4 – ALLUMIERE

ALLUMIERE (522 m slm – 4187 abitanti, detti alllunieraschi) si trova a 72 km da Roma. E’ nel cuore dei Monti della Tolfa, delimitato a ovest dalla costa tirrenica laziale, tra Civitavecchia e Santa Severa, a est dai rilievi interni del viterbese, a nord dal fiume Mignone. Il suo nome è legato alla presenza delle miniere di allume di rocca scoperte intorno al 1460.

 
Il dialetto di Allumiere:

1. I vocabolari e le grammatiche

Sul sito www.lalumiera.it, vengono proposti una breve annotazione sul dialetto di Allumiere ed un piccolo vocabolario che, in larga parte, riproduce i termini del dialetto tolfetano presenti sul sito www.latolfa.com. Il suo curatore Francesco Pierantoni afferma: “ho costatato che i termini in uso nei due paesi sono all’80 per cento uguali, pur rimanendo nettamente differente il modo di proporli”. La cosa non dovrebbe sorprendere, in quanto solo nel 1825 Allumiere divenne comune autonomo staccandosi da Tolfa. “Con il tempo – prosegue Pierantoni – parecchi termini sono andati in disuso, per questo ho deciso di pubblicare (in internet) questo piccolo vocabolario nato dall’idea che nulla vada perso, ho pescato nella memoria chiedendo anche in giro. In ogni modo tante parole mancano all’appello”. Esso, sottolinea il curatore, è aperto a chiunque ricorda o è a conoscenza di qualche termine non presente, può comunicarlo via e-mail e si procederà all’aggiornamento. La pronuncia dei vocaboli, riportati sul sito in colore azzurro, può essere ascoltata.
 

2. I proverbi e i modi di dire

ALLUMIERE-TOLFA. In Ingrata… di Balilla Mignanti segnaliamo la poesia “Ottave che rispecchiano detti e proverbi”, che di essi è per intero composta:
N’se ponno fa’ le nozze co’ le fonghe!… / Caro bello!… Ce vonno le quatrine!… / E po’… le bijettone… quelle longhe… / mica le nichelette e le sordine!… / Le manarelle… è l’ora che l’allonghe… / – ’sta vorta… hae da sarta’ le tu’ confine!… / Si nu’ le sarte… armeno pe’ ’sta vorta… – / rischie d’arimane’ for de’ la porta! // Scortonno… pure … le fave all’alocco; / ’n see capace de fa’ ’l pane crischiano; / un maccarone… stra strozzanno… gnocco;… / see più ’gnorante tu… che ’l lume a mano! / È de’ la terra… lo soneno… a tocco;… / ’sto pretarello… e’ ’n mezzo sacrestano. / Le parente… so’ come le stivale:… / più te so’ strette… e più… te fanno male!
Ne Lo Scojo… di Mignanti proverbi e detti formano il cap. XV, da cui preleviamo:
’l vino bono e l’omo bravo, dureno poco; La fortuna le curre appresso col bastone; La farina del diavelo se la porta via ’l vento; Scortò l’onto a barzotto che l’aviva arto sette solare!; Nel terreno mojelo tutte ce pianteno ’l palo; Beve come ’n curato e magna come ’na prusiana!; Chi se confonne co’ le frasche, la pignatta pija de fume!; Dio te guarde da la donna, da chi è omo e porta la gonna, da bizzoche e colle storte, quelle te fregheno da vive e da morte, po’ da quelle che fanno: gne, gne, liberamos Domine!; Le cose troppo longhe diventeno serpe; Chi alleva ’n fijo, alleva ’n porco!; Si ’nde quella casa entra ’n sorcio… scappa via piagnenno; La mosca d’oro gira gira, po’ va a casca’ su la merda; Consijo de gorpe… stermigno de galline; Cià ’na lengua longa che ce se potrebbe batta l’onto; Acqua cotta spreca pane e trippa abbotta.
Numerosi pure proverbi e detti nella Storia dei Tolfetani di Ferdinando Bianchi, dal celebre t’ammazzo e vò alla Tolfa a … le lumierasce so’ tutte brigante / e vanno in giro co’ le barbe finte. E ancora: so’ arrivate le burine co le zappe e garavine. Mettese a cazzola era il modo di dire riferito specie alle vecchiette che spetteguelaveno con l’immancabile calza in mano sul barsòlo. 2
Da Bianchi citiamo ancora:
a la Rocca / ce piove e ce fiocca / e quando è bon tempo / ce tira ’l vento; nun fiocca bene si da la Corsica nun vene; a le quattro d’aprile canta ’l cucco… (per dire che son finite le scorte invernali; il poeta Giacomo Belloni cantava: A le quattro d’aprile canta ’l cucco / a casa nostra a marzo ngià ha cantato, / avesse ’nteso tu che canto brutto / pareva proprio le mancasse ’l fiato…); Quanno la Rocca se mette ’l cappello / vatten’a casa e pia l’ombrello; Montagna chiara e campagna scura, / cammina sempre e nun avè paura; L’anno è lungo e ’l porco è ciuco (disse la tolfetana al figlio che voleva mangiare una salsiccia in più); Chi prima ’ndenta prima sparenta; Panza pizzuta porta cappello (alle donne incinte perché si presume che nasca un maschio); ’L brodo nun fa stronze; Gnente fa bene all’occhie e male a le dente; È ’ncazzato come ’na sorca; prete, toscane e passere, ’ndove le trove ammazzele; Tutto fa, disse quello che pisciava a mare; Sole de vetro e aria de fessura, porteno l’omo a la seportura; La vanga ammazza e ’l picchio t’assotterra; Aiutete poeta fino a Pasqua, / che doppo Pasqua ogni poeta abbusca; ’L giusto fu ’mpiccato a la Storta; Che te crede che se frigge co’ l’acqua?; / mejo galletto de Sant’Eggidio che somaro da carreggio (meglio far la fine del galletto ucciso nel giorno del santo patrono che la fatica del trasporto del grano); Chi vo conosce la gente barzana / vada a Oriolo, Canale e Manziana.
 
 

3. I toponimi e i soprannomi

Valliccetta, Posatore, sono località di TOLFA, bagnata dai fiumi Lenta e Mignone, che con i toponimi dei rioni tolfetani sono spesso citati nei testi dei poeti o nei detti popolari, come ad es.: si te voe magnà la carne / Pozzo de Ferro e Monte Granne (perché luoghi di caccia; come Campo Cerviale). Molto citati anche i lavatoi: Canale, Lizzera, Limojola e Pisciarelle. F. Bianchi nella Storia dei Tolfetani riporta 23 località in cui nel 1807 era consentito di far legna, tra le quali Freddara, Granciare, Monte dell’Acqua Tosta, Valle Ascetta, Valle Gioncosa, Maniconi d’Ascetta, Prato Cipolloso, Poggio Felcioso… e riporta una descrizione dei terreni del 1780 suddivisa in terreni comunali (tra cui: Castel dell’Asino, Ara Vecchia, Bandita dei Bovi, Sbroccate, Cetraulle), camerali (es.: Banditella, Puntine di Carnovale, Puntone d’Asco, Spizzicatore), tenute camerali (Maniconi d’Accetta, Prato Rotatore, Monte Cupellaro), tenuta del castello di Rota (Terzolo, Radicata, Seccareccio, Montisola).
Nella poesia “Li soprannomi” Ugo Zenti ne elenca ben 314. Ne citiamo alcuni:
Peppecofena, Peppinorovina, Peppeculò, Peppededo, Peppettà, Peppaceto, Totorocchi, Totopallì, Totolo, Totolimò, Totopallò, Totosecco, Totaja, Totolmuto, Cacarella, Cacalletto, Cacone, Cacasego, Cacandosso, Cacante, Cacarìa, Pollo col Tordaro, Cranciotenero, Nottela, Merendò, Pappafredda, Infirsafichi, Ghighetto, Scafetta, Panemollo, Lobbilobbi, Cantabbè, Tittilò, Sequatrì, Nannamoro, Perché, Tanganello, Pitòla, Callararo, Furcinaro, Tuttorumbotto, Sbragato, Bucoruzzeno, Tarragò, Rubbapane, Buttajù, Cipicchia, Carzafina, Paccaloffe, Arzalaneve, Bunnannà, Tigamona, Giggelò, Bobbaro, Lemmelemme, Saraghetta, Geppò, Patremuraja, Bujòlo, Magnamerda, Patacchella, Bucoliscio, Puzzaculo, Sguicelella, Batocco, Pippitò, Trapino, Tajacollo, Zezzé, Trentavizzie, Garibbà, Petazza, Tiritò, Chicchindozzi, Monnezza, Cascanterra, Moccicodòro, Stampabucì, Zunzù, Macisti, l’Ammalato, Jobbisotto, Fischialaquaja, Fuggifarco, Sguinzaja, Fativoi, Mazzafrusto, Bambolinaro, Piciocquelo.
La Compagnia del S.S. Nome di Dio registrava nei libri contabili le vacche col proprio nome. Ecco i più curiosi:
Spicchincera, Principina, Lerva, Seccaticcia, Giotta, Capodora, Scapelliata, Bellafiorita, Sorchettina, Cianchelletta, Fornara, Borghettina, Piattella, Lizzerara, Larguccia, Forbicina, Pennacchina, Frascatora, Negruccia, Scuretta, Vedovella, Mancinella, Commoda, Cavarola, Bambacina, Flemma, Bellapiaga, Cavarola, Zenzerina.
Interessante è notare l’evoluzione radicale dei nomi delle persone rispetto a quelli in uso negli anni Venti del Novecento.1
Riportiamo la divertente poesia “’L soprannome” di Ettore Pierrettori:
’N paese se va avante a soprannome, / ce ne so’ tante che se perde ’l conto. / A vòrte ’l nome c’è, manca ’l cognome, / come, presempio: «Hae visto Peppe ’l tonto?» // ’L forestiero n’ potrebbe capì’ come / ’l signor Rossi pò diventà “Panonto”, / o n’ se la sente de ridi’ quel nome, / pensanno de commetta quarchi affronto. // Da ’na guardia ’n passante va diritto: / «’N po’ de sarcicce bòne?», sverto chiede. / «Va’’n quel negozio llì, da Cacaritto!» // Quello entrò: «Scusi, è lei che la fa ’n piede?» / «Si!» l’arispose e l’occhie arzò al soffitto: / «Ma quarchi vòrta la fò pure asséde!». (Cacaritto: soprannome di un norcino allumierasco).
 

4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi- gastronomia- feste&sagre-altro

Feste e sagre. Feste: di Sant’Antonio Abate (17 gennaio), della Madonna di Lourdes (primo weekend di luglio), dell’Assunzione (15 agosto), patronale della Madonna delle Grazie (8 settembre). Sagra della Bistecca (penultima domenica di luglio). Festa della Birra (ultima domenica di luglio). Palio dei Rioni e dei Somarelli (3 agosto). Palio delle Contrade (domenica successiva al Ferragosto), con sfilata in costume. Sagra del Pane Giallo-Festa d’autunno (seconda quindicina di ottobre) con: castagne, miele, funghi, carne maremmana, pane di grano duro e tartufo.
 
4.1 Canti
ALLUMIERE-TOLFA. Numerosi sono i Canti nella mietitura e gli stornelli che si cantavano nei campi, accompagnando i vari lavori.1
Alcuni esempi di Canti nella mietitura: E si sapivo c’adera lo mete (ripet. 2 volte) / da piqqueletto m’ero fatto frate. // Si la patrona nu lo porta ’l vino (ripet. 2 volte) / piamo pe la strada e se n’annamo. // Cara patrona ’l vino sa d’aceto (ripet. 2 volte) / si nu lo cambie no’ aridamo arreto. // Cara patrona ’l vino l’hae cambiato (ripet. 2 volte) / prima era poco adesso s’è asciugato… // E chi te meterà, grano granone (ripet. 2 volte) / e te meterò io ’nsieme al mi amore. // E chi te meterà, grano, granone (ripet. 2 volte) / si nun te meto io manco ’l patrone. / E ’l prete dice al popolo diggiuna (ripet. 2 volte) / perché lu’ ce l’ha la panza piena. // Quanno che ’l metitore mete ’l grano (ripet. 2 volte) / le pare de volà nel paradiso / la farcia le diventa un filo d’oro (ripet. 2 volte) / e ’l paradiso è tutto nel granaro.
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
ALLUMIERE-TOLFA. Da Storia dei Tolfetani di F. Bianchi alcune filastrocche:
Gennaro zappatore, Febbraro potatore, Marzo broqquelaro, Aprile cerasaro, Maggio fiorellaro, Giugno fruttarolo, Luio agrestaro, Agosto persicaro, Settembre ficaro, Ottobre mostaro, Novembre vinaro, Dicembre favaro. (…) Piove e pioviccica / la paia s’appicica / s’appiccica la lana / fia de ’na biedana. (…) Ecco la fiocca / ’l lupo sta a la Rocca / la vecchia sta alla Ripa, / se spurcia la camicia / ’l gallo sul tetto / che sona ’l ciuffeletto / ’l sorcio su pel muro / casca giù e se roppe la chiappa del culo. (…) Luneddì preparo le conte / martedì so’ belle e pronte / mercordì è San Clemente / giovedì ’n te vedo pe gnente / vennardì è viggiia stretta / sabbeto domane è festa / e si domenica nun t’ho pagato / lunedì aricominciamo da capo.
 
4.3 I giochi
ALLUMIERE-TOLFA. Un inventario di giochi tolfetani è in Storia dei Tolfetani (pp. 571-574) di Ferdinando Bianchi. Balilla Mignanti ne Lo Scojo nel capitolo “Come si divertivano i bambini” (pp. 40-46) ricorda che “ci si divertiva con un nonnulla! 5 o 7 sassolini, lisci e rotondi, di fosso o di mare (liscetti), potevano far divertire per delle ore un gruppo di ragazzette; liscetto si chiamava questo gioco; in mancanza di sassolini si usavano gli ossi di pesche, le noccele…” E. Pierrettori intitola “Quando se giocava co’ le noccele de pèrsica” una poesia con i giochi di una volta:
’L gioco è finito mo del gruzzelone, / adè passato ’l gioco del picchetto, / che se giocava a bòtte de bastone / al tempo de quann’ero regazzetto. // Curréve pe’ la strada col cerchione, / faceve col sambuco lo schioppetto, / col nòccelo de pèrsica ò prugnone / ciarsàve, pe’ sbragàllo, / ’n castelletto. // La stama co’ la canna e co’ la lana, / a «ppè» co’ le bottone del cappotto, / ’bbastava ’n sasso pe’ gioca’ a campana! // ’Sto giocarèllo ’nvece mo s’è rotto, / a vo’ ve c’è rimasta la catana / e ’na gran fumicara doppo ’l bòtto.
Nelle sue note ci offre un’analitica descrizione di questi giochi e del pìquelo (trottola).
Un confronto tra i giochi di un tempo e quelli odierni è nel libro Tra immagini e memorie dei Monti della Tolfa dell’Istituto Comprensivo di Tolfa.
 
4.4 La gastronomia
ALLUMIERE-TOLFA. Il piatto tipico della cucina tolfetana è l’acquacotta, zuppa di verdure della Maremma tosco-laziale, diversa dalla ribollita toscana, con molte varianti stagionali, preparato con verdure coltivate o di campo, alle quali va aggiunto il battuto (lardo di maiale) e la persa (maggiorana), il tutto versato in una scodella con alla base alcune fette di pane di grano duro. Di Antonio Pizzuti, riportiamo la poesia “L’acquacotta” e l’elogio di due piatti tipici “Le frascarelle e le ghighe” (In Canti e versi dei Monti della Tolfa):
Dal tempo antico a Tolfa c’è un’usanza, / far l’acquacotta ai tolfetan gradita, / ed io illustrerò questa pietanza / come vien fatta e come vien condita. / Patate con cicoria in abbondanza / fagioli, zucche con cipolla trita / e poi si batte il lardo con l’aietto / e se mette a bollì nel callaretto. // Più buona vien con il pomodoretto, / qualche carciofo e del peperoncino, / la persa nel battuto, il broccoletto / e per bevanda un buon bicchier di vino. / In fin nella scodella il pane affetto / e tutto quanto porto a tavolino; / tal pasto è profumato ed è eccellente / che piacerebbe al re e al presidente. / A la Torfa ’st’usanze so’ sparite / de magnà ghighe co’ le frascarelle, / eppure ereno bone, saporite, / se magnaveno guase a crepapelle. // Ereno piatte antiche, ma squisite, / e speciarmente pe’ le poverelle; / mo’ che semo ’n po’ ’ncivilizzite, / non c’è nessuno ch’a rivò fa’ quelle. // Ereno fatte d’acqua e de farina, / serviveno de primo e de contorno, / peccato che ’n c’è più chi le cucina. / Che calle calle, senza falle al forno, / ereno ’na pietanza genovina, / meio de le spaghette d’oggigiorno. (frascarelle: piatto tipico allumierasco e tolfetano fatto con farina e acqua non impastata; ghighe, allumierasco: beghe, strozzapreti: pasta fatta di acqua e farina, mantecati in padella con un sugo composto da pomodoretti, aglio, olio, peperoncino ed erbette selvatiche varie).
Il panonto era un piatto tipico dell’inverno: pane di grano duro, salsicce bianche e nere, guanciale, pancetta, braciole e costarelle di maiale condite con sale e finocchietto selvatico. A mano a mano che la carne cuoce inserirla e schiacciarla tra le fette di pane, in modo che vi lasci parte del condimento e il grasso della carne (pane unto, o panonto). Di un altro piatto della cucina povera tolfetana nella poesia “La trista” (in La Tòrfa dal barsòlo) un padre dice alla figlia studentessa: «Questa è fatta pe’ le gente da sòma, / lo sapevo che n’ è ròbba per te; / ma si nun magne que’ ’l picchio te doma, / se chiama trista e è triste come me. // ’N po’ d’acqua e sale dentro ’na piletta, / ajo e mentuccia e, doppo ch’è bollita, / se ’mpàneno du’ fette de bruschetta». La vigilia di Natale ed il Natale erano occasioni irripetibili in cui oltre alla religiosità esplodeva il soddisfacimento di voglie (represse per tutto l’anno) di cibi molto speciali.
Da La Tòrfa dal barsòlo di Pierrettori in “La viggìja de Natale” ecco quali:
(…) Doppo del credo co’ la litania / c’è pasta e cece… pe’ fa’ divozzione; / pel babbo, pe’ la mamma e pe’ la zia / da sotto ’l piatto scritto esce ’l sermone. // Apprèsso al misto, fritto sul fornello, / de gòbbo, baccalà e de patata, / c’è ’l bròcquelo lessato e ’n torroncello // e pe’ trascórre’ ’nsième la nottata, / intanto ch’aspettàmo ’l Bambinèllo, / facémese ’na bella tombelata!
Balilla Mignanti (in Ingrata…) ci ricorda “La merennella de Pasquetta”: Ogge senti’ parla’ de merennella / sente puzza de muffa e de stantivo, / però, mentre che a spizzico la scrivo / nel core me se pia la tremarella. // Forse sarà… che mentre la descrivo… / me pare… d’avè n mano la padella / e… l’abbojele drento la scudella… / nel mettela sul fojo la rivivo. // L’abbojele ’n padella, la frittata, / col vino casareccio ’n salametto… / du’ balle… du bacette… ’na cantata. // Come te poe scorda’ dell’età bella / e le sciocchezze de quella giornata?… / Stantiva… sì!… Ma cara “merennella”!
Era brusco il passaggio dai ricchi cibi della festa a quelli (sò cose amare e tutte ’n pò’ salate… poche speranze e tante delusione) che trovavano posto nei giorni feriali “Nde le bisacce e dentro a le catane” (da E. Pierrettori in La Tòrfa …):
«Ciàe messo tutto dentro a la catana?» / «Nde le bisacce è quello che n’ c’è entrato / de la tu’ spesa de ’sta settimana / e pure ’l vino te ciò sistemato; // l’òjo è nde ’l corno e l’onto adè ’ncartato, / c’è ’l pane e ’n pò’ de pizza a la biedana; / pel panonto ’l guanciale t’ho affettato / ché la ventresca ce l’avémo sana». // Ma quante cose so’ngià preparate / che vanno a completa’ ’sta provviggione, / sò cose amare e tutte ’n po’ salate. // Nde le bisacce bianche de cotone / e dentro a la catana ce so’ entrate / poche speranze e tante delusione.
(spesa: vettovagliamento; onto: lardo; pizza a la biedana: pizza rustica).
 

5. I testi in prosa: il teatro, i racconti

Vedi Tolfa
 

6. I testi di poesia

I poeti a braccio di Allumiere

Enzo Copponi, detto “Il Ficaro”. Nasce ad Allumiere nel 1937 e risiede a Tolfa. A scoprire il suo estro poetico sono stati gli amici del Circolo culturale “B. Battilocchio” di Tolfa. È presente in Canti e versi dei Monti della Tolfa e in Brezza sul monte. Trae ispirazione dai luoghi amati (La Rocca, l’orticello, e casa mia / so’ arrampicate su ’sto scoglio antico. / A la mattina, prima d’anda’ via, / le do uno sguardo e fra me penso e dico: // ma chi vi avrà impastate così bene?), da quelli dell’infanzia, nel tentativo vano di fermare il tempo andato (Lo vorrebbe fermà, ma ’l gesto è vano, / quel caro tempo limpido e sereno; / misero sì, ma artrettanto sano).
Nella nostra Antologia: “La morte del cardarello”. In “M’è ’nnata male” descrive la sua fatica di scrivere poesia, mentre è impegnato nel negozio:
’N mezzo a le detersive e sigherette, / che fanno male ad ogn’essere umano, / ho provato a pija’ la penna ’n mano; / però le rime ’n vengheno perfette. // Come me pò venì l’ispirazione / guardanno Lanza piatti co’ Bio-presto? / Cossì ho pensato: ’l modo ’n adè questo, / nun se pò scrive, vennenno ’l sapone! // Vene uno: Me dae le sigherette? / Un antro dice: Damme l’assorbente! / Quell’altro: Damme ’n paro de carzette / e ’n dentifricio pe’ lavà le dente, // lo sciampo pe’ lavamme le capelle, / un parmo de fettuccia e ’l passamano; / pure Vispo pe’ fa’ ’l bucato a mano; / col resto, me ce dae le caramelle. // ’N testa m’è nata ’na gran confusione, / che me conviene a riposà’ la penna. / Ma… lascio perda!… M’arimetto a venna: / Settecento… quel pezzo de sapone.
 
A Mario Monaldi, nato ad Allumiere nel 1947, gli autori di Verba manent dedicano un capitolo (“Mario Monaldi, ammiratore del canto a tavolino”). Ne emerge il ritratto di un poeta dotato di grande facilità compositiva, abilità acquisite nel suo primo apprendistato fatto con il padre che lo faceva cantare invitandolo al contrasto non solo con lui, ma addirittura con se stesso. Monaldi ama verseggiare, ma non scrivere le sue poesie. Coltiva un’autentica passione per il contrasto politico.
Agnese Monaldi, nata ad Allumiere nel 1946. Attratta fin da piccola dalla poesia a braccio, ha incominciato a cantare sui palchi solo nel 2001 tra improvvisatori maschi dai quali ha saputo farsi accettare. Ha ricevuto anche l’incoraggiamento di poeti grandi quali Mignanti e Moggi, del cui magistero ha saputo trarre ottimo profitto, senza snaturare la sua sensibilità di donna e componendo versi dolci e melodici. Non canta solo l’ottava rima ma anche stornelli e scrive non solo ottave ma anche versi sciolti. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia. Alla sua poesia sono dedicate alcune pagine di Verba manent.
 
Antologia
ENZO COPPONI
 
La morte del cardarello
Nun me dirae che ’ngià te see scordato,
quann’annave a zappà a le Pantanelle.
Arrabbie ’l monno com’adé cambiato!
Tell’aricorde quante cardarelle?
            Io m’aricordo: dopp’ave’ zappato,
            se ne cojeva solo ’na manciata;
                        sentive l’acquolina ’n del palato,
                        pensanno ’ngià a ’na bella acquacottata.
Adesso è sodarone e mosciaria,
sterpaje, roghe, sasse, ripe e scese;
la gente arriva, cerca e scappa via.
Nu’ ne parlamo del citavecchiese:
armato de capagno e de cortello,
a ’sto fonghetto dà l’urtime offese;
è lu’ ch’ha sterminato ’l cardarello!
 
Cenni biobibliografici
 
Bibliografia
V. Luciani e R. Faiella, Le parole salvate. Dialetto e poesia nella provincia di Roma: Litorale nord, Tuscia Romana, Valle del Tevere, Roma, Cofine, 2009
 
Webgrafia