzo sentito dire); Se u trittichi, zézzeca (se lo agiti traballa); Quissi fau vedé i pórchi co’ ’e corna (sono capaci di far credere cose impossibili); S’hau fattu ’nciarmà (si è fatto imbrogliare); vidi de fà ’n allustru (vedi di fare in un lampo); ’N gni da’ diénza a quuissu (non starlo a sentire).
 
3. TOPONIMI E SOPRANNOMI
 
Toponomastica
 

Tra i luoghi del territorio monticellese indicati da Filippo Greggi nel suo Parolario… a pp. 39-40 segnaliamo: arioporto (Campu), Carcivòve, Colubru, Fonte Mammória e Fonte de u Gnóffu, Péschju róssu, Piru Ruttu, Scarapellata e nella toponomastica urbana: Arcu, Bùveru, Costarella dei Frati, Foremura, Mazzamorélli, ’Mmazzatora, Rencriccu, Vucèra.
 
Soprannomi
 

Ecco una scelta di soprannomi da una ricerca effettuata dall’Istituto Comprensivo di Montecelio Scuola Media:
Arzundeto, Buzzibu, Cacabbocce, Centouncapélli, Cicchitinfrònne, Don Carciòfolo, Frigu, Gattumaòne, Lopinaru, Luccittu, Lungu, Lònga, Maico, Mucchetàfani, Muccusiccu,  Nicchenacche, Nzaccanòcchie, Pastebbròcculi, Pinciarèlli, Pippacchjòne, Ppopòtamu, Purgatòrio, Quattropagnòtte, Romanàpoli, Sbanfasassi, Sciòpero, Senzacoscènza, Sfilapippe, Sgeregheghè, Sgrullaciammachèlle, Sindichittu, Slovaccu, Smerdalàpidi, Spacchemmagna, Spavènta, Spicciacapanne, Stalin, Sventracornacchje, Tacchebòmma, Tirillallà, Tischetòsche, Vobbeannònna, Zuzzù.
 In Comme ’na lura, Teresa Sperandio Pioli riporta una cinquantina di soprannomi tra i quali scegliamo: Dottorlongo, Frosciuló, Avvocato dei stracci, Bellapippa.

InUsulate – Vita e sapere popolare a Montecelio da una lista di 450 soprannomi selezioniamo: Culumagnusu, Ndondorondò, Ppedecaciòce, Scinciadonne, Spojamorti.

 
 
4. CANTI, FILASTROCCHE, INDOVINELLI, GIOCHI, GASTRONOMIA ED ALTRO
 
4.1 CANTI
 

Ancora da una ricerca effettuata dall’Istituto Comprensivo di Montecelio Scuola Media ecco alcune strofe che venivano cantate dagli uomini quando si recavano nelle fraschette (osterie) accompagnati di solito da semplici strumenti musicali come la svinvarola e u tamburellu.
Fiòre d’ornèllu, / se ’nvèce ’e vedè rusciu vidi giallu, / te’ ncarri ’a staccionata, co ’u cancèllu.
Fiòre de sfràggine / tè u muccu niru còmme a folìggine / e puzzi de bruttézza e sfacciatàggine.
Fiòre d’urmittu / me so’ fattu ’n zinalittu curtu curtu / e sòtto me sse véde u cchjicchjittu.
Fiòre d’arbucci / te tòcca a rosèca i catenacci, / ’a serratura co’ tutti l’occhiuzzi.
Fiòre ’e a mènta / e si più brutta de ’a sorvejanza, / de tanti amanti si remasta sènza.
Alla II Edizione del Festival della Canzone Monticellese (26 Settembre 2009 in occasione dei festeggiamenti in Onore di San Michele Arcangelo), Roberto Tuzi ha scritto una canzone dedicata ad uno dei personaggi simbolici di Montecelio “Porverone”. Eccone il testo:
Porverone era giacca e corpittu / Porverone era ’n regazzittu / perchè ridea comme ’na criatura / quanno ’u ’ncontrii pe’ ’a piazza / oggi comme allora. // Porverone era ’ddore ’e sigaru / quanno te reccontea de ’a guerra ’e Spagna / ddo’ ’n passa ’o callu ’n passa mancu ’o friddu / dicea friscu comme ’na rosa / e po’ se ’lluminea ’gni cosa. // Porverone era senza pretese / u simbolu de ’stu paese / era ’a poesia de ’ste mura /
u core e l’anima più bélli / Porverone è Monticelli.
In Comme ’na lura, Teresa Sperandio Pioli, tra una dozzina di stornelli scegliamo:
Io faccio er carrettiere cor carretto, / le bionde io le pijo a tratto a tratto, / le monticiane appoggio all’arboretto.
Fior de mortella, / prima eri ’na fontana d’acqua bella / e mó si diventata ’na pescolla.
Da Usulate una Canzone a rovescia: Saccio ’na canzóne a rovèscia / e a rovèscia la vòjo cantàne. / Me arzai ’na mmatina, era de fèsta, / vajo a ’a vigna e me métto a zappane. / E védde ’na cerasa, era ’na cèrqua, / e me cce mése a còje i prugnóli. / È venuto u padróne de ’e pèrseca: / “Chi se ha cóti i follacciani?” / “Me i so’ cóti io, quattro sborduni” (Nella canzone alla rovescia vediamo che su un albero di ciliegie, che era una quercia, si raccolgono le prugne, che erano pesche e finalmente fichi di due tipi i follacciani e i sborduni).
Stornelli:
Alla finestra tua ce só li vasi / de qua e de là ce so li panni appesi / e in mezzo ce stai tu, bocca de baci.
A piazza ’e Monticélli è fatta a giri, / chi a còpre de ròse e chi de fiuri / e lo mio amóre ’a còpre de sospiri.
Quantu me piaci! / bàsame, non me ’mporta se m’abbruci, / vojo morì affogato da li tuoi baci.
Se l’acqua de lo mare fosse gnostro, / ’e penne del pavone fossero ’n fascio, / vorrei sta’ sempre a scrive’ il nome vostro.
Quantu me piaci! / me pari ’na minestra ’e pasta e céci, / me tte vorrìa fenì a forza de baci.
’Rrizzate Marì che jémo a mète / se non me ’a vo’ dà fammélla véde / ’a peparòla ddo’ mitti ’o pépe.
Oltre agli stornelli a Monticelio erano in uso i canti alla mietitora (Es.: A mète’ a mète’, ché lo grano è fatto / e ce vonno ciambelletti e vino bono. // A mète’ a mète’, ché lo ranu è fattu / e u sorricchjittu meu ’o taja tuttu. // Padró, se non pórti pane e casciu, / le gregne te le ’ttacco tutte a busciu) e i canti alla carrettiera (Es.:  E tu, cavallo, ’jùtamela ’sta salita / ché a Roma te ’a compro ’a brunzignera (cintina di cuoio attaccata al sottopancia della bestia). // E sò carrettiere e porto le capezze / e le sò domate due cavalle stacche / due cavalle stacche / e vengo pe’ donalle a le tue bellezze. Erano intonati sul campo o per la strada, con l’unico accompagnamento del monotono fruscio provocato dal falcetto o del cigolio delle ruote
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni e scongiuri
 
Filastrocche
 

Da Usulate:
Domicantò / cuticche e cutò / ’e favi só cotte / e ’e cótiche no (uno dei tanti nonsense a sfondo alimentare); Fargu fargacciu, / famme ’n giracciu, / famme tunnu tunnu / sennó te llèvo da u munnu (Alle Coste, nell’imminenza di un temporale, si radunavano stormi di falchetti e i bambini cercavano di allontanarli facendo chiasso e agitando fazzoletti); ’Mmazza pedócchi (pollice) / scorza cotturu (indice) / maggióre de tutti (medio) / mitti l’anéllu (anulare) / pimpirinéllu (mignolo); Passa passa bua / u cane magna l’uva / l’uva se l’ha magnata / e ’a bua è passata (si recitava per consolare il bambino che si era fatto male).
 
Indovinelli
 

Da Usulate:
Ce tèngo na cósa / che ’ddora de ròsa / e ròsa non è. / ’Ndovina ched’è (la saponetta); Ce tèngo’na signorétta / che quanno ’a ’cchiappi zompétta zompétta. / ’A mèrda che caca / se ’a magna pure u Papa (il setaccio per la farina); Dó pédi sta sedutu sopr ’a tre pédi e tè ’n mani ’n pède. Va llà quattro pédi e se ji pija u pède. Se rizza dó pédi, ji tira tre pédi e se ji repija u pède (un uomo sta su uno sgabello a tre piedi, e tiene in mano uno zampetto di maiale. Arriva un cane e glielo ruba; l’uomo si alza, gli tira lo sgabello e si ripiglia lo zampetto); Pezzutu pènne, pelusu ’ttènne; / casca pezzuttu ’mmocca a pelusu (L’uva pizzutello e la volpe).
 
Scioglilingua
 

Da Usulate:

C’era ’na vòta ’na vècchia, ’n vécchiu, / ’n cane e ’n gattu, / ’na pigna e ’n piattu; / sapéte che féce / ’sta vècchia, ’stu vécchiu, / ’stu cane, ’stu gattu, / ’sta pigna e ’stu piattu? / Vau ne u mare voduni voduni / vau ne u mare voduni vodènno, / vau ne u mare vottuni cojènno (filastrocca nonsense, efficace per esercitare la memoria e per favorire la scioltezza della lingua).

 
Invocazioni
 

In Montecelio in festa Maria Sperandio riporta una preghiera a San Michele appresa dall’autrice dalla viva voce della nonna Agnese: S. Micchèle Arcangelu méu beatu / che pisi l’anime dei peccaturi, / quanno l’anima méa te so’ mannatu, / Santu, te prego che non m’abbanduni. / Tu che conusci ’a mea coscienza / damme pace, repusu e penitenza.
Teresa Sperandio Pioli in Comme ’na lura riporta una versione monticelliana della preghierina (razzionetta) serale, prima di addormentarsi: A léttu a léttu me nne vo, / l’anima méa a chi ’a do? / ’A do a S. Silvestru / che me refece u lettu; / a quattr’angeli de Dio, / tutti intorno al letto mio. / Unu de qua, l’aru de llà, / ’a Madonna ’i rencoronà. / Gesù mio che me disse / che paura non avesse, / che ’e porte dell’inferno / non me ’e chiudesse / e le porte del Paradiso me le aprisse. / Io vado in Cielo e trovo 3000 chiese: / una all’Angeli, una all’Arcangeli, / una a me, una a voi, / una ai poveri peccatori.
 
Scongiuri
 

Da Usulate:
Fócu, fócu ardènte, remìttime u dente; / remìttimelu rittu cómme tenéa quistu (quando un bambino perdeva un dente da latte, questo era bruciato, forse perché non fosse mangiato da animali, ma certo in origine per uno scopo magico)
 
Ninne nanne
 

Da Usulate:
Ninna nanna, ninna oh / che pacénza che ce vò. / Co’ i pupi non c’è pace, / ’a minèstra no ji piace. / Ninna nanna, ninna oh / che pacénza che ce vò.
 
Imprecazioni
 

Eccone alcune inUsulate: T’arria da spojà ’n furminu! Te pòzza ccòje ’n lampu a ’o scuru, cocì no’ u vidi! Te pózzi fà niru cómme Rrotó! (Rrotó, tabaccaio-caffettiere, morì fulminato toccando la macchina del caffè). Che ’n pózzi fà notte! (Che tu non possa arrivare alla notte). Te pòzzanu basà refriddu! (Ti possano baciare dopo morto). Te pòzza ccòje ’na tropèra (tòneca, salétta) fémmona, coscì refijula (ti possa colpire un tuono o saetta femmina, così fà i figli). Che te pózzi struje (consumare) cómme ’na cannéla! Che pózzi fà ’a fine de u cotturu (paiolo), co’ ’nu ’ncinu ’n canna (gola) e u fócu ’n culu! Te pòzzanu dà ’n’ora ’e pietrate! Te pòzzanu fà a papili (Ti possano ridurre come gli stoppini).
 
4.3 I giochi
 

Una vivace discussione tra giocatori di carte in “Doppu’a partita” in Rustici accenti di don Celestino Piccolini: – Varda se che manèra de gioca’; / te scarto a spadi, so ’ccusati i tre, / jamo denari e tu non me ce vé… / se dormi sviju, a carte non ce fa. // – Tu cò tutta quess’aria che te dà, / pretennerissi de ’nsegnallo a me? / Remmammìtu che si, pe’ stà cò te / tre partite me tocca da paga’! // – Pe me? mbè non m’accusi ’lli tre dova, / po’ te remagni ’lla napulitana, / addò te si ’mparatu a Tignicova?* // – E tu u te’ quartu e te fa magna’ l’assu? / vola ’llu dova ssuccu per diana! / Ma nvece de gioca’ vattene a spassu! (*umile paesello, per dire che ha imparato dove si gioca poco o punto).
Ai giochi di ieri e di oggi, ad integrazione delle descrizioni fatte nel Parolario, è dedicata un’appendice dello stesso che di fatto è una trattazione dei numerosi giochi di una volta (‘Nnabbuschittu, Dòpedo, Picchjerittu, Murè, Padregirò, Ficofischio, Stóppa, Merca, Sara, Zampacavallulungu, Agnillu, Unu monta ’a luna, Città, Palla a cavallu, Palla quadrata, Caraghè, Pa’ o Pacca, Vera, Irchetto, Morrone, Riga, Battimuru, Centu, Sommulélla, Ventarolétta o Elica, Buogiorno Re, Uno, due tre, stella!, Vola Gigino, Mari e monti, Vola vola, Piso pisello, Busciusettete!, Sédia e ssediola, Arri arri arri, Bella piazza, Mazzabubù o E cù e cù e cù, Bijettini, Vottuni, Spacca, Spacca forcinelle, Spaccamattó, Zicaréllu, Zìcula, Cotognella, Buscetta, Chizzottà, Battimuru, Gioco con la palla (per bambine), Bella che dormi.
 
 4.4 Gastronomia
 

A Montecelio la gastronomia offre (primo sabato e domenica di settembre) le pinciarelle, primo piatto tipico di pasta fatta con acqua e farina in forma di grossi spaghetti e condita con sugo di pomodoro fresco appena cotto, e formaggio locale, in genere pecorino.
Altro primo piatto i frascarelli (gnocchetti fatti con farina e uova. Si stende la farina su una tavola e poi tramite ‘uso di un cucchiaio si aggiunge del tuorlo d’uovo, che amalgamandosi con la farina forma gli gnocchetti. In genere si condiscono con un sughetto leggero di pomodoro fresco.
Un dolce caratteristico pasquale è la palommella. Consiste in una figura femminile realizzata con pasta dolce (simile alla pasta di sale) che porta sulla pancia un uovo simbolo di fertilità e rinnovamento, in genere il dolce è destinato alle ragazze.
A Natale, si può gustare il tipico panejallu, ottimo dolce a base di frutta secca (noci, fichi, nocciole, ecc.), uva passa, farina, zucchero e miele.
Altri cibi tipici sono menzionati a p. 59 del Parolario monticellese.
 
5. TESTI DI PROSA: IL TEATRO, I RACCONTI
 
TEATRO
 
Rusconi Nicola, è autore della spassosa Hau fatte ’e cóse bè? Commedia dialettale in due atti (dattiloscritto inedito).
Sergio Fedeli. Nasce a Montecelio (Roma) l’11 maggio 1953. Nel 1974 scrive le sue prime poesie e partecipa alla rappresentazione di una scenetta in dialetto durante la festa tradizionale del suo paese.
È tra i soci fondatori della Famiglia Artistica Monticellese un’associazione culturale polivalente. Inizia, in collaborazione con Pino Armezzani del circolo culturale Gianni Bosio di Roma, un’attività di ricerca sulla cultura popolare a Montecelio che dà buoni esiti. Nel 1978 fonda l’Insieme Teatrale. Inizia a scrivere e a dirigere rappresentando numerosi spettacoli imperniati sul dialetto locale i cui testi nascono da un’ulteriore ricerca sulle tradizioni locali. Pubblica i volumi “L’Insieme Teatrale 1” e “L’Insieme Teatrale 2” nei quali raccoglie i testi di alcuni spettacoli dialettali. Nel 1981 ottiene ‘autorizzazione da Eduardo De Filippo a tradurre e rappresentare in dialetto monticellese “Natale in casa Cupiello” che ha grande successo di pubblico e di critica. Nel 1982, ’83, ’84 collabora all’organizzazione dei Festivals internazionali di teatro che hanno luogo a Montecelio partecipando anche con uno spettacolo prodotto dal suo gruppo. Nel 1989 fonda il Teatrargo con il quale scrive e dirige numerosi spettacoli e dal 1998 assume la carica di direttore.
Nel 1996 pubblica la raccolta di poesie Il dolce tempo che riparte. È imminente la pubblicazione di due suoi libri: Il teatro a Montecelio dal 1900 ad oggi e Tre favole per cantastorie
(fonte: https:////www.montecelio.it/Arte_Cultura/Artisti.htm).             

TEATRARGO – Il nome dell’associazione è stato scelto pensando ad Argo, l’ingegnere che progettò la nave degli Argonauti condotta poi da Giasone alla conquista del Vello d’oro. L’attività del Centro consiste principalmente nel produrre commedie in dialetto locale, spettacoli d’autori internazionali, quali per esempio Euripide e Ionesco e nazionali come Pirandello ed altri, spettacoli di piazza e per bambini. Il TeatrArgo è un punto di ricerca e sperimentazione teatrale. L’associazione non ha scopo di lucro. Una particolarità del gruppo è di presentare gli spettacoli anche nella piazza o nelle strade del centro storico di Montecelio. Il Presidente e Responsabile Amministrativo è il sig. Franco Sperandio, la Vice Presidente la sig.ra Giuliana Masciarelli, il Direttore Artistico è Sergio Fedeli che cura anche quasi tutte le regie dei lavori prodotti. Il TeatrArgo è la continuazione naturale e logica dell’Insieme Teatrale che nacque a Montecelio nel 1978 grazie a gran parte delle persone che attualmente sono iscritte ad esso. Quindi l’Associazione conta ad oggi 25 anni di vita e una produzione teatrale assai notevole. Dal 2003 la sede è nel nuovo Teatro Comunale (gestito dalla stessa associazione) in via del Pozzo intitolato a Melito Margozzi in arte Dario Vittori
(fonte: https:////www.montecelio.it/Teatrargo.htm).
TeatrArgo ha prodotto e rappresentato:
Povèri ma ricch’ ’e core (farsa) di Teresa Sperandio e Sergio Fedeli.
Luci che se ’ppiccianu e smorzanu (commedia) di Sergio Fedeli.
Storia reccontata (dramma) di Sergio Fedeli.
Daa mmatina aa sera e ’u giorno doppu (atto unico) di Sergio Fedeli.
Recital di poesie in dialetto monticellese di autori vari.
 Mmascarata (teatro popolare) di Sergio Fedeli.
Mmascarata n° 2 (teatro popolare) di Teresa Sperandio, Laura Pioli, Sergio Fedeli, Silvano Fedeli.
Natale in casa Cupiello (commedia) tradotta ed adattata in dialetto monticellese da Sergio Fedeli su autorizzazione di Eduardo De Filippo, edizione 1986.
Ommenu de casa tra moje, stracci e fije (atto unico) di Sergio Fedeli.
Facelle (pièce) ideata da Sergio Fedeli.
Trallallerollallé – Il drago, il gigante e il piccolo re (pièce) di Sergio Fedeli e Elena Lomuscio.
Natale in casa Cupiello (commedia) tradotta ed adattata in dialetto monticellese da Sergio Fedeli su autorizzazione di Eduardo de Filippo, edizione 2003-04.
’A stecchietta (commedia) 2005 di Vincenzo Cenciarelli, adattata in dialetto monticellese da Sergio Fedeli
La lezione (dramma) 2006 di E. Ionesco.
Semo de razza bbona! (commedia) 2006 di Vincenzo Cenciarelli, adattata in dialetto monticellese da Sergio Fedeli. (fonte: https:////www.sitopreferito.it/notizie-guidonia/5164-GUIDONIA-%5C)
Il 15-16-17-24-29-30 e 31 Maggio 2009 presso il Teatro Comunale “Dario Vittori” a Montecelio, TeatrArgo ha presentato L’amore n’ se paga, commedia in dialetto di Italo Conti (Prenotazioni al 334.7649127)
Alfonso Gianolla (detto Pierino)  è autore, tra l’altro, della commedia in due atti in dialetto monticellese "In questa casa sostò Garibaldi", pubblicata nel 2011 dal Gruppo Archeologico La tino "Latium Vetus Sezione Cornicolana, con una presentazione di Filippo Greggi e Maria Sperandio. Gli autori della presentazione informano che Gianolla (1919-2010) non era di Montecelio ma qui era cresciuto (alla Vucera) e vissuto, fin da quando venne dato a balia alla famiglia di Cecilia e Camillo Terenzi (Sfilapippe). Egli "conosceva molto bene il dialetto e lo usava per scrivere commedie e dialoghi che per il suo carattere schivo e riservato ha fatto leggere soltanto a pochi amici. Negli anni Settanta contribuì ad uno spettacolo tenuto in piazza con un dialogo ("U rimorchione") molto apprezzato dal pubblico; del tutto inedite sono le commedie "U cesso" e "Il principe Cesi aveva una campanella", sicuramente insieme ad altri scritti, che speriamo siano rintracciati e ben preservati dalla pronipote Alberta Terenzi. (…) "In questa casa sostò Garibaldi", è una spassoca commedia in monticellese ambientata nei giorni immediatamente precedenti la battaglia di Mentana (3 novembre 1867); la trama è completamente frutto della fervida fantasia di Pierino, che ha però attinto anche a fatti storici tramandati dalla tradizione orale… (…) Lo scopo di Gianolla non era quello di parlare di storia: era quello di ‘fare’ teatro"
 
RACCONTI
 

Ecco un brano assai raro de “La Dama di Guascogna e il Re di Cipro” (tratta da Decameron I, 9) in monticellese e ottenuta in loco negli anni Trenta dallo studioso Bruno Migliorini, all’epoca assai giovane. (per comprendere meglio la trascrizione le in alto stanno per o molto chiuse):
U rré de Cipr⁰, mortificatu da ’na fémmona de Guascóggna, da remmammitu è ddeventatu resolutu e ssevèr⁰(o ssivèr). Na vòta quann u Sepurgru de Ggès⁰ Crist⁰ u tenéanu ’mmani i Turchi, a Ccipr⁰ ce comannéa nu rré stupidu. Allóra na ricca siggnòra avéa fattu n vutu a u santu Sepurgru perché u Siggnóre j’avéa fatta na grazia. N’o revenì s’è ffermata a Ccipr⁰, ma lallóco s’è ’ncontrata coll’aguzzini e je n’hau fatte d’óggni manèra. Poverétta! ’N’ ze potéa dà pace, e ha penzatu de ì a ttr⁰và u rré pe recramà. N’ómmenu ke a védde tutta penata je disse: addó và? E a fémmona je respóse: vajjo a ttrovà u rré perché nu birbaccióne m’ha mardrattata” (…)
 
Fiabe
Farfaluche e storie d’altri tempi, di don Celestino Piccolini, pubblicato postumo nel 2005 e curato da Maria Sperandio, è “un’antologia di racconti fiabeschi di un singolare prete-narratore-scrittore che, nella sua eclettica personalità, è riuscito a condensare i tratti culturali della sua epoca e ad essere attuale anche a distanza di tempo.” (Marcello Arduini). In libro si articola in tre parti: Novelle, Racconti per i piccini, Omaggio a don Celestino. Nella seconda parte figura l’unico testo in dialetto “U poveru canittu”, una favola in versi che trae lo spunto da un fatto realmente accaduto in uno slargo in via del Pozzo, dove si affacciava una macelleria e il negozio del barbiere sulla scalinata. L’intera raccolta è in italiano, ma costellata di termini contadini e di documentati riferimenti agli usi e alle consuetudini di vita locale. Lupi e briganti non mancano quasi mai, come pure è sempre vigile l’intento pastorale moralizzatore del parroco monticellese. Era tanto amato dai bambini che lo inseguivano per farsi raccontare favole: “Stavota che ce reccunti?” gli chiedevano ogni volta. “Abbi pacénza’ntoccittu, fijittu me” era la sua risposta. Poi non solo raccontava ma coinvolgeva nella sceneggiatura della favola i bambini. Così infatti lo ricorda Lanfranco Marini.
Davanti alla chiesa di San Lorenzo: Era u reddunu de i regazzi, / quannu u vedéanu, / tutti corréanu llà. / Qua’ cosétta bòna / pe’ tutti no ’a potea da’; / ma ’a farfaluca / non se ’a scordéa de reccontà testimonia nella sua poesia “Era de Monticelli” Antonio Fedeli.
Ma la farfaluca di Gnelèlla (versione monticellese di Capuccetto Rosso) era senz’altro la più gettonata. Ricorda Teresa Sperandio Pioli: “Sento ancora nelle orecchie la sua cantilena quando faceva la parte del lupo: Gnelèlla Gnelèlla / dove vai così bella? / dove vai così sola? / dove vai a quest’ora? Noi bambini passavamo lunghi momenti felici ad ascoltarlo, fino a quando arrivava all’uccisione del lupo e alla festa nel paese dove si svolgeva quella meravigliosa storia: Allora arrivarono le autorità per onorare il cacciatore, arrivò la banda… Ed eccolo imitare tutti gli strumenti musicali: era un vero spettacolo, perché con la voce e la mimica ti faceva vedere e sentire la tromba, i piatti, i tamburi… Con le mani lui stesso dirigeva quella immaginaria orchestra e noi appresso, felici, perché era sempre una gran festa che noi vivevamo veramente.
 
Nonno Tranvà di Filippo Greggi
Nonno Tranvà. La favola del carrettiere burlone è una raccolta di episodi di vita monticelliana di Filippo Greggi, in cui spicca la figura del nonno paterno e omonimo del’autore (nato a Montecelio nel 1871 “spesso argomento di conversazioni dialettali di cui vive e si nutre la Piazza di Montecelio”).
Di seguito ne riportiamo alcuni episodi, tradotti in italiano dall’autore.
(…) Diceva di non aver mai avuto paura di nulla e di nessuno. Chissà però se era vero che nonno Tranvà non aveva paura!
Il suo coraggio sarebbe stato messo alla prova se quando si era affacciato al muro del camposanto per salutare i due viandanti qualcuno lo avesse preso per le gambe e magari con una voce cupa gli avesse detto: – “Adesso vieni giù anche tu”!
Si dice che una volta, in un’analoga situazione, proprio questo gli fece suo cugino Raffaele, causandogli uno spavento da colpo apoplettico. Quando gli si chiedeva se ciò fosse realmente accaduto rispondeva: – Questo non è vero -. E commentava allo stesso modo anche di quella volta, tra le tante, che si era messo dinanzi al cancello del Camposanto a fare il fantasma, coperto dal solito lenzuolo bianco, per spaventare un viandante che aveva con sé un fucile carico.
Al suo gridare la vittima, anziché scappare impaurita, avrebbe messo lo schioppo in spalla e, nell’alzare il cane del fucile, gridato: – “Altolà”- mentre lui, spaventatissimo, avrebbe risposto: – No’ sparà’, che so’ Tranvà.
– Questo non è vero, si dice così solo perché fa rima – ripeteva.
In verità troppe persone hanno rivendicato, nel tempo, il ruolo di protagonisti dell’episodio, tanto da renderlo inverosimile.
Confermava di aver avuto paura soltanto in pochissime occasioni. Una volta verso Monterotondo, un’altra quando Agostino – mio padre – a tre anni gli cadde dal carretto; un’altra ancora quando Ottavio Martini gli fece volare via il cappello con un colpo di pistola perché qualche giorno prima, mio nonno, lo aveva fatto cadere dentro un fontanile mentre, salito sul bordo, tentava di mettersi a cavallo. Nonno Tranvà, passando, aveva solo detto: – Aah! – ed il mulo di Ottavio, obbediente, aveva fatto qualche passo in avanti.
Non gli dispiaceva, già ultraottuagenario, di risalire la scalinata o Via Capo Croce montando “a pelo” un cavallo bianchiccio e … ritornando a casa riportava, immancabilmente, una fascina o pezzi di legno che sistemava sul ballatoio delle scale, di fronte al camino che d’inverno teneva sempre acceso e che riattizzava in continuazione, fino a quando andava a coricarsi. Ciò avveniva molto presto e mai si sprangava la porta di casa; anzi si lasciava la chiave nella toppa.
Nonna Maria lasciava fuori la chiave anche perché aspettava che la lattaia, nel serale giro di distribuzione del latte, potesse salire liberamente e riempire il bollitore che le lasciava bene in vista sul tavolino. Una sera però dovette rialzarsi, mentre nonno Tranvà faceva finta di dormire. Era arrivata la lattaia con la tipica brocca d’alluminio: non trovava il bollitore e chiese dove dovesse versare il solito quarto di litro di latte.
– “Il recipiente sta sul tavolino” – diceva nonna Maria. La lattaia incredula rideva: sul tavolino quella sera c’era un vaso da notte e nonno Tranvà continuava a far finta di dormire.
Era vecchio ma ancora burlone!
Nel suo Il tesoro della memoria (che in ultima analisi è quello della memoria dell’antica e vitale comunità monticellese) Greggi, secondo Nino Novacco, si fa apprezzare per un “corposo realismo dei temi che l’Autore evoca, dando forme letterarie diverse – poesie, scenette teatrali, racconti, favole, trascrizioni, ricordi – al suo amore per questo paese, riconoscibile qui nella realtà dei personaggi ‘veri’ che stanno dietro ogni immagine, ma che paiono vivi ed identificabili nella loro ‘normalità’ paesana, e nella continuità dei caratteri delle donne e degli uomini evocati, come nella identità degli ambienti – la piazza, le strade, i cantoni – in cui si svolge ancora oggi tanta parte della vita quotidiana di Montecelio.
Nello stesso libro sono presenti gli atti unici: ’U biseculu; L’autobusse; L’ambulatorio.
 
Teresa Sperandio Pioli in Comme ’na lura. Poesia, teatro, memoria, presenta delle prose in lingua e in dialetto. Tra quest’ultime segnaliamo la spassosa “A Roma pe ’e spese” (monticelliani alle prese con le novità romane dello shopping).
Nello stesso libro figurano le commedie in vernacolo “Amore contrastatu”, in cinque atti, e l’atto unico farsesco “U lascitu ovvero I vecchi fau scola”
 
           
6. TESTI DI POESIA
 

In Usulate, sono degne di nota e di studio le versioni in monticellese di testi come la Diosilla (il Dies irae) e U Verbu, “reperti – come annota Ugo Vignuzzi – di una rarità stupefacente nelle nostre documentazioni; e quel che conta tutti rigorosamente attestati dal vivo uso fattuale della comunità dei parlanti”.
Don Celestino Piccolini è considerato, a ragione, il primo e ancora insuperato poeta di Montecelio, per la vivezza dei contenuti espressi in sonetti costruiti con notevole perizia contenuti nella raccolta Rustici Accenti. In questi “graziosi bozzetti in vernacolo” si rivela efficace ritrattista di vicende minute di paese, attraverso un linguaggio popolaresco molto espressivo, nei quali, annota giustamente A. Cerqua, “coi lazzi e le celie par di sentire il frizzo del vino e il caldo aroma del pane casereccio; mentre dai verdi piani e su per i colli popolati di ulivi sale la dolce pace agreste”. Il libro costituisce un prezioso documento del dialetto monticellese, una lingua locale di una comunità autonoma e differenziata per lingua e tradizioni, come orgogliosamente è rivendicato dal poeta nella poesia introduttiva “U poeta ’mbarazzatu”: Canto co’ quisti versi rusticani / cose scritte pe’ gente campagnola, / che all’aquila, che sopre a tutti vola, / preferisce tallitti paesani. // Sonetti mei, no jate tra ’e mani / de chi de ’sta parlata n’ sa parola; / me reccommanno de gira pe’ ’a sola / terra nostrana de i Cornicolani.
Rustici accenti si articola in cinque parti: “Svariate” (la più corposa, costituisce una sorta di summa di vita paesana che passa in rassegna usi e costumi, personaggi, storie paesane), “Tantu fume” dedicata al “dolce”, irresistibile vizio del tabacco, cui fa da pendant “E pocu arrustu” dedicata a scene di caccia e storielle di cacciatori, “Pee femmone” ritrae personaggi e storie di donne, ritratte dal vivo, attingendo alla sua frequentazione pastorale per descrivere l’universo femminile di un piccolo, pettegolo paese dove nulla sfugge alla critica del vicolo. Conclude la raccolta una decina di traduzioni di favole antiche, in cui l’intento moralizzatore, presente anche negli altri componimenti si fa ancora più esplicito.
Nella prima parte, nella poesia “Guidonia e la mia vigna” descrive efficacemente, alternando mestizia ed entusiasmo, il radicale cambiamento del territorio che trasforma la vigna paterna in città (la piazza, la torre e gli edifici adiacenti infatti sorgono nel suo ambito): Vignetta mea, da patremu piantata / che ’a votticella rejempii razzente, / mò si sparita, e ’na città fiorente / comme pè ’n incantesimu c’è nata. // Invece de ’e vite all’infilata, / ’na gran piazza revullica de gente, / municipiu, palazzi, ed eminente / sta ritta ’a torre vigile, quadrata. // Quanno repenzo a te me fa dolore, / ma pò svanisce tra l’idee lontane, / perché a vede Guidonia ride u core. // Dirrà la storia: – ’A vozze Mussolini, / vecinu a ’n nivu d’aquile romane, / nnea vigna dei fratelli Piccolini.
La durezza del lavoro nei campi balza fuori nel sonetto “La zappa”, nonostante la bonomia tipica dell’autore: Vanga e zappa po’ dì socera e nora: / ’a rascia o ’a padella, chi più noce? / questa te frije, quella te rencoce, / dee dova non se sa chi più addolora. // Mittite a vocca sotto più e più ora, / po’ dimme se retrovi ’n fil ’e voce, / se a luju u poveracciu è cosa doce, / che l’occhj ’cceca e ’a faccia te colora… // Nna schina u sole pare sì vecinu, / che scotta comme ’n ferru rrocinatu, / quanno u batte coa mazza Massiminu*. // Prova a rizzatte: te si reffiatatu! / È comme quanno vo’ rrizzà ’nu ’ncinu: / remani comme ’n càpetu** piegatu! (*fabbro ferraio; **tralcio).
Più aspra e compassionevole della sua triste sorte è “Poveru contadinu”: E’ na congiura contro u contadinu: / mosca, lazzara, tespa ed arzijone, / ’gni sorta d’animali, da padrone / entranu e te se mittu a tavulinu. // Róseca u sorge ’a pianta de cardinu: / ’e frommiche carrianu a pretessione; / u jerme nasce e l’oju se rempone, / ’a pronospera, e addio picchier ’e vinu. // Mo vè ’n nebbione che destruje ’a spica, / ’a gelata d’abbrile, po’ ’na secca, / ’a rànina che tuttu ji scenìca: // ’ccipicchia a ’a reccóta e chi l’azzecca! / Infine se ji tocca ’na mollica, / l’agente dell’imposte se ’a becca! Sulla stessa linea si muove anche il sonetto “U contadinu’ddoloratu” in cui la speranza in un anno migliore viene puntualmente frustrata (E sempre d’anno in anno a core ’n pena, / se tutti missi a mazzu eguali so’: / quanno so’ mortu vè ’a stagione piena!).
Ma don Piccolini si muove più a suo agio nella descrizione di numerosissime scenette di vita di paese che muovono al sorriso come “I do’ compari” che lamentavano i furti continui a loro danno ma ’na notte che i ladri zitti zitti // u cunfinu staveanu pe’ passà, / se scopriru! E coi capelli ritti / se salutaru: – Pè! – Ahò! compà! -; o come “Zi Simpliciu” che dopo aver spartito i suoi averi ai nipoti però ricorda loro: entrerrete ’n possessu… doppu mortu!; o il simpatico vignaiolo in “Passione pe’ ’a vigna” che confessa: quella vigna me fa ringiovanì, / è comme’a fidanzata che me spetta!. Di questa galleria fanno parte anche in “Fotografia” il fotografo che spiega al cliente Pasquale che rriccia u nasu e’nnarca ’e cija il motivo di una foto non ben riuscita: Se cou capu ’nchinatu sì venutu, / e ’a faccia recoperta dau cappellu: / potìi spettà ’n momentu a fa u starnutu;
L’intento moralizzatore di don Piccolini (presente in molti suoi testi) si fa lirico in “Vita o morte” tesa a esorcizzare la rarefazione delle nascite e il trionfo della morte triste prospettiva di ogni nazione de pupitti avara e alla quale contrappone una splendida visione: ’E cunnule, i lettucci, i nannarelli, / so’ comme a primavera fresche aiole; / sorridu i fiuri che’i basa u sole, / basi de madri, sorrisetti belli. // I pupitti,’i sciami dei cupelli, / ’e spiche, i quaiolini, so’ ’e scole / de vita au munnu, se morì non vole. / Che poesia ’a jocca e i pocinelli!
In “Trasformatrice meravigliosa” un simpatico elogio di quella machinetta, / che trasforma ’a robba che se jetta, / in prodotti da tutti recercati. (…) Se jama questa machina – callina -, / che pija mosche, jermi, bacarozzi, / revanzi de monnezza e de cocina… // E po’ trasforma ’st’alimenti sozzi / nne ’na sostanza sana, sopraffina: / l’ovu friscu, pe’ tutti i gargarozzi.
Per quanto riguarda la passione per il fumo basti la citazione della bella “Sicaru persu”: ’Rriva pe’ mogne ’a liva nnu levitu, / u focarillu ’ppiccia e fa i carbuni; / revòta pò ’e saccocce dei cazzuni, / dea sàrica e corpittu, ’mpalliditu! // Tutt’assieme parea fosse ’mmattitu: / ’a cupelletta manna ttummuluni, / accompagna coi gesti ’e ’mprecaziuni… / Se l’era persu, sete già capitu. // Refà ’a via pe’ ’n miju e più lontanu, / coll’occhj sempre fissi nna stradella, / comme ’n frate cercante francescanu. // L’avea retrovu ’a moje de Gregorio; / e quanno ji u redezze, disse a quella: / – ‘N’anima si levata in purgatorio! –
Dalla sezione dedicata alle donne, preleviamo “Polesia”, cruda descrizione di una sudiciona da parte di una vicina di casa: – Che se crompa l’occhjali ’Nnamaria! / Nata e pasciuta sempre tra ’o magnusu / senza conosce deo sapone l’usu: / a me vorrìa ’nsegnà ’a polesia! // A casa sea non me ce magnerrìa / mancu l’ova có ’a cocchj ’e ferrufusu; / ce se venga a specchià ’llu bruttu musu, / trento a càsoma, ch’è ’na sacrestia… // ’O vojo reccontallo, s’è vergogna: / recapa l’erba e ’ntantu ’cchiappa i puci, / e sopre au tavulinu co’ quell’ogna // fa scrocchie comme se rompesse ’e nuci! / E có ’lle rampe de mariafilogna* / pó ce remagna: sùgale só duci! – (*mantide religiosa, per i gesti che fa annaspando con le antenne)
Bruno Balestrieri, medico monticellese (1909 – 1990), latinista e profondo conoscitore del greco antico, amava parlare e scrivere nel dialetto monticellese. Nel 1978 fece stampare a sue spese Francisconata – Bernesca in dialetto monticellese con note e commento. Un’opera colta e popolare assieme, con approfonditi studi di fonologia e ortografia dialettale, statistica dei dialetti, pedagogia e sociologia del linguaggio.
Filippo Greggi è autore di Il tesoro della memoria in cui storie reali, favole, metafore, scenette teatrali, ricordi e poesie, ruotano attorno ad un tema univoco: il recupero dei ricordi e delle radici monticelliane dell’autore attraverso personaggi e luoghi tipici e topici. Ciò si evidenzia soprattutto nella poesia “U paese miu” quillu de sbinnonnemi… / ’n pressepiu de casi a carge / reppennicatu ’n faccia a Roma / ’ddó / ’n concerto de campane / da tre acchjese ’n celu va (…) e ’ddo tutti se jamanu pe’ nome, ancora oggi.
Il Greggi che preferiamo però è quello lirico come in “Primu friddu”: Piovillica e pennecchja da tre dì. / Nne loru méu do’ merle / ’ngordonite bbeccanu / ’e pallocchette nere. / Pe’ terra se nnatica ruspenno / ’na covancinciuletta. / U petturusciu / padrone de ’a fratta / se ’mpavona / (o ’u spulla u ventu). / ’N lampu. Ha tonecatu. / Refuju tutti / tra i generusi / macchjuni de ’e Carpeneta. / Sparisciu tra coluri / che chinca pittore / vorrìa sapé refà. (Pioviggina e nevischia da tre giorni. Nel mio alloro due merle golose beccano le bacche nere. Per terra si scuote raspando con le zampette una piccola cinciallegra. Il pettirosso, padrone della siepe si impettisce come un pavone (ma è il vento che gli gonfia le piume!) Un lampo. Un tuono. Tutti gli animali fuggono a nascondersi tra i generosi cespugli delle Carpineta. Spariscono tra colori che qualsiasi pittore vorrebbe saper dipingere.
In dialetti a confronto nel Medaniene, Associazione cult. S. Vittoria, Anticoli Corrado, 2010, figurano in antologia due componimenti di Greggi “Live ’n fiamme” e “’A crocetta de campusantu”. Nel primo vibra l’indignazione del poeta per la distruzione a causa di mani vigliacche di olivi secolari che: De ’stu panorama eran ’n vantu / so’ state reddute a ’nu piantu. Nel secondo il pensiero è rivolto ad un’antica crocetta de ferru rruzzunita, / piegata da ’u tempu e da ’u ventu, appena fuori del paese che co’ cristiana pietà / saluta chi vè / spetta chi va / benedice / chi se ferma ’n po’ più jó.
Teresa Sperandio Pioli è autrice tra l’altro di Comme ’na lura. Poesia, teatro, memoria, un volume in cui sono presenti alcuni suoi componimenti poetici in lingua e in dialetto tra i quali segnaliamo “Monticelli”, un inno al paese natale, gli “Epigrammi” e “Paremu” poesia vincitrice tra l’altro del Primo premio “Don Celestino Piccolini” in cui il doloroso ricordo viene racchiuso in: ’n basu, ’na carezza, ’n sordu regalatu.
Fabrizio Ciamarone, è autore della raccolta Parlata mia (2000), 20 poesie (due sono in romanesco ed una in italiano) che minimalisticamente l’autore definisce appunti in bella copia destinate ad amanti del “nostro non facile dialetto”. Tra nostalgia e disincanto si muovono molti suoi dei testi: in “A coggìnomi” il problema è di vendere “casa de nonno”, dove l’autore è cresciuto ’mpauritu da ’o scuru e da i remuri, / co’ u fócu sempre arzillu e ’a ddore ’e sugu / co’ ’e feste de Natale, co’ ’a caciara, / co’ do’ bell’órti ’nfaccia a tramontana, / ’e cantine, u ranaru, u puzzu e l’arca // sempre piena de pane e de ciammelle / mo’… dice che se sfónna e ’a tocca a venne. / Cértu se s’ha da fà…! Ma me ce ccòro! Perché, purtroppo, quelle rare volte che ci passa sento comme ’n lamentu ’nzieme au véntu / … de tanta gente ’n ci sta più gnisciunu! In “U nannarellu”, l’oggetto della dismissione è il girello per bambini: u fece tata co’ ’e rama de n’urmu / e ce mettéanu tréntu u jattaréllu. Lo usò Lucia per suo figlio e lo prestò a Nanna per la sua nipote e in seguito ce crescì trénto Arfonzo, Marianacciu / e Paulu u cióppu… Ma quando se lo ritrovò tra i piedi la signora romana che aveva comprato casa: dicì che era “antiquato” …e u mése a fócu! Analogo è il tema di “’U tirafore” (Il cassetto) abbandonato nella cucina ormai in disuso dove c’era: con la credenza a vetri, / con la conca, il lavandino ed il lampadario di carta / con il filo sporco di escrementi di mosche (scacarijiatu) c’era un tavolino sganganato // con il cassetto risistemato di recente. Ma quante cose ci potevano entrare! Ed ecco la struggente elencazione: Ci staveanu i spaghi pe’ taccane / un cortellacciu mezzu rruzzunitu, // qua’ sarvietta magnosa, ’na ’ncerata / dô cannele co’ i prospari, tre tappi / ’na cartolina co’ ’u fijiu sordatu, // ’a carta straccia co’ i cunti refatti / qua’ capoccetta d’ajiu, ’na cipolla / e ’mpezz’e renga ’mmezzu a ’n giornalacciu.Infine, in antologia, l’incanto di una pioggia rigeneratrice, a mezzagustu, nel canto disteso di “Laudato si’”.
Antonio Margozzi ha ottenuto un riconoscimento nel Premio Mezzaluna di poesia del 1988 con la poesia “Quanno è sera” la cui ambientazione non può che essere monticellese: Sparisciu ’e facce ’e vuci ’a paura / se ’ppiccianu i lampiuni, e / nnì viculi trento ai cantuni, / se smorzanu i remuri, quanno è sera. // ’N momentu quistu de ’na gioja vera, / de sta’ tutti ’ntorno a ’n tavulinu, / de reccontasse, de ’n picchjier’e vinu / de fà ’n po’ de storia, ma de quella vera. // E sallu i recordi, comme ’n fiottu, / dei padri, dei nonni, de fatti reccontati, / de seculi passati / nzerrati trento au pettu. // ’Ntantu ’u silenzio và rejempienno tuttu, / fiotta ’o sangue trento ae vene, / pisi quantu datu, quanto te revène / prima che ’o scuru te sse gnjotta tuttu.
Nello stesso Premio ma nel 1989 un analogo riconoscimento l’ottenne Giulio Di Mario con la poesia “Nononne” in cui il poeta ricorda suo nonno pecoraio che commattea co’ gliu maggliu (mazzuolo) e co’ la rete: / nonn’era nné varzone nné vargaru: / spissu patea la fame co’ la sete. / Però quann’appiccava ju callaru / parea ’n atru: me parea ’n prete: / ’nciammottava ’n zoqqué (biascicava un non so che), ggnente de chiaru, / e ce facea la croce co’ le dete. / Uscicava quello latte, lo quagliava, / rattizzava i ddù zippi della fiamma, / ’gni tantu co’ le mani l’attentava (tastava). / Lo latte, pianu pianu, come manna, / se raddunava e issu lo cacciava (si addensava ed egli tirava fuori il formaggio): / ’llo casciu parea figgliu e issu mamma.
Il sito www.monticelio.it dedica una sezione ai poeti monticellesi che hanno partecipato al Primo premio di poesia dialettale “Don Celestino Piccolini” tenutosi a Montecelio nel 1997, che ha visto anche la partecipazione di vari poeti della provincia di Roma. Tra i monticellesi figurano i poeti: Laura Cerqua con la poesia “Monticelli è u munnu”; Antonio Fedeli con “Vardate – usulate e n’ ’tennate. N’ ce tenemo gnente – Ma ci stavea tuttu”; Ida Martini con “A ziemu mortu”; Loretta Ballacci con “Bella de nonno”; Antonio Margozzi con “Da Toto”.
In Montecelio in festa di Maria Sperandio figura un testo poetico in terzine “A festa d’agustu, qua’ anno fa” di Riccardo Cerqua.
Tra i poeti a braccio di Montecelio ricordiamo Paolo Croce (Una sua ottava è pubblicata su Usulate) e Antonio Croce, di cui oltre a un’ottava pubblicata su Usulate, Filippo Greggi nel suo Parolario ricorda questa poesia: ’Na sera cantaru ’sta poeta: / Cristo fece ’a cresta a ’e galline / ai talli ji mese u sperone / u fazzolittu ’u dezze alla donna / u cappellu all’omo: pe’ ’cappasse ’e corna!
 
ANTOLOGIA

CELESTINO PICCOLINI
 
U poeta ’mbarazzatu.
 
Canto co’ quisti versi rusticani
cose scritte pe’ gente campagnola,
che all’aquila, che sopre a tutti vola,
preferisce tallitti paesani.
 
Sonetti mei, no jate tra ’e mani
de chi de ’sta parlata n’ sa parola;
me reccommanno de gira pe’ ’a sola
terra nostrana de i Cornicolani.
 
’Stu dialettu latinu ’n po’ bastardu
fa scorre a stentu e varecosa a vena:
così vecinu a Roma pare Sardu.
 
Parole strocche, in u, jati, elisiuni…
’a povera barchetta mea s’arrena,
se spira ventu va, però a tastuni.
 
tallitti: galletti
 
FILIPPO GREGGI
 
U paese meu
 
U paese meu
è quillu de sbinnonnemi…
’n pressepiu de casi a carge
reppennicatu ’n faccia a Roma
’ddó
’n concerto de campane
da tre acchjese ’n celu va
e de carnevale, a tammoréllu
se stornella fior de ’gni cósa
e non manca mmai gnisçiunu
a ’n accompagnu
o a precessione de ’a Madonna d’agustu o d’abbrile;
’e vunnelle ’ncantaru Pinelli
i pocinelli e i cellitti cchjcchjanu
i jattarelli giocanu a murè e padregirò,
dòpedo, zicula e brusçio,
i vignaróli stannanu, ccajanu, rencuveranu,
e da ’e fratti
che de primavera
’ddoranu d’acacia e de ginestra
sfucanu musçerte e racani
e brillanu co’ ’a lucetta de ’e cucciulapentule,
’ddó se recconteanu ’e farfaluche
de Gnelella e Cicinfanfarronittu
e de Fati, Dame e Gnóffi
ch’ha datu ’n re a Roma,
bianca pietra a tuttu u Munnu
e suvore e sangue
pe’ ’lla pietra.
U paese meu è quillu
’ddo tutti se jamanu pe’ nome.
È Monticelli.
 
Il mio paese / è quello dei miei bisnonni… / un presepe di case / arrampicato su un colle di fronte a Roma / dove / un concerto di campane / di tre chiese in cielo va / e a carnevale stornelli accompagnati dal tamburello, / dove pochi mancano ai funerali o alle processioni / della Madonna d’agosto o di aprile; / le vunnelle incantarono Pinelli / si sentono pigolare pulcini e uccelletti, / i bambini fanno giochi di piazza, / i contadini attendono con cura / ai lavori dei campi / e dalle siepi / che a primavera / profumano di acacia e ginestra / escono ancora correndo lucertole e ramarri / e si illuminano dell’intermittenza delle lucciole; / dove si raccontano le favole di Cappuccetto Rosso e Pollicino, / di Fate, Dame e folletti, / che ha dato un re a Roma / e bianco travertino a tutto il Mondo / e sudore e sangue per estrarre quella pietra. / Il mio paese è quello / dove tutti si chiamano per nome. / È Monticelli.
 
FABRIZIO CIAMARONE
Laudato si’
 
E piove a ’a fine, própiu a mezzagustu,
quanno che l’aria è diventata spéssa,
’e tòppe arse, l’arbori ’mmosciati
e ’o callu è comme ’n velo da tajane.
’Ncomincia pianu e quanno ’e prime gocce
’rrìvanu ’n terra paru ’mpaurite
comme (te nne recórdi!) u primu basu
che voléa moccecà… e era ’n sospiru.
Se ’ncorónanu ’e gocce sopre a ’e foje,
l’aria è piena de dduri e de coluri
po’ diventà liggera, fresca, azzurra
mentre lontanu u tónecu resbarza
da cima a cima jó, fino nne ’ u mare.
È vita nova grazie a Dio Signore.
 
 
CENNI BIOBIBLIOGRAFICI
 

Balestrieri Bruno (1909-1990), medico monticellese, latinista e profondo conoscitore del greco antico, amava parlare e scrivere nel dialetto monticellese, è autore di Francisconata. Bernesca in dialetto monticellese con note e commento (1978).
Cerqua Laura, coautrice di Usulate. Vita e sapere popolare a Montecelio, Montecelio, 1994.
Croce Paolo, poeta a braccio. Una sua ottava è pubblicata su Usulate.
Croce Antonio, poeta a braccio. Una sua ottava è pubblicata su Usulate.
Fabrizio Ciamarone, nato a Montecelio nel 1942, laureato in lingua e letteratura, ha lavorato come impiegato a Roma. Scrive in dialetto e in lingua ed è autore tra l’altro della raccolta Parlata mia (2000).
Fedeli Sergio, nato a Montecelio nel 1953, è autore di L’insieme teatrale Montecelio, Montecelio, 1985 (vedi nella sezione Teatro).
Greggi Filippo, è nato nel 1949 a Montecelio dove risiede. Per tanti anni è stato presidente della Banda Musicale Cornicolana. Fa parte del Gruppo Archeologico e della Pro Loco e da sempre è appassionato cultore e studioso della storia, cultura, folclore ed in particolare del dialetto di Montecelio che usa per scrivere poesie, racconti, favole, farse, commedie e filastrocche. Nel 1992 ha pubblicato Il tesoro della memoria – Composizioni nel dialetto di Montecelio; nel 1994, assieme ad altri autori, Usulate – Vita e Sapere popolare a Montecelio; nel 2001, Nonno Tranvà – La favola monticellese del carrettiere burlone; nel 2010 ha pubblicato Parolario monticellese: un articolato dizionario monticellese-italiano con allegate due appendici relative ai giochi per ragazzi e a centinaia di personaggi caratteristici del paese ricordati dalla memoria popolare.
Antonio Margozzi, nato a Montecelio nel 1953, è autore di poesie tra le quali ha avuto un riconoscimento nel premio Mezzaluna di Mentana del 1988.
Petrara Maria Teresa, è coautrice di Usulate. Vita e sapere popolare a Montecelio, Montecelio, 1994.
Piccolini don Celestino, nato a Montecelio nel 1874 e morto nel 1959, fu uno storico della regione cornicolana, un apprezzato archeologo (a lui si deve tra l’altro la scoperta della basilica paleocristiana di S. Crisogono a Roma). Si interessò anche di etnografia, folklore e topografia. Fu amico e collaboratore del sen. Rodolfo Lanciani, anche lui monticellese, conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi sugli acquedotti e le strade dell’antica Roma. È considerato anche il primo e ancora insuperato poeta di Montecelio; è autore di Rustici Accenti una raccolta di 200 sonetti in dialetto monticellese. Per questo nel 1997 gli è stato dedicato un primo premio di poesia dialettale. Ha scritto anche Farfaluche e storie d’altri tempi, pubblicato nel 2005 e di U fidanzamentu presciulusu.
Rusconi Nicola, è autore di Hau fatte ’e cóse bè? Commedia dialettale in due atti (dattiloscritto inedito).
Sperandio Maria, autrice di Montecelio in festa, Montecelio, 2008. È coautrice di Usulate. Vita e sapere popolare a Montecelio, Montecelio, 1994.
Sperandio Pioli Teresa, poetessa, è autrice di Comme ’na lura, Tivoli, 2006.
 
BIBLIOGRAFIA
 

Associazione Pro Loco Montecelio, “D’Abbrile canno l’aria se rescalla…”, Montecelio, Tipografia Veligraf, 1997, Primo Premio di poesia dialettale “Don Celestino Piccolini”, a cura del Comitato Festeggiamenti S. Michele, Montecelio, 1978 (poesie di Mario Carrozza, Giulio Di Mario, Antonio Margozzi e Teresa Sperandio Pioli ed altri).
Balestrieri, Bruno, Francisconata. Bernesca in dialetto monticellese con note e commento, Roma, 1978.
Cerqua, Laura, Greggi, Filippo, Petrara, Maria Teresa, Sperandio, Maria, Usulate. Vita e sapere popolare a Montecelio, Montecelio, Edizioni Veligraf, 1994
Cerqua, Riccardo, Poesie dialettali (dattiloscritto inedito).
Ciamarone, Fabrizio, Le “vunnelle” di Montecelio, Roma, 1980.
Ciamarone, Fabrizio, Parlata mia, Montecelio, 2000.
Fedeli, Sergio, L’insieme teatrale Montecelio, Montecelio, 1985.
Greggi, Filippo, Il tesoro della memoria. Composizioni nel dialetto di Montecelio, Montecelio, 1992.
Greggi, Filippo, Nonno Tranvà. La favola monticellese del carrettiere burlone, Montecelio, Tip. Veligraf, 2000.
Greggi, Filippo, Parolario monticellese (Oggetti, azioni, sentimenti, esseri viventi, nominati e descritti perché un dialetto non scompaia), Gruppo Archeologico Latino Latium Vetus, Guidonia Montecelio (RM), Edizioni Veligraf, 2010.
Petrara, Maria Teresa, Sperandio, Maria, Montecelio ieri ed oggi, Montecelio, 1990.
Piccolini, Celestino, Farfaluche e storie d’altri tempi, Tivoli, 2005.
Piccolini, Celestino, Rustici accenti (ristampa), Tivoli, 1992.
Piccolini, Celestino, U fidanzamentu presciulusu (dattiloscritto inedito nato dalla ricostruzione a memoria di Marino Cerqua), 1983.
Rusconi, Nicola, Hau fatte ’e cóse bè? Commedia dialettale in due atti (dattiloscritto inedito).
Sperandio, Maria, Montecelio in festa, Montecelio, 2008.
Sperandio Pioli, Teresa, Comme ’na lura, Tivoli, 2006.
Vignuzzi, Ugo, Avolio, Francesco, Questionario esteso per il vocabolario per i dialetti della Sabina e dell’Aquilano (VDSA) (dattiloscritto inedito).
 
WEBGRAFIA
https:////www.montecelio.it
DA wikipedia https:////it.wikipedia.org/wiki/Guidonia_Montecelio / Lingua e dialetti
 
(ultimo aggiornamento 19-11-2011 )